giovedì 19 novembre 2009

Lettera aperta al dottore Luca Attenni direttore del Museo civico di Alatri

Egregio dottore Attenni
Credo che Lei sia proprio la persona giusta cui rivolgersi per discutere una iniziativa che potrebbe rappresentare la consacrazione definitiva a livello internazionale del valore archeologico, storico, culturale, artistico delle Mura Ciclopiche di Alatri che sono da annoverare tra i reperti architettonici più antichi ( oltre 4000 anni) e meglio conservati della Archeologia italiana, europea e, forse, mondiale.
Ho letto con piacere sul giornale “Fiuggi”, di cui sono un modesto collaboratore, un interessante articolo a firma di Simona Sanchirico intitolato “Seminario internazionale sulle Mura diAlatri”.
Si tratta del quarto seminario tenuto in Alatri con la partecipazione di archeologi, architetti, ricercatori e giornalisti divulgatori sotto il patrocinio del Comune di Alatri, della Sovrintendenza Archeologica del Lazio e della Toscana, della Provincia, della Regione. Un filone di studio e di approfondimento che continuerà il prossimo anno con il quinto Seminario. Lodevoli iniziative ed eventi che meritano un plauso de parte di tutti gli abitanti della nostra provincia che vorrebbero vedere l’Acropoli come monumento unico, originale offerto all’attenzione ammirata del mondo intero.
E’ vero che esempi di mura poligonali sono presenti in altre città anche del Lazio, dell’Umbria, della Toscana (Amelia, Lucignano), pure esse ammirevoli. Si tratta sempre di residui molto limitati e modesti. Nessuno di questi reperti ha la completezza architettonica, la maestosità, la grandiosità geometrica dell’Acropoli di Alatri che fece esclamare circa due secoli fa allo storico tedesco Gregorovius: “ ho provato una emozione pari a quella suscitata dal Colosseo!”
Conosco l’Acropoli dagli anni quaranta quando frequentavo il Conti Gentili e si giocava a pallone sui prati antistanti la cattedrale. Le pietre enormi, sovrapposte l’una sull’altra con sapiente maestria, ma enorme fatica, sbrigliavano la fantasia e ci facevano pensare a giganti che manovravano come fuscelli macigni del peso di tonnellate e tonnellate. Grande era ed è rimasta nel tempo la mia ammirazione per un’opera che ha sfidato e sfiderà ancora i millenni. Quale manufatto al mondo che vanti la stessa vetustà (oltre 4000 anni), può vantare lo stesso stato di conservazione e la capacità di suscitare un pari impatto emotivo nel visitatore?
Nel 2006 ebbi occasione di scrivere sul “Fiuggi un articolo sulle Mura Ciclopiche di Alatri e lanciai l’idea di proporre il riconoscimento dell’Acropoli come patrimonio comune dell’Umanità da parte dell’Unesco. . Del resto ci sono monumenti e manufatti urbani in Italia e nel mondo che hanno ottenuto l’ambìto riconoscimento per meriti e titoli di gran lunga inferiori a quelli delle Mura megalitiche di Alatri. Scrissi in proposito anche una lettera al sindaco dottor Magliocca, forse, mai pervenuta al destinatario.
Non sapevo del lavoro prezioso che Lei stava svolgendo in un ambito, però , piuttosto ristretto di addetti ai lavori. per la valorizzazione di un monumento unico nel suo genere
Lei sarà come me convinto che l’Acropoli merita un palcoscenico molto, molto più ampio, aperto ai flussi di visitatori dall’Europa, dall’America, dall’Asia, dall’Africa.
Quale biglietto da visita può essere più efficace di un riconoscimento da parte dell’Onu che avrebbe i suoi effetti benefici a cascata su tutta la nostra provincia?
L’iter burocratico è semplice, le prerogative ci sono tutte, i soldi (140-150 mila euro) non sono un problema insuperabile conoscendo, anche, la generosità dei Ciociari, il risultato non potrà mancare.
Orsù dottor Attenni si metta all’opera,
Lei è la persona giusta, al posto giusto, al momento giusto. Non sarà solo e guadagnerà un titolo di merito e di riconoscenza di fronte ai cittadini di Alatri e di tutta la provincia.
Sono sicuro che la civica amministrazione con il sindaco in testa saranno al suo fianco per il perseguimento di un obiettivo storico.
Mi consideri a Sua totale disposizione mentre La saluto con viva cordialità
Luigi Bonanni

mercoledì 30 settembre 2009

norman borlaug

Norman Borlaug 1914-2009 Norman Borlaug: chi era costui?
Sicuramente la maggioranza dei nostri lettori ignora l’esistenza e la storia di un personaggio che non ha mai avuto gli onori della cronaca come può capitare ai calciatori famosi, ( Kaka, Buffon, Ronaldo, etc.) agli attori famosi (Vittorio Gasmann, Laurence Olivier, Greta Garbo), ai politici ( troppi) più o meno famosi. Eppure non c’è confronto tra calciatori, attori, politici, famosi, ed il semisconosciuto Norman Borlaug per quanto riguarda il contributo dato per il progresso ed il bene dell’umantà, in special modo quella più povera, più sfortunata, più affamata.
Norman Borlaug ha chiuso gli occhi per sempre pochi giorni fa, il 12 Settembre 2009, all’età di 95 anni dopo aver lavorato per oltre 50 anni come agronomista geniale che riuscì a salvare centinaia di milioni di vite perché contribuì decisivamente a raddoppiare la produzione di cereali nel mondo tra gli anni 1960 e 1990. Era nato 95 anni fa, il 15 Marzo 1914 in una fattoria di Cresco, Stato dello Iowa, Stati Uniti d’America da una modesta famiglia contadina.
Quanti giornali italiani hanno riportato in prima pagina la notizia della morte e la storia della sua vita straordinaria ? Forse nessuno.
Il giornale Fiuggi vuole essere una eccezione e vuole far conoscere questo umile eroe di pace soprattutto ai bambini ed ai ragazzi perché capiscano che gli eroi di pace a volte valgono quanto e, forse, più degli eroi di guerra.
Norman Borlaug fu uno scienziato agricolo che si dedicò, con l’aiuto di una valida scuola di collaboratori da lui voluta e attraverso incroci ripetuti di varietà diverse di cereali, alla creazione di varietà nuove di grano con caratteristiche particolari: rendimento molto elevato per unità di superficie e resistenza alle malattie più comuni e devastanti dei raccolti di grano. Con questa scoperta Borlaug ottenne il raddoppio della produzione di grano tra il 1960 ed il 1990. Ad esempio negli Stati Uniti il raccolto di grano passò dai 256 milioni di tonnellate nel 1960 ai 596 milioni (più del doppio) di tonnellate del 1990 su una superficie di terra più ristretta. La produzione più elevata in superfici più ridotte consentì al presidente Clinton tra il 1990 ed il 2000 di emanare leggi per la istituzione di nuovi parchi naturali negli U.S.A. per una estensione pari a poco meno di 30 milioni di ettari!
L’opera di Borlaug fu chiamata la Rivoluzione Verde e si sviluppò giorno per giorno negli Stati Uniti prima e, successivamente, in giro per il mondo a cominciare da Messico, poi in India, Pakistan e Paesi d’Africa dell’area subsahriana. Il suo lavoro instancabile ed efficace. gli valse nel 1970 l’assegnazione del premio Nobel per la Pace a causa delle scoperte nel campo agricolo. Le varietà di grano create da Borlaug permisero a Paesi come il Messico,l’India, il Pakistan di quadruplicare la resa dei loro raccolti di grano. Paesi afflitti cronicamente dalla carestia, dalla fame e dalla malnutrizione diventarono autosufficienti per la produzione del cibo primario.
Sembrerà incredibile, eppure anche Borlaug incontrò critici feroci secondo i quali l’alta resa delle varietà di grano create da Borlaug “stressavano” l’ambiente.
L’amore di Borlaug per l’agricoltura sfociava in una vera e propria passione. Al suo biografo Lennard Nickel così diceva:” quando il grano sta maturando correttamente, quando il vento soffia attraverso i campi, tu puoi sentire le spighe del grano che si strofinano tra loro. Esse risuonano come gli aghi dei pini nella foresta. E’ una dolce, sussurrante musica; una volta che tu l’hai sentita non la dimenticherai mai più.”
Allorquando si verifica una prolungata assenza di cibo il corpo umano consuma inesorabilmente giorno dopo giorno la propria carne, scompare il pannicolo adiposo, la faccia diventa sempre più scavata, dominata da occhi spalancati e fissi nel vuoto, con espressione triste e rassegnata. Ogni movimento diventa causa di grande dolore e la pelle distrofica si rompe in più punti, lasciando entrare batteri di ogni tipo che assalgono gli organi interni e conducono l’organismo ad una rapida morte settica, che a quel punto è solo una liberazione. Le scoperte di Borlaug salvarono dal dramma della fame e da morte sicura almeno 1 miliardo di persone in tutti i continenti. Il Programma Cibo per il Mondo delle Nazioni Unite ha affermato che le realizzazioni del dr Borlaug avevano salvato più vite che qualsiasi altro uomo nella storia dell’umanità.
E’ anche vero che,nonostante i risultati raggiunti da Borlaug, quest’anno per la prima volta le persone che rischiano di morire di fame supereranno purtroppo il miliardo. La strada da percorrere è sempre più lunga per vari motivi, quali le politiche di produzione, la crescita della popolazione, le variazioni climatiche, la corruzione, il flagello della siccità, l’impegno piuttosto distratto dei Paesi ricchi.
Essendo stato Borlaug un grande scienziato con la mente aperta alla novità ed alla ricerca pura senza pregiudizi, né paraocchi, era naturalmente interessato alla biogenetica, allo studio degli organismi geneticamente modificati ( in fondo Lui per tutta la vita aveva lavorato a creare nuove varietà di grano, cioè lo stesso lavoro che fanno gli scienziati,oggi, impegnati nella elaborazione degli Ogm).
Però tale atteggiamento gli procurò tanti nemici tra gli ambientalisti ed i Verdi.
Nel 1997 così si esprimeva in una intervista:”Alcuni ambientalisti delle Nazioni occidentali sono il sale della terra, ma molti di loro sono elitari. Essi non hanno mai sperimentato la sensazione fisica della fame; se essi avessero vissuto appena un mese in mezzo alla miseria dei paesi del terzo mondo, come io ho fatto per 50 anni, reclamerebbero oggi la necessità di trattori, di canali di irrigazione, di fertilizzanti, e sarebbero oltraggiati dal fatto che ambientalisti elitari, stando a casa loro, cercassero di negare ad essi queste cose”.
Nel 2007, dopo aver ricevutola Medaglia d’Oro del Congresso americano egli affermava:”
La battaglia per garantire la sicurezza del cibo per centinaia di milioni di poveri è ben lungi dall’essere vinta. La pace nel mondo non si costruirà sugli stomaci vuoti o sulla miseria umana. E’ nel potere tecnologico e finanziario del mondo occidentale contribuire a porre fine a questa tragedia ed ingiustizia umana, solo se indirizziamo i nostri cuori e le nostre menti all’arduo compito.”
Oggi nel firmamento dei benefattori del Pianeta e del genere umano brilla una stella in più, la stella di Norman Borlaug

martedì 28 luglio 2009

Anche i morti cantano

Negli anni tra il 1910 e 1915 Anticoli di Campagna era ancora un villaggio assai piccolo, appollaiato su un colle, delimitato nella sua estensione da due porte, la barriera della porta dell’Olmo ad est, e la porta del Colle ad ovest, entrambe oggi scomparse. Forse un migliaio di abitanti dediti principalmente alla pastorizia ed ai lavori agricoli. Una vita grama per tutti, o quasi, fatta di duro lavoro, sudore e tribolazioni. Anche i bambini erano chiamati precocemente, a 7-8 anni, a dare una mano nel lavoro o per accudire gli animali domestici.. Tutta la zona dell’attuale “Monumento” era campagna aperta caratterizzata dalla presenza, al posto dei giardini pubblici di oggi, dell’antico cimitero, intorno al quale c’erano vigneti, frutteti, orti, campi agricoli, stalle per gli animali domestici.
Vincenzo ed Antonio, entrambi nati nel 1902, età compresa tra 10-12 anni, erano due cuginetti bene affiatati, insieme nella scuola, insieme a casa, insieme nelle ore di svago. Era la fine del mese di Settembre ed il caldo si faceva ancora sentire. Papà Luigiotto e papà Onorato dissero ai due ragazzini che quella notte non avrebbero dormito a casa perché c’era da guardare il vigneto dove l’uva era già matura e poteva tentare qualcuno dalle mani lunghe e leste. Vincenzo ed Antonio accettarono di malavoglia l’ordine ricevuto e la sera,calate le tenebre e dopo una cena frugale, si recarono al vigneto situato nella zona dell’odierna via della Villa comunale, proprio al confine con il cimitero. Si sistemarono su due panche di legno nella piccola baracca-rifugio che era a pochi passi dal camposanto e dopo aver scambiato qualche parola si addormentarono rapidamente. Vincenzo fu all’improvviso risvegliato da un canto, simile ad una nenia, che proveniva dal cimitero. Aguzzò l’orecchio per capire meglio le parole e riconobbe una stornellata paesana:” la Marianna va in campagna quando il sole tramonterà, tramonterà, chissà quando, chissà quando ritornerà.”
Cominciò ad agitarsi, si rigirò sulla panca indolenzito, mentre il cuore gli saliva in gola e chiamò con voce soffocata:” Anto’! Antò!” Antonio dormiva saporito e per svegliarlo dovette scuotergli con forza il braccio. “ Che vò, lassume dormi’ “ mormorò Antonio. “Antò dentro agliu camposanto stanno a cantà” fu la voce allarmata di Vincenzo. “ Ma tu stai a vaneggià, lassume perde” così dicendo Antonio si rigirò dall’altra parte. Proprio in quell’istante tornò a farsi sentire il canto , più forte e più chiaro di prima.” Sera ci venne, ntenivi na lumaccia p’allumamme, ntenivi na sediaccia p’assettamme”. Antonio saltò giù dalla panca e disse di uscire fuori per capire meglio la provenienza della voce. Non c’era dubbio, la voce veniva dall’altra parte del muretto che divideva il vigneto dal cimitero. Anzi, sembrava che nascesse proprio dalla cappella dove sostavano le salme prima di essere sepolte. Non poteva essere un cristiano vivo! Allora qualche morto resuscitato, o qualche spirito diabolico? I due ragazzi si guardarono negli occhi senza aprire bocca ed istintivamente si lanciarono verso la baracca in cerca di protezione. Chiusero la porticina sgangherata di legno con il chiavistello trasversale e si sedettero su una panca con le orecchie dritte ad ascoltare. Si levò di nuovo un canto nitido sempre dialettale:”si t’acchiappo sola pe la macchia te faccio fa iu canto ‘lla ranocchia” e proseguiva con le altre parole dello stornello.
Antonio e Vincenzo erano sempre più atterriti, tremavano come foglie al vento. L’impulso era quello di scappare e tornare a casa ma sapevano che i genitori non avrebbero accettato le loro giustificazioni, e, forse, le avrebbero anche buscate. Si strinsero l’uno all’altro su una panca ed aspettarono il giorno passando le ore in un dormiveglia quanto mai agitato.
Appena il sole spuntò su Capo le Ripe Vincenzo ed Antonio abbandonarono la capanna e corsero trafelati per la salita di San Biagio, attraversarono la barriera alla porta dell’Olmo, risalirono lo stradone fino a San Pietro ed infilarono l’uscio di casa. Raccontarono l’accaduto ai genitori che non credettero neppure una parola del loro racconto. Di fronte allo scetticismo del papà Luigiotto Vincenzo si sentì quasi offeso ed esclamò:” Massera da suio nun ci revaio agl’abrito ( stasera da solo non ci torno alla vigna). Lui ed Antonio erano più che mai decisi a rifiutare di passare la notte da soli nella vigna. Onorato e Luigiotto si resero conto alla fine che la paura e l’agitazione dei ragazzini non erano una scusa ma erano autentiche e concordarono insieme di passare la notte alla vigna insieme ai figli per capire cosa stava succedendo. A sera raggiunsero tutti e quattro la baracca nel vigneto e si sistemarono in qualche modo nello spazio ristretto sedendosi due a due sulle panche. Una bella luna piena trionfava nel cielo trafitto da migliaia di punti luminosi del firmamento ed il silenzio della calda notte era rotto solo dal raro frinire di qualche tardiva cicala.
“Si v’anno (quest’anno) nun me assoro (sposo) mi gliu taglio e gliu metto pe pennacchio a gliu cappeglio” proseguiva la voce con il resto della stornellata chiara e limpida nella notte.
Luigiotto e Onorato si guardarono sorpresi ed increduli, non credevano alle loro orecchie. Uscirono all’aperto e la voce un po’ incespicante veniva proprio dalla cappella del cimitero. Si armarono di bastone, scavalcarono il muretto ed entrarono nel camposanto illuminato quà e là dalla fioca luce di qualche lumino. Aprirono la porta della cappella, al centro c’era il cataletto ( una cassa di legno rustico poggiata su quattro zampe e provvista di quattro stanghe, due davanti due dietro, usata per il trasporto delle salme dalla abitazione al cimitero) e nel cataletto c’era sdraiato un uomo che cantava a squarciagola. Lo riconobbero. Era Peppe “iu puzzono” cosi soprannominato perché dopo la morte della moglie dormiva sempre nella stalla in mezzo agli animali, sempre ubriaco, pure di giorno. Non aveva trovato di meglio che rubare il letto ai morti.. Appena vide spuntare i bastoni con un salto da gatto usci dal cataletto e fuggì fuori dal cimitero gridando “perdunateme, nun so’ fatto male a niciuno”.
Da quella sera, però ,i morti si ritrovarono più soli e più tristi senza gli stornelli, magari anche licenziosi e spinti, di Peppe il “puzzone”.

giovedì 30 aprile 2009

Cosa ci insegna il terremoto d'Abruzzo

L’Italia insieme al Giappone, Cina, e California è uno dei Paesi a maggior rischio sismico nel mondo per la semplice ragione che la linea di frattura tra la placca africana e la placca euro-asiatica corre lungo tutta la dorsale appenninica dalla Sicilia fino alla Romagna ed oltre, attraversando la Calabria, la Campania, l’Abruzzo e Molise, l’Umbria, le Marche, la Romagna, il Friuli Venezia Giulia, sfiorando il Lazio e la Toscana. Sono queste le regioni teatro dei più violenti terremoti che hanno funestato la nostra penisola con danni alle persone ed alle cose di gran lunga superiori a quelli che si verificano in California e Giappone per eventi della stessa portata ed intensità. Evidentemente le norme antisismiche rispettate in California e Giappone non lo sono altrettanto in casa nostra. A L’Aquila sono crollati edifice costruiti, almeno sulla carta, secondo le norme antisismiche più severe. Testimoni oculari raccontano che è frequente vedere, tra due edifici contigui in cemento armato, uno raso al suolo e l’altro del tutto indenne dal tetto alle fondamenta. Eppure la forza distruttiva scaricata sull’edificio indenne è la stessa scaricata sull’edificio abbattuto. La differenza sta solo nelle diverse modalità di lavorazione per i due edifici. Non sono io in grado di entrare nel discorso tecnico, qualità e miscelazione del cemento, quantità e calibro dei tondini di ferro, staffature più o meno secondo le regole. Sicuramente sulla carta i progetti italiani non sono da meno di quelli giapponesi e californiani. E’ nella costruzione che si verifica il gap incolmabile, causa delle catastrofi italiane, che vede protagonisti in negativo le imprese di costruzione, la direzione dei lavori, la fase di collaudo dei lavori eseguiti, il Genio civile, gli Enti locali. Una catena gerarchica di responsabilità e controllo che fa cilecca troppo spesso per vili e spregevoli ragioni di vantaggio economico sulla pelle delle persone e delle loro cose. Una più corretta applicazione delle norme antisismiche avrebbe potuto salvare un gran numero di vite umane all’Aquila.
Quis custodiet custodes (chi custodirà i custodi)? Un interrogativo che si ponevano gli antichi romani, più che mai attuale ancora oggi.
Forse una risposta c’è:
1)Rendiamo obbligatorio per legge di Stato in tutte le regioni a rischio sismico l’invio del progetto di costruzione edile ai carabinieri dei NAS, adeguatamente potenziati nel territorio, e demandiamo ad essi, con l’ausilio dei tecnici necessari e competenti, il compito di controllare la fase di costruzione ed il collaudo finale dell’edificio pubblico e privato. Lo stesso controllo si dovrebbe estendere anche alle verifiche e ricognizioni sugli edifici esistenti e bisognevoli di lavori di consolidamento. Credo che gli inghippi ed imbrogli in materia edilizia precipiterebbero presto vicini allo zero. Le stazioni dei carabinieri sono presenti capillarmente su tutto il territorio italiano, anche negli angoli più remoti e l’iniziativa sarebbe di facile attuazione E se non bastano i carabinieri coinvolgiamo anche la polizia di Stato.
2) Rendiamo più severe, più tempestive e più certe le pene irrogate con una legislazione aggiornata che faccia tesoro delle tragiche esperienze vissute dal nostro Paese.
E’ urgente intervenire, consapevoli come siamo che non passa decennio senza che l’Italia sia colpita da catastrofi sismiche con stragi di vite umane che potremmo sicuramente evitare, almeno in larga parte.

giovedì 16 aprile 2009

Una testimonianza cristiana

Suor Vincenza Bonanni, al secolo Margherita (Rita), nacque il 25 Novembre 1925, primogenita di Vincenzo e di Sforza Valeria nella casa paterna in Via Armando Diaz. Fu la prima di una schiera di sette figli, di cui due, nati gemelli, morirono per sepsi pochi mesi dopo la nascita. Papà Vincenzo lavorava duramente nell’edilizia e mamma Valeria lavorava ancora di più in casa. Rita visse una stagione dell’infanzia spensierata assai breve perchè presto arrivarono sorelline e fratellini e lei cominciò molto presto a lavorare in casa per aiutare la mamma e accudire i più piccoli per mangiare, per vestirsi , per le pulizie. Ben poco era il tempo che poteva dedicare ai giochi ed alle amicizie tra bambini. Si sentiva un pò la reginetta della cucina che teneva sempre lustrata a lucido, indugiando per lungo tempo a pulire vetri, piatti, pentole di rame, mattonelle, rubinetti. Tutto in cucina era smagliante, sembrava la casa di mastro Lindo e lei ne era orgogliosa. Finchè un giorno nostro padre seccato per tanta testardaggine verso un lavorio, secondo lui inutile, prese una manciata di cenere e la sparse su pentole e mattonelle che Rita aveva appena lucidato.Per lei fu una mortificazione. All’improvviso non si sentiva più la reginetta ma precipitava al ruolo di una umile cenerentola. Quella sera tenne il broncio con papà ed andò a letto senza cenare.
Non conobbe giocattoli nella sua infanzia. Giocava con le bambole di pezza disegnate e confezionate con straccetti rimediati da lei, insieme con Evelina e le cuginette. Era brava al gioco della corda, della campana e delle breccole, i giochi innocenti e semplici di tempi assai poveri. Le bastava poco per essere allegra e sorridente.
A scuola non otteneva grandi risultati, non si impegnava più di tanto ed in classe spesso la maestra la richiamava perchè stava con la testa tra le nuvole. Lei si accontentava della sufficienza e non aveva alcuna ambizione di primeggiare. Insomma il comportamento a scuola era senza infamia e senza lode.
Già alla seconda elementare vennero fuori importanti problemi agli occhi per via di una miopia definita progressiva. Fu costretta a mettere gli occhiali bruttini per via di lenti spesse e pesanti.
Di lì cominciò la presa in giro piuttosto cattivella delle compagne e compagni che la chiamavano a gran voce e ripetutamente “quattrocchi, quattrocchi.” Rita si sentiva umiliata e derisa, avrebbe voluto fare a meno delle lenti, perché a quell’epoca era davvero raro vedere un bambino con gli occhiali, ma per la sua vista sempre più indebolita gli occhiali diventavano ancora più necessari. Prima o poi dovevano pure stancarsi di prenderla in giro.
Per governare le galline c’era Rita, per portare da mangiare in cantiere a papa c’era Rita, per andare da zia Assunta a fare la spesa c’era Rita, un pò perché era più grande, un pò perché ai libri preferiva il lavoro. Era una piccola grande lavoratrice.
Nonno Luigiotto aveva un debole per questa nipotina umile, servizievole, disponibile, sempre pronta ad aiutare tutti, mentre non chiedeva mai niente per la sua persona.
Durante la guerra, quando più acuta si faceva la fame per la mancanza di pasta, pane, latte, zucchero, perfino il sale, mia madre riusciva sempre a rimediare in qualche modo per la cena una ciotola di latte e due fette di pane soltanto per il nonno
il quale divideva quasi sempre la cena con qualcuno di noi cinque bambini. Quando il regalo toccava a Rita, lei , senza pensarci due volte, passava il latte ed il pane ai fratelli più piccoli, Lisetta e Virginio e placava i morsi della fame con un pezzo di pane raffermo, se c’era, bagnato nell’acqua.
La morte della nonna Maria, del nonno Luigi e del padre Vincenzo in tempi ravvicinati rafforzarono la vocazione religiosa già fiorita da qualche anno nel suo animo. Nel 1953 venne ordinata suora, con il nome di suor Vincenza in memoria di papà Vincenzo, nell’ordine di Santa Chiara ed iniziò la peregrinazione in giro per l’Italia. Castel San Pietro (Rieti), Cavarzere (Rovigo), Sant’Anna di Chioggia (Venezia) furono le tappe della sua vita da religiosa. Dopo alcuni anni approdò definitivamente a Fiuggi e fu assegnata al Noviziato di via Vecchia Fiuggi dove divideva il tempo tra la preghiera, la portineria e la cura dei bambini dell’asilo. Diventò presto una figura popolarissima, amata dalle mamme ed ancor più dai bambini per la spontaneità, per la vena ironica e piena di allegria, il vezzo inguaribile di parlare il dialetto stretto con tutti , vescovo e Cardinali
compresi che ripetevano con divertimento le parole fiuggine apprese da suor Vincenza. Le giovani novizie brasiliane, filippine, africane imparavano il dialetto fiuggino prima dell’italiano e consideravano suor Vincenza la loro sorella maggiore cui volevano un gran bene. Aveva sempre una parola affettuosa e un dolcetto per i suoi bambini dell’asilo e ben lo sapevano le mamme che vedevano in suor Vincenza una seconda mammina dei loro figli che le affidavano.
Pure insidiata nella salute da una seria cardiopatia era sempre vispa ed allegra e percorreva con gamba lesta più volte al giorno i lunghi corridoi del noviziato per aprire agli ospiti-amici ( ad esempio Nando Martini, Brunello Magini) ai quali offriva un caffè caldo ed una battuta dialettale.
Tutte le case di parenti ed amici ricevevano più volte all’anno la telefonata di suor Vincenza che seguiva da vicino le vicende familiari e si preoccupava con discrezione della salute di tutti. Si può dire che non passava giorno senza che io sentissi per telefono la mia sorella maggiore e proprio la sua scelta religiosa aveva rafforzato il mio affetto per Rita - suor Vincenza, specialmente dopo la morte della nostra mamma Valeria nel 1983. Era legata da profondo affetto, ricambiato, con tutte le suore della comunità ed in particolare nutriva un sentimento di filiale devozione per la madre generale suor Margherita, che, a sua volta, apprezzava ed amava quella suorina per la sua umiltà e la saggezza di cui spesso si giovava per chiedere pareri e consigli
Come già ebbi modo di raccontare sul giornale Fiuggi cambiando i nomi sotto il titolo “Robin Hood con il saio”, fu proprio suor Vincenza a rifilare la banconota di 50 mila falsa al cugino benestante per non far mancare un piatto di minestra ai bambini poveri dell’asilo. Il cugino perdonò la “birichinata” dicendo che quei soldi potevano essere spesi meglio dalle suore che non da lui.
La bonomia, la semplicità, la spontaneità furono i tratti principali del carattere per i quali si faceva benvolere in convento e fuori dal convento.
Gli ultimi anni di vita furono segnati dalle sofferenze per il progredire inesorabile della malattia che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale sopportati con serena rassegnazione e la preghiera. La sua espressione più frequente era: “sia fatta la volontà di Dio”.
Il 25 Agosto 2005 Suor Vincenza dava l’addio definitivo alla sua vita materiale, una vita spesa bene, raggiungeva la patria celeste per ricongiungersi con papà Vincenzo e mamma Valeria.