sabato 22 giugno 2013

Fiuggi-Testimone di una sfida all’eternità

E’ l’ultimo giorno di Agosto, ore 7 e dieci del  mattino. Inizia la passeggiata quotidiana con passo leggero e rapido. Appena superato l’Hotel Nazionale sulla sinistra ai profila l’Hotel Gioia Garden che immancabilmente ogni giorno richiama l’attenzione. Sul fianco sinistro della scalinata d’ingresso si erge maestosa la pianta rara che punta nella sua pura verticalità verso il cielo, sempre più in alto: la creatura verso il creatore. Ogni giorno si rinnova un filo di emozione. Percorsa in un fiat la ripida e breve discesa ti accoglie  silenziosa e ancora addormentata la Fonte Anticolana. Risali con passo alacre le dolci curve in salita del viale Anticolana e prima di villa Alessandri dietro il cespuglio di busso, che rincorre il viale, un gruppo di 12-13 piante sorelle di quella del Garden impreziosiscono il pendio della Valle Jannina, qualcuna bigemina, qualche altra trigemina, dritte verso il cielo per qualche decina di metri  (20-30 metri). Colpisce quella corteccia soffice, scavata da solchi profondi di un colore rossiccio, diverso da tutte le altre piante. Scorrendo con l’occhio verso la punta  ti sorprende il profilo conico assai slanciato per la prevalenza forte della dimensione verticale. Volgi lo sguardo a sinistra e nel giardino di villa Alessandri scopri altre due piante della stessa famiglia, una delle due binaria da una certa altezza in sù. Abbandoni il viale Anticolana, superi il palazzo delle Poste e di fronte all’ex villa delle Api scopri un gruppo  numeroso (22-23) di piante, che sembrano più giovani, nel terreno della vecchia serra adibita oggi, in parte, a parcheggio. Sono esemplari di dimensioni più modeste. Raggiunta via  Alessio Nazzari, dopo pochi passi, proprio di fronte all’Hotel Villa Maggi ritrovi ai lati di un cancello di ferro del comprensorio Fonte Bonifacio Ottavo altri esemplari della nostra pianta (7-8), i cui rami più bassi spiovono sul marciapiede. Stacchi delicatamente un  ramuscolo nel tentativo inutile di carpire qualche segreto della pianta misteriosa e puoi solo ammirare il ricamo delle foglioline assai sottili ( un millimetro o poco più) per 1-2 centimetri  di lunghezza, attaccate fitte, fitte, alla nervatura foliacea centrale in una forma doppiamente lanceolata in successione. Il frutto è una piccola pigna, non più di 2 centimetri e mezzo con numerosi piccoli semi fino a 250 circa.  
Superata la barriera posta all’inizio del sentiero boschivo, ti immergi  in un mare di verde del castagneto Quarto di Anagni ed all’incrocio con il sentiero Bonifacio Ottavo trovi un turista con una piccola  videocamera che fa la ripresa ed esclama alla sua compagna:” E’ una prospettiva meravigliosa!”
Scendi rapidamente verso l’Anticolana e vai a curiosare dentro le Terme.  Noti con amarezza che assai poche sono le persone che incontri con il bicchiere per la cura. Ti aspetta il teatro delle Fonti. Fai una attenta ricognizione attorno alla massiccia struttura lignea e scopri con gioia numerosi esemplari della pianta che stai cercando, alcuni dei quali lambiscono le pareti del Teatro a destra ed a sinistra. C’è da domandarsi: esistevano altri esemplari là dove oggi sorge il teatro? Era proprio necessario sacrificare piante così rare? Interrogativi senza risposta che ci accusano. Ed allora cerchiamo di riparare per il futuro noi fiuggini che siamo chiamati a gestire un patrimonio prezioso e, forse, unico in Italia!
La Sequoia è una pianta che proviene dal continente americano ed,in particolare, dagli Stati Uniti e dal Canada. Lungo la costa della California per una lunghezza di oltre 400 miglia si estendono i boschi di Sequoia che coprono una superficie di poco inferiore ai 400 mila ettari ad una altitudine tra i 1000ed i 2000 metri circa. Fu importata in Italia e piantata a Fiuggi tra gli anni dieci e venti del secolo scorso (millenovecento). Stanno per compiersi cento anni. Fu la Montecatini, che aveva ideato e poi realizzato la Fonte Anticolana, ad importare alcune piantine e/o semi (non abbiamo notizie certe). Sono più probabili le piantine che attecchiscono facilmente sui terreni adatti che non i semi che trovano grandi difficoltà a distanza di spazio e di tempo.
E’ stato il direttore responsabile del Verde cittadino e del patrimonio boschivo di Fiuggi, dottor Gianni D’Amico, a fare una attenta ricognizione statistica delle Sequoia in Fiuggi ed a comunicarmi la cifra di circa duecento esemplari ai quali bisognerà aggiungere le decine presenti nel parco del Palazzo delle Fonti. La Sequoia è nota soprattutto per la sfida che lancia contro il tempo. Gli esseri viventi animali e vegetali difficilmente superano i cento anni. Ci sono anche piante secolari, due quattro secoli di vita, non di più. Nessuna supera il millennio
La Sequoia vive per più millenni (due-tremila anni) ed in alcuni casi raggiunge anche i 6mila anni!
Ci sono Sequoia viventi che sono oggi e sono state ieri testimoni della storia e della preistoria ed hanno lanciato una sfida all’eternità!    
Quale è il segreto di una longevità così straordinaria? Gli esperti attribuiscono buona parte del merito alle caratteristiche della corteccia che può raggiungere uno spessore fino a 30 centimetri, è ricchissima di tannino e protegge dagli agenti esterni ( umidità, batteri, parassiti) l’intero organismo preservandolo dalle malattie che pregiudicano la salute e la sopravvivenza. Ma certamente ci deve essere il concorso del patrimonio genetico che porta in sé markers di longevità che neutralizzano l’opera di degrado e di corruzione  abitualmente e inesorabilmente svolta dal tempo  su tutti gli esseri viventi del creato. Mi domando e domando al mondo scientifico: non sarebbe il caso di approfondire gli studi genetici sulla Sequoia o meglio sulla specie vegetale che gli americani chiamano redwood (albero, bosco rosso)? E’ stato sequenziato per intero il DNA della specie? Sarebbero oltremodo interessanti le ricadute anche per la specie umana. Mi risulta che il DNA ha la caratteristica di presentarsi poliploide (a catene multiple). Ha una qualche influenza sulla vitalità della pianta?
Un’altra proprietà della corteccia è rappresentata dalla capacità di proteggere la   Sequoia dagli incendi che ricorrono frequentemente nel corso dei secoli per cause naturali. Un ulteriore fattore che contribuisce alla sopravvivenza della pianta.  
A Fiuggi la Sequoia sempervirens ha trovato un “humus”(terreno)particolarmente accogliente, considerato che le condizioni più favorevoli per l’attecchimento e la crescita sono date dai punti vallivi, dalle gole, umidità permanente, nebbie stagnanti, piccoli corsi d’acqua, acque sorgive. La Bonifacio Ottavo e l’Anticolana rispondono a tali requisiti.
Accanto alla longevità si pone anche il record in altezza delle Sequoia ed il record in volumetria del tronco. La Sequoia più alta fra tutte le piante di tutte le specie si trova in California nel Redwood National Park, si chiama “Hyperion” e supera i 113 metri, un grattacielo di oltre 40 piani, oppure almeno quattro volte l’altezza del Palazzo della Fonte!. Nello spazio tra il tronco ed un ramo molto robusto si è formato un terreno di crescita che ha consentito l’inseminazione naturale di un altro albero che è cresciuto sull’albero titano senza esserne il figlio. Oltre Hyperion altri 9 esmplari superano i 110 metri. Il Duomo di Milano nel confronto impallidisce.
Un altro record delle Sequoia è la circonferenza che può superare i 30 metri con un diametro basale di oltre 9 metri, misure che vanno ben al di là della più fervida immaginazione. Anche la Sequoia più grande di diametro ha un nome: “General Shermann”.
Da una ricerca su Internet risulta la presenza della Sequoia, sempre pochi esemplari, in pochissimi luoghi in Italia, in provincia di Biella, Verbania, nella Lucania.
Il patrimonio più ricco di Sequoia sempervirens (dalle 200 alle 300 piante) lo può vantare solo Fiuggi. Sono piante giovanissime, vicine al secolo di età; hanno perciò appena superato la primissima infanzia, con buone chances di crescita nei prossimi decenni, in armonica convivenza con il Castagno articolano.
Bisogna essere all’altezza del compito perché la pianta richiede cura. Ha bisogno di acqua non stagnante nei periodi di magra, di concimazione e deve evitare la potatura della punta che farebbe crescere un piccolo  bosco intorno alla pianta (10-20 piantine) con pregiudizio per la pianta madre.
Non sarebbe sbagliata l’idea di collegarsi via Internet con la Direzione del Redwood National Park o  del Redwood Humboldt Park per istituire una collaborazione assai preziosa che potrebbe garantire la conservazione e la crescita delle nostre Sequoia.
La condizione preliminare per valorizzare e proteggere queste piante straordinarie è la consapevolezza dei Fiuggini ed in prima linea delle istituzioni, Scuola , Comune, Corpo Forestale, per quanto riguarda il loro valore ambientale, turistico,  scientifico, culturale. Abbiamo una ricchezza naturale di cui non abbiamo ancora l’esatta percezione.
Tanto per dare un primo segnale sarebbe quanto mai opportuno cominciare a posizionare esaurienti didascalie nei siti dove la Sequoia è presente per richiamare l’attenzione del passante distratto.


Il David Ciociaro

La storia ha avuto un inizio del tutto casuale. Un breve incontro dal barbiere, Pietro al monumento, con Giovanni Principia detto la “Minozza”, gagliardo novantenne, che conosco da tanti anni e con il quale ho condiviso due stagioni di lavoro insieme all’Albergo Igea nei primissimi anni del dopoguerra. Dal discorso veniva fuori che Giovanni aveva partecipato alla guerra di liberazione dal nazi-fascismo nel periodo 43- 45. Anzi Giovanni mi apostrofò con franchezza:” Lu sai ca eio so’ fatto la guera de liberazione i cu meco ci stenno na quarantina de fiuggini?Eio so’ remasto puro ferito! (lo sai che io ho fatto la guerra di liberazione e con me c’erano una quarantina di Fiuggini? Io sono rimasto anche ferito). ” Ti gli recurdi i nomi? ( te li ricordi i nomi?)” Rispose.” I tengo tutti a ecchi. ( Li tengo tutti qui).” E con un dito indicò la sua testa.


Dopo qualche giorno si presentò a me con un foglio strappato da un quaderno sul quale con grafia incerta m con memoria sicura aveva scritto i quaranta nomi e cognomi dei ragazzi di Fiuggi che con lui avevano fatto la guerra di liberazione (43-45). Mi sentii preso da una forte emozione. Quell’uomo semplice ed umile aveva piena consapevolezza del valore morale e civile della vicenda bellica che aveva visto protagonisti 40 ragazzi di Fiuggi e della quale aveva conservato una limpida memoria storica. Lo Stato non gli aveva riconosciuto neppure la ferita di guerra. Era stato dimesso dall’ospedale di Bari con diagnosi di pregressa malaria! Lui non ha mai protestato per un mancato, sacrosanto riconoscimento! A lui bastava il monumento che custodiva gelosamente nella memoria. Istintivamente sentii il bisogno di fare un piccolo gesto di riparazione.

Era giusto che Fiuggi dedicasse un ricordo tangibile a quei giovani figli che avevano combattuto per la libertà di noi tutti. Quei ragazzi ,poco più che ventenni, cresciuti all’ombra della dittatura fascista, educati all’etica fascista, ignari della parola libertà e del suo significato, avevano conosciuto la libertà in modo improvviso e traumatico per vicende di guerra in cui si trovarono coinvolti.

E’ nata così l’idea di un monumento a futura memoria che abbiamo chiamato Memoriale della Libertà per dargli un significato più ampio a ricordo di coloro che combatterono nel corso della storia umana per un ideale supremo, la Libertà dei popoli e della persona umana. L’idea è diventata realtà grazie al coinvolgimento di un caro amico, Luigi Severa, che è un valente artista della pietra. Luigi può ben dire “nemo propheta in patria” perché il suo valore ha trovato più ampi riconoscimenti fuori che non a Fiuggi.

Appena gli accennai l’idea Luigi l’accolse con entusiasmo cogliendone al volo la giusta rilevanza. Insieme andammo dal Sindaco di Fiuggi, Fabrizio Martini, che dimostrò grande sensibilità e disponibilità ad accogliere il monumento nei giardini di San Biagio. Anche l’assessore alla cultura, Alessandro Terrinoni, ed il presidente del Consiglio comunale, Bruno Ludovici ci appoggiarono ed aderirono all’iniziativa senza riserva alcuna.

Luigi si gettò a capofitto nell’impresa. Preparò 3-4 bozzetti. Li esaminammo e si discuteva nell’incertezza e nella confusione di idee. Io e Luigi non trovavamo il punto di incontro. Alla fine chiesi a mia moglie, Pina, di fare l’arbitro, fidando nel suo senso estetico, e scegliere il progetto che più la convinceva. Non. ebbe incertezze. La scelta convinse immediatamente me e Luigi. Non perse tempo Luigi e partì subito per Carrara per essere presente alle Cave del marmo quando veniva staccato il blocco che lui personalmente doveva scegliere. Mi spiegò successivamente il perché. La scelta del blocco di marmo è decisiva per la buona riuscita del lavoro e la durata nel tempo. A seconda della faglia ogni blocco ha un suo “verso” che pochi sanno riconoscere e Luigi è tra questi, erede della sapienza rinascimentale e michelangiolesca. Il lavoro di scultura della statua lo ha impegnato per quattro mesi circa, dal Giugno al Settembre 2012. In gran parte ha lavorato a Carrara, prima sul posto, presso la cava, dove, dopo la scelta del blocco di marmo (circa 13 quintali) con il giusto verso, procedeva alla sbozzatura per ridurre il blocco alle dimensioni geometriche adeguate alla statua da realizzare e per scoprire eventuali falle, o macchie. Il blocco diventato una sagoma geometrica veniva trasportato in un laboratorio di Carrara, dove Luigi è di casa, e per due periodi, di tre settimane ognuno circa, lavorava a realizzare, forse meglio, a creare la statua della libertà. Trasportata a Fiuggi l’opera, Luigi continuava il lavoro appassionato per completare la finitura e tutti i dettagli figurativi ed anatomici. Quando Luigi mi ha chiamato a vedere il risultato del suo lavoro sono rimasto a lungo ad osservare, in silenzio, cambiando il punto di osservazione per 360 gradi. Non vi dirò quale è stata la mia reazione emotiva. Sarei felice se ogni fiuggino dedicasse dieci minuti al monumento per misurarsi con i propri sentimenti, valori ed ideali.

Per amore di verità vi devo raccontare l’incontro con la statua di Giovanni Principia, il primo protagonista di questa storia,. L’ho trovato a chiacchierare al monumento e l’ho portato con me al laboratorio di Luigi a valle Mara. Erano i primi di Settembre. Giovanni, messo di fronte alla statua ed ai suoi ricordi di guerra, ha osservato, in silenzio lungamente, muovendosi a piccoli passi intorno, e poi, d’un tratto ha alzato il bastone ed ha esclamato:” E’ nu capolavoro!” L’ho scrutato in viso. Una lacrima scendeva dall’occhio destro. Non è il libro Cuore, è la verità dei fatti. Successivamente la statua è stata vista da poche altre persone, tra queste mio fratello Virginio, l’assessore Alessandro Terrinoni, il presidente del Consiglio comunale Bruno Ludovici. Tutti hanno convenuto che l’opera meritava una sede, innanzi tutto più sicura, ed anche più idonea. La sede è stata trovata su suggerimento del Sindaco, che ringraziamo di cuore, proprio nel Palazzo Comunale sul largo ripiano alla sommità dello scalone monumentale con una accessibilità duplice, la scalea e l’ascensore a tre passi dal punto dove si erigerà il monumento.

Attualmente è in corso di lavorazione il basamento di sostegno dell’opera che riporterà una epigrafe che ripercorre in sintesi i momenti salienti della lotta per la libertà nella storia del genere umano. Ai lati saranno incisi tutti i nomi dei ragazzi di Fiuggi che per la libertà combatterono settanta anni or sono.

Se New York è orgogliosa della sua statua della Libertà alta 70 metri, noi Fiuggini,, senza peccare di immodestia, e fatte le dovute proporzioni, possiamo essere altrettanto orgogliosi della nostra statua della Libertà alta 2 metri e cinquanta, grazie alla passione ed al valore artistico di un nostro concittadino, Luigi Severa.

Talvolta mi assale il dubbio che la nostra iniziativa possa apparire a qualcuno come un torto agli altri combattenti della seconda guerra mondiale.

Lo escluderei perché tutti i combattenti meritano il nostro sentimento di solidarietà, , affetto, vicinanza e rispetto, anche quando si trovano sul versante sbagliato della lotta. Però il monumento deve trasmettere un messaggio di indirizzo per l’umanità verso i valori eterni della Verità, della Libertà, della pari dignità della persona umana e credo che il “David ciociaro” risponda pienamente a tale esigenza.


sabato 5 febbraio 2011

In memoria di Antonio e Iolanda

In memoria di Antonio e Iolanda Bonanni
Antonio e Iolanda, fratelli insieme ad Umberto ed Angelo, tutti figli diRocco e Maria, se ne sono andati nel giro di pochissimi giorni , l’uno il 23 Agosto ad Albano, l’altra il 2 Settembre a Fiuggi.
In sintonia in vita, lo sono stati anche nel momento supremo del trapasso. Antonio, pur nell’afflizione di una salute ormai precaria, anche l’ultima volta che l’ho visto, circa due mesi fa, mi chiedeva,come sempre, notizie della sorella con ansia: “ Come sta Iolanda? Sono in pensiero per lei”. Io rispondevo con una bugia pietosa che sembrava rasserenarlo. Ma il tarlo del pensiero non lo abbandonava mai. L’ha presa per mano ed insieme hanno riaperto gli occhi alla luce di Dio.
Per Antonio mi rimane il rammarico di non aver potuto raccogliere l’ultima sua invocazione. “Gino, appena puoi fatti vedere!” La Morte l’ha ghermito in anticipo prima che io potessi raccogliere le sue ultime confidenze.
Come in un film rivedo le sequenze di una vita ricca di affetti, di prove difficili, di successi, di grandi dolori come la perdita precoce della moglie Carmela e di una figlia adorata, Elisabetta. La forte personalità si palesò già dall’adolescenza quando Antonio volle emigrare a Roma per continuare gli studi sotto l’ala protettrice degli zii Giovannino Guiducci ed Esterina. Soffrì la prigionia in Germania, divenne poi Avvocato, giovane amministratore comunale con il sindaco Alessandri, dirigente delle Ferrovie dello Stato.
Anche da lontano non cessò mai di amare profondamente la sua città. In Fiuggi contava le amicizie più vere con Luigino Martini, con Rolando Celesti, con Nando Martini, con Alessandro Ludovici, con Amerigo Barboni, con Pietro Martini junior direttore del nostro giornale. Le sue spoglie mortali insieme alla consorte Carmela riposano per sempre nella sua Fiuggi.
Di Iolanda ricordo il tratto gentile e raffinato, il sorriso accattivante, la battuta ironica in dialetto fiuggino. Catturava i clienti al San Giusto, gestito col marito Felice, con l’amicizia personale e la buona cucina di cui era maestra. Spesso i clienti, anche quelli più grandi di Lei, la chiamavano “ mamma Iolanda”. Più che un albergo Iolanda gestiva una casa – famiglia. Un esempio che merita di essere seguito, come Lei seguì quello di mamma Maria.
A Gloriana ed Enrica, a Franco e Luciano ed alle loro famiglie giunga un abbraccio forte ed affettuoso da parte dello zio Gino e della zia Pina.
Ricordo di Nicola Ricci
Un altro ragazzo del monumento, dopo Biagino D’Amico e Vittorio Magini, ha varcato la soglia dell’eternità , in punta di piedi e con dignità così come aveva improntato tutta la sua vita. Nicola aveva molti amici ed io credo di potermi onorare di essere stato tra questi. Di Lui ricordo il grande spirito di moderazione, l’atteggiamento sempre amichevole e confidenziale con tutti, la capacità di ascoltare le ragioni degli altri e di contribuire , se possibile, a superare le difficoltà. Il parlare tranquillo, pacato, quasi sotto tono, sempre col sorriso rispecchiava esattamente il suo stile di vita Un piccolo episodio vale più di tante parole per capire chi era Nicola. Mio fratello per affrontare il giudizio severo e senza peli sulla lingua di nostra madre alla quale voleva presentare la fidanzata pensò di farsi accompagnare da Nicola il quale con una battuta pronta sciolse la tensione:” Vale’ chessa è na femmena all’antica. Nun porta i cazzuni!”.
Io che ho avuto modo di frequentarlo, nelle lunghe passeggiate e nelle serate a casa o al bar passate a giocare a carte, specie negli anni giovanili, non l’ho mai visto arrabbiato,né sentito litigare con qualcuno. Anche nei momenti difficili Nicola sapeva sbrogliare le situazioni di tensione con la battuta ironica e con il sorriso sulle labbra.
Nei tanti anni trascorsi come segretario della scuola media prima, poi della elementare in Fiuggi vide passare sui banchi di scuola centinaia di adolescenti che potevano trovare un interlocutore attento, sensibile ai problemi piccoli e grandi dei ragazzi.. I prèsidi i maestri ed i professori vedevano in Lui un amico, sempre, e, spesso, un consigliere prezioso e preparato. Conosceva come pochi la legislazione che riguardava la scuola e la cultura in generale. Nella parte finale della sua vita scoprì la passione per la campagna e nella pace dei campi diventò un esperto coltivatore di vigneti ed uliveti.
Le qualità umane, in primis la generosità, di Nicola le hanno conosciute soprattutto i familiari di Nicola, in particolare la moglie Letizia ed i figli che lo adoravano, Roberto e Tiziana ai quali dedicò la propria vita e che lo hanno ripagato con una dedizione che sicuramente avrà alleviato le sofferenze della malattia di questi ultimi anni.
Caro Nicola resterai sempre nei nostri cuori, ma tu volgi la tua mano protettrice su tutti noi.
Riposa nella pace del Signore.
L’Ideologia e i Giovani:
plagiati, illusi, traditi, uccisi.
Gli altoparlanti gracchiavano già da una o due ore canzoni ed inni fascisti e patriottici sulla piazza Trento e Trieste o piazza dell’0lmo per i paesani. Per le ore 17 del pomeriggio era atteso con ansia e un po’ di paura un discorso del Duce di enorme importanza. Il segretario del Fascio di Fiuggi l’aveva fatto annunciare dalle prime ore del mattino attraverso il banditore pubblico che girava tutti gli angoli del paese, e, dopo il suono bitonale caratteristico della trombetta di ottone aveva annunciato il grande evento del pomeriggio ed invitava tutta la popolazione ad intervenire. Alle16 la piazza era piena di gente in paziente attesa. Nel balconcino al primo piano del municipio esattamente dove le due ali del municipio si incontrano quasi ad angolo retto faceva bella mostra di sé un grande fascio di vetro colorato come la bandiera , bianco, rosso verde, illuminato all’interno da lampadine elettriche. Ai lati del fascio due grandi altoparlanti per trasmettere la voce del Duce via radio, come era accaduto in passato, per la guerra in Etiopia o altri fatti per i quali il regime fascista era solito mobilitare le piazze. Alle 17 puntuale la voce stentorea ed in qualche modo suggestiva di Benito Mussolini echeggiò sulla piazza attenta e attonita:
” Italiani, la dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna!”.
Era il dieci di Giugno del 1940. La Germania era in guerra dal primo Settembre del 1939. Aveva occupato con la guerra lampo la Polonia per spartirla, dopo, con l’Unione Sovietica attraverso il famigerato patto von Ribentropp- Molotov. Aveva attaccato la Francia passando attraverso i Pesi Bassi, Olanda e Belgio e sgominato in un fiat la linea fortificata Maginot, prendendola alle spalle con i carri armati Tigre. Gli Inglesi si ritiravano precipitosamente imbarcandosi a Dunquerke. La Francia stava per arrendersi.
Quale momento più favorevole per sedersi al tavolo della pace quasi senza colpo ferire e reclamare anche per l’Italia le spoglie della vittoria sicura? Da tempo Mussolini esaltava l’italianità di Nizza, della Savoia, della Corsica. Si cantava:” e se la Francia non è una troi….. Nizza e Savoia ci deve ridar”. Mussolini si riteneva il più furbo della combriccola degli uomini di stato, ma aveva fatto i conti senza l’oste: gli Stati Uniti.
Il discorso fu accolto dagli applausi della gente, un po’ spontanei, un po’ forzati. Soprattutto le donne mostravano grande preoccupazione pensando ai figli, mariti, fratelli che sarebbero stati coinvolti nella tragedia della guerra. I più entusiasti erano i giovani presi dall’euforia ed esaltati dalle parole di facili trionfi che Mussolini prometteva e loro ne sarebbero stati i vittoriosi protagonisti e testimoni. Erano cresciuti ( io tra questi) imbevuti a scuola nell’Etica Fascista racchiusa, secondo me, in tre Slogans del Regime:
1)Credere (nel Duce), Obbedire (al Duce), Combattere (per il Duce),
2) Mussolini ha sempre ragione,
3) Dio stramaledica gli Inglesi.
Li leggevi dovunque, sui libri, sui giornali, sui muri delle case, li ascoltavi nei discorsi. Per noi giovani e giovanissimi ( avevo meno di dieci anni ) erano una verità indiscussa, il nostro vangelo, e il Duce il nostro idolo.
Alla fine del discorso del Duce che aveva attaccato duramente Francia ed Inghilterra definendole potenze reazionarie “demoplutocratiche” i giovani più vivaci, più entusiasti, specie quelli del G.U.F. (gioventù universitari fascisti) organizzarono un corteo per le vie del paese guidati da un alfiere non alto di statura, infervorato nel suo ruolo, esuberante e generoso, convinto di incarnare una storia vittoriosa. Sulle spalle aveva la bandiera tricolore. Ai miei occhi appariva come un eroe vincente. Pensai di seguirlo e di inneggiare con Lui alla immancabile vittoria.
Era Silvio Incocciati. Aveva 20 anni.
Lo accompagnavano altri ventenni, come Lui ( e come me) ubriacati dalle parole del Duce, pronti a servire la Patria Fascista che li chiamava alle armi. Mi pare di ricordare Samuele Cellie, Funtò Aurelio, Alessandro Ludovici ( più tardi mio grande amico personale) ed altri di cui non mi sovviene. Erano tanti. Tutti giovanissimi, disposti ad una sfida più grande di loro di cui neppure immaginavano le tragiche conseguenze. Passarono davanti a San Pietro, scesero verso il Colle, risalirono per il monumento fino alla piazza dove continuarono a saltare e cantare gli inni fascisti. Tornando a casa quella sera trovai nonno Luigiotto con la faccia seria e preoccupata. Mi guardò in faccia e disse: “La guera è nu guaio grusso. Iu duce nun po’ abbence cu la perfida Albione (Mussolini non può farcela con la Gran Bretagna)!” Ebbi un gesto di ribellione:” no,’ si nu’ ‘lla pianti te vaio a denuncia’!” Non l’avrei mai fatto, ma ancora oggi mi vergogno di quelle parole cattive da fascista in erba.
Dopo qualche mese tutti quei giovani ricevettero la cartolina di precetto e la festa finì. Iniziava il dramma personale, per qualcuno la tragedia, che coinvolse poi tutta l’Italia.
Silvio era studente universitario, fece il corso ufficiali e fu inviato in Russia con l’Armir. L’ultimo indizio della sua vicenda umana me lo dà Felicetto De Marchis (mio amico nella vita e nella politica). Nell’inverno 42-43 sul fronte ucraino, non sò come, Felicetto, anche Lui in Russia, aveva saputo che Silvio, prima di rientrare in Italia per gli esami universitari, voleva andare a trovarlo. Aveva anche saputo che Silvio preparava i suoi esami in trincea tra una cannonata e l’altra.
La visita non ci fu come non ci fu il rientro in Italia, perché la guerra aveva inghiottito Silvio insieme a tanti altri giovanissimi eroi. Si calcola che dagli 80 ai 100000 giovani italiani persero la vita combattendo o in prigionia sterminati dalle sofferenze, dal gelo,dalla fame, dal tifo petecchiale nella più totale indifferenza dello Stato Sovietico che non si preoccupò neppure di dare notizie sulla morte e sulle circostanze della morte allo Stato italiano, alle famiglie, alla Croce Rossa Internazionale.
Il silenzio più assoluto.
Colombo ancora oggi, nell’anelito inappagato di amore fraterno, cerca il volto del fratello nelle figure sbiadite di fotografie di prigionieri italiani in Russia che fortunosamente arrivano a lui.
Caro Colombo, non cercare più il tuo Silvio tra gli uomini. Egli,avvolto nella luce della verità, ormai al riparo dagli inganni dei falsi profeti di false ideologie, ci vede ed indica a tutti noi la strada giusta da percorrere.