martedì 30 dicembre 2008

Andalusia, Lembo di Europa Poco Conosciuto, crocevia di grandi civiltà’

L’Andalusia, che comprende otto province(Almeria, Malaga, Cadice, Jaen, Cordova, Granada, Siviglia, Huelva) è la regione più meridionale della Spagna ed una delle più grandi (90000 km quadrati, circa nove volte il Lazio), presenta vaste pianure ondulate, estese zone collinari e due più importanti catene montuose : la Sierra Nevada a sud-est di Granada e la Sierra Morena a nord di Cordova. La regione ha un passato storico di grande rilievo perchè fu per circa sette secoli (dall’ottavo secolo al quindicesimo) sotto la dominazione araba che creò i famosi califfati di Cordova, di Siviglia, di Granada. In queste tre città troviamo le vestigia più significative, per il valore storico ed artistico, della civiltà araba che prosperò in quelle terre dall’alto medioevo fino alla fine del 1400. In Andalusia si fronteggiarono, ma convissero anche lungamente le tre Religioni monoteiste: Ebrea, Mussulmana, Cristiana. In particolare gli Ebrei mantennero un buon rapporto civile e commerciale con gli Arabi ed i Cristiani fino a quando non fù costituito il tribunale del Santo Uffizio che perseguitò,condannò e costrinse all’esilio verso l’Europa centro-orientale la grande massa di Ebrei insediati da secoli in Spagna, in particolare in Andalusia.
Un viaggio in terra andalusa è di grande interesse perchè permette di conoscere e apprezzare l’arte e i monumenti storici arabi insieme con le tracce( più modeste) lasciate dagli Ebrei che vivevano nelle Juderias(quartieri oghetti ebraici) ed infine la sovrapposizione delle opere cristiane che tentavano in qualche modo di cancellare o, almeno, nascondere l’esistente, senza riuscirci, per fortuna.
Granada fu l’ultimo califfato di Spagna a capitolare lo stesso anno in cui fu scoperta l’America(1492) e qui troviamo il gioiello architettonico più importante della presenza araba in Spagna: l’Alhambra o cittadella fortificata. Fu costruita tra il tredicesimo e quattordicesimo secolo. Accoglieva, oltre al Califfo, i più alti dignitari di Corte. La collina su cui sorge l’Alhambra è molto ricca di vegetazione che forma un parco naturale in cui la cittadella è incastonata. Le mura intorno alla cittadella si snodano per oltre tre chilometri e sono interrotte da numerose torri. Oggi sono rimaste ventidue ma originariamente se ne contavano trentadue.
Vicinissimo all’Alhambra è il complesso Generalife, residenza estiva o di fine settimana del Califfo, certamente più modesta, ma ugualmente suggestiva. Graziosi sono i giardini arabi con piccoli laghetti artificiali e getti d’acqua zampillanti lungo i bordi con effetto scenico notevole.L’acqua è sempre in grande evidenza nelle costruzioni arabe e nel complesso Generalife e Alhambra scorre in grande quantità, senza riciclo, perchè gli Arabi la raccoglievano dai vicini monti della Sierra Nevada e con un canale artificiale lungo più di sei chilometri la portavano nella cittadella fortificata ed ancora oggi questa rete di adduzione è perfettamente funzionante. L’acqua, provenendo da alte quote,ha una naturale pressione di caduta, zampilla dai numerosi getti con forza verso l’alto con ritmiche oscillazioni , ora più alte, ora più basse, a formare archi argentei, cangianti nella forma e nella lunghezza. In fatto di ingegneria idraulica gli Arabi potevano insegnare a molti.In un patio del Generalife c’è un tronco di cipresso rinsecchito, vecchio di molti secoli, intorno al quale fiorì una terribile leggenda andalusa narrataci dalla guida spagnola.Il cipresso fù testimone di un amore illecito tra la Regina ed un Cavaliere. Il Califfo, conosciuta la tresca, non sapendo il nome del Cavaliere, ma conscendo la famiglia da cui veniva, invitò ad una festa tutti i maschi di quella famiglia e li fece uccidere tutti (erano trentasei) per essere certo di eliminare il colpevole.Poi la Regina fu immersa nel piombo fuso. La leggenda viene raccontata anche in altre versioni, ma il fatto di sangue è storia ed una targa vicino al cipresso ne è la memoria. Breve è il tragitto a piedi dal Generalife ai palazzi detti Nazari(dal nome di famiglia dei Regnanti) dell’Alhambra.
L’Alhambra è un’opera unica, originale, un esempio irripetibile, di straordinaria espressione artistica dei popoli Arabi nel continente Europeo.Visitando gli splendidi saloni,i cortili, l’Harem si passa da una meraviglia all’altra senza soluzioni di continuità. Autentici gioielli architettonici sono la sala degli Ambasciatori, la sala della Regina, l’Harem, il cortile dei Leoni, il cortile del Mirto, la sala delle due Sorelle,la sala del Riposo. Nell’Harem vivevano le donne del Califfo, che erano per lo meno quattro mogli e quindici concubine. La moglie che per prima partoriva un figlio maschio diventava Regina ed occupava la stanza della Regina.
Gli elementi architettonici che fanno la bellezza di questi luoghi sono ,oltre le slanciate colonne di marmo, gli archi che si presentano in forme molteplici: archi a ferro di cavallo, archi a tutto sesto, archi polilobati, archi sfaccettati a stalattite,archi multipli con incrocio intrecciato. Le pareti sono ricoperte di ceramiche ornamentali con quattro colori fondamentali: rosso come simbolo del sangue, azzurro come il cielo d’Arabia, verde che ricorda l’agricoltura, giallo oro la ricchezza. Bisogna ricordare che la ceramica fu introdotta dagli Arabi nei Paesi Europei. Nella parte alta delle pareti si ammirano incisioni finemente ricamate (arabeschi) ricavate da un impasto povero fatto di polvere di marmo, alabastro, stucco.
Le incisioni nascono da una mescolanza di motivi floreali, motivi geometrici, iscrizioni arabe che ripetono frequentemente l’aforisma: nessuno è più grande di Dio. Originariamente queste iscrizioni erano tinte in azzurro cupo ed il colpo d’occhio era ancora più suggestivo. Del colore originario si vede ora solo qualche traccia.
Nel cuore dei padiglioni dell’Alhambra fu costruito, dopo la caduta del Califfato di Granada, il palazzo di Carlo quinto in stile rinascimentale, con ampio cortile interno colonnato a cerchio, che in altro luogo avrebbe potuto essere apprezzato diversamente,ma, proprio qui, all’Alhambra, rappresenta una imperdonabile violazione e profanazione dell’arte e della cultura araba. Chi visita l’Andalusia dovrà abituarsi a ripetuti tentativi dei Cristiani di sopraffare e cancellare queste espressioni d’arte che sono patrimonio di tutta l’umanità. Su una collina antistante l’Alhambra si distende quello che nel passato lontano era il quartiere arabo dell’Albaizin, ancora ben conservato, con il suo dedalo intricato di vicoli e vicoletti, i balconcini in ferro battuto ricoperti di fiori, i piccoli giardini-pergolato(in arabo karma), che poi presero il nome di Carmen, che ancora oggi vuol dire casa-giardino. In queste piccole abitazioni a due livelli le famiglie vivevano al piano inferiore l’estate (ambienti più spaziosi non esposti al sole) ed al piano superiore l’inverno (ambienti più stretti esposti al sole).
Un pò più in alto dell’Albaizin le case-grotta abitate nei secoli dai gitani o zingari.
La Sierra Nevada, a sud-est della città, innevata per alcuni mesi all’anno, con le sue vette che raggiungono i 3300-3400 metri, costituisce una corona impareggiabile per la città e per l’Alhambra, in particolare. C’è una strada, percorribile in macchina, che ti porta dopo 35 chilometri sulla vetta del monte Veleta (3390), da dove si può vedere il Mediterraneo e l’Africa a Sud e l’Atlantico ad Ovest. E’ una delle strade più alte d’Europa.
La città di Granada somiglia a tante altre città dell’Europa meridionale, ma ha una caratteristica particolare, come, del resto, anche Cordova e Siviglia: gran parte delle strade e stradine sono ornate con alberi d’arancio, più di rado di limone. Da Dicembre a Maggio gli alberi sono carichi di frutti (nessuno li coglie) e si può immaginare l’effetto di colore verde e giallo che accompagna le vie cittadine. Può anche capitare che mentre passeggi un’arancia, ormai matura, ti cada addosso! Ed il profumo di fioritura delle zagare in Aprile-Maggio non potrai più dimenticarlo. Non si può lasciare Granada senza ricordare che Garcia Lorca, uno dei grandi della poesia di questo secolo, nacque a Granada (Fuente Vaqueros) ed a Granada fu fucilato dalle forze di repressione franchiste nel 1936.
Due ore di macchina per 170 chilometri di comoda strada nazionale ti portano a Cordova sul fiume Guadalquivir. Hai ancora negli occhi lo spettacolo senza fine di uliveti che ti accompagnano per decine e decine di chilometri da Granada a Cordova ordinati in filari perfetti sulla terra rossa e glabra delle colline andaluse.
Gli olivicultori di queste terre hanno un pesante contenzioso con la Comunità Europea perchè la quota assegnata è di seicentomila tonnellate e la produzione è oltre un milione di tonnellate!
A Cordova ti accoglie un maestoso ponte romano di epoca Augustea e subito dopo i resti di una porta romana. Muovendo verso sinistra, oltre il fiume, si trova la porta di Almodovar, opera araba, e,di fronte, il monumento a Seneca, il filosofo romano consigliere di Nerone, che nacque a Cordova. Anche Averroè, grande filosofo arabo, fu cittadino di Cordova. Nella stessa area troviamo la Moschea (Mezquita), opera gigantesca e di assoluto valore artistico che gli Arabi eressero nel corso dei secoli ottavo e nono. Dall’esterno appare come una fortezza, massiccia, con torrioni alti ed i caratteristici merli arabi a forma di camino che sembrano tanti folletti incappucciati.
Copre una superficie assai vasta, pari ad almeno tre campi di calcio (24000 metri quadrati). Dalla porta del Perdono si entra nel grande cortile, patio degli Aranci, che è un vero e proprio aranceto. Quando si entra nella Moschea si resta senza fiato nel vedere la miriade di colonne di marmo che compongono l’interno della Moschea. Originariamente le colonne erano circa mille. Oggi sono ottocentocinquanta perchè i Cristiani ne abbatterono una parte per costruire al centro della Moschea una Cattedrale cristiana in stile gotico. Ogni due colonne sorreggono un doppio arco: l’nferiore a ferro di cavallo, il superiore a tutto sesto. Gli archi sono costruiti con cunei di pietra arenaria bianca alternati a cunei fatti di mattoni rossi. L’effetto di prospettiva dei colonnati è ineguagliabile. Dovunque si pone il visitatore ha davanti a sè una fuga senza fine di archi e colonne che sembrano moltiplicarsi all’infinito. Nel lontano passato le navate erano ben undici! La luce filtrata e ovattata in una penombra perenne
contribuisce a creare un’atmosfera mistica. Ad una estremità del tempio, suppongo in direzione della Mecca, c’è una nicchia detta Mirhab, dove i fedeli si raccoglievano in preghiera. E’ un luogo di straordinaria bellezza architettonica e decorativa. Puoi ammirare gli archi polilobati, i mosaici dorati, le decorazioni che sembrano merletti finissimi. Non c’è dubbio che gli artisti che lavorarono alla Moschea avevano una autentica ispirazione religiosa.
Dopo il 1400, quando Cordova fu riconquistata dai Re cristiani, alla grande Moschea furono inferte ferite gravissime, frutto dell’intolleranza religiosa. Lungo le pareti perimetrali del tempio furono costruite numerose cappelle in pesante stile barocco-spagnolo, dove si affastellano colori, fregi e decorazioni,che creano un contrasto insanabile con il tempio islamico, costruito proprio quando l’Europa era immersa nel più totale oscurantismo
(800-900 dopo Cristo). Al centro della Moschea sorge come d’incanto una bella Cattedrale in stile gotico, che però non può cancellare la stridente dissonanza con l’ambiente circostante. Anche il minareto subì guasti irreparabili. Fu costruita attorno ad esso una torre campanaria che domina dall’esterno tutta la Mezquita. Il quartiere ebraico (ghetto o juderia) è proprio accanto al tempio mussulmano e per secoli gli Ebrei vissero in armonia con la società araba fino all’arrivo della Santa Inquisizione cristiana che fece piazza pulita degli Ebrei, disperdendoli per tutta l’Europa.Nella juderia sono piccole case bianche con un minuscolo ingresso rivestito di antiche ceramiche. Sul fondo un cancello artistico di ferro battuto che lascia intravedere un patio con fiori e colonne, spesso una piccola fontana al centro. Le stradine sono vicoli intrecciati come in un labirinto e ricordano un pò il nostro vicolo “baciadonne”. Oggi la juderia è abitata da famiglie spagnole.
Anche le strade di Cordova sono tappezzate di verdi alberi d’arancio od anche di limone. Cordova è facilmente raggiungibile anche in treno da Madrid con l’alta velocità. Poi 140 chilometri di bella autostrada e sei a Siviglia. Per alcuni aspetti Siviglia presenta molte analogie con Cordova e Granada. Anche qui troviamo strade e viali ornati con alberi di arancio e limone o quegli alberi sconosciuti con strani e bellissimi fiori viola. C’è il quartiere ebraico (la juderia) con i caratteristici patii, le ceramiche, le fontanine, i fiori. L’Alcazar, costruzione del dodicesimo secolo, è un’opera architettonica con molti punti di contatto con l’Alhambra per la presenza di archi decorazioni,soffitti a volta, di legno di cedro finemente intarsiato, ed un vasto giardino all’italiana.Parlando di Siviglia non si può dimenticare la torre detta la Giralda che era originariamente un minareto della Grande Moschea.
Oggi è una torre campanaria alta circa ottanta metri, visibile da ogni punto della città, vicina alla grandiosa Cattedrale
in stile gotico che ha totalmente cancellato e sostituito la Grande Moschea. La Giralda è anche immortalata nei racconti intitolati L’Alhambra, scritti dall’americano Washington Irving che visitò l’Andalusia nella prima metà del secolo scorso e fece conoscere la storia e la poesia di questa terra incantata. Non lontano dalla Giralda c’è la Plaza de Toros dove si consumano le più terribili crudeltà nei confronti del toro in nome di un falso spirito agonistico. E’ una tradizione, e,purtroppo, le tradizioni non si toccano. La Plaza de Espana, monumentale opera moderna, in stile mudejar,
fu costruita per l’Expò del ‘29, ha una pianta semicircolare, con un raggio di 200 metri. E’ un trionfo del mattone rosso e della ceramica figurativa (sono rappresentate scene di storia delle più importanti città spagnole) . Purtroppo la piazza ha già subito danni e insulti notevoli per la stupidità di chi non ha rispetto per l’arte. Nè si può tacere che in questa città nacque l’imperatore Traiano.
Soprattutto Siviglia è il placido scorrere del maestoso Guadalquivir,arricchito sulle sponde da lussureggianti buganvilles. Siviglia è la Torre de Oro, che nei secoli passati era punto d’approdo per le navi che risalivano la corrente del fiume, provenienti dalle lontane Americhe e raccoglieva le preziose mercanzie che arrivavano dal Nuovo Mondo. Siviglia è l’ irruzio ne improvvisa in un caldo pomeriggio di una Domenica di Maggio, di gruppi di studenti unversitari, in costume andaluso sulla piazza del Trionfo davanti alla Cattedrale, al suono di tante chitarre che accompagnano canti goliardici per festeggiare la fine dell’anno accademico circondati da una folla plaudente. Siviglia è il convento di Nostra Signora de las Cuevas, dove soggiornò Cristoforo Colombo per uno-due anni e sopravvive ai bizzarri padiglioni dell’Expò ‘92 che lo circondano e sono già inutilizzati e quasi fuori gioco rispetto alla vita della città. Siviglia è il tassista esuberante ed amicone, che familiarizza subito con te e ti indica un localino (il Callejon), dove si mangiano veramente i più gustosi revueltos di Andalusia, e ti sorprende rivelando che è tifoso della Juve, la quale, a sentir lui, farà “cinco goals” al Real Madrid nella imminente sfida calcistica europea. Siviglia è la città allegra, ridente, passionale del flamengo e del paso doble. In una parola Siviglia è un pò la Napoli di Spagna!

Cronache anticolane: Giacinto e Francesco

Correvano gli ultimi anni del milleottocento. Giacinto e Francesco, amici da sempre, erano in servizio militare di leva a Torino, ben lontani dal paese natio, Anticoli di Campagna.La nostalgia di casa era attenuata in parte dalla possibilità di intrattenere un rapporto epistolare che solo Giacinto poteva gestire perché Francesco era analfabeta.In realtà Francesco aveva frequentato la seconda elementare e non aveva alcuna familiarità con la penna e la lettura. Del resto era quella una condizione molto comune tra la gente per tanti motivi. In particolare bisogna ricordare che non esisteva l’obbligo scolastico e, nelle famiglie, due braccia per lavorare erano più utili di una penna e di un libro per imparare, tanta era la miseria con cui fare i conti ogni giorno. A 7-8 anni i bambini erano preziosi per pascolare e accudire, in generale, gli animali domestici. Così Giacinto, circa una volta la settimana, scriveva a casa per sé e per Francesco e, sempre una volta la settimana, leggeva le lettere che arrivavano, se arrivavano, da Anticoli per lui e per Francesco. Il servizio militare durava almeno due anni e le licenze venivano date con il contagocce.
Giacinto quando sentì chiamare il suo nome da parte del furiere della caserma capì che era arrivato il suo turno per la licenza e fece salti di gioia. Era una licenza “sette più due” e gli sembrò di toccare il cielo con un dito. Cercò Francesco e gli comunicò la grande(per lui) notizia. Francesco nascose la sua invidia e fece buon viso alla felicità di Giacinto. In fin dei conti poteva averne anche lui un vantaggio perché poteva mandare notizie ad Anticoli e riceverne dai suoi cari. Certo per il viaggio bisognava affrontare notevoli disagi ma erano ampiamente compensati dal ritorno in famiglia, sia pure per pochi giorni. Si viaggiava con il treno a vapore Torino-Roma e poi da Roma ad Anagni, e da qui a piedi fino ad Anticoli per una strada sterrata e polverosa, percorsa solo da rare carrozze trainate da cavalli per il servizio postale o per il trasporto di signorotti locali, muli con la legna o il carbone sulla groppa, seguiti dai carbonari e qualche “barozza” da carico di lavoro tirata faticosamente da una “vetta” (coppia) di buoi (portavano pietre da costruzione dalla cava al cantiere, rena o pozzolana). In pratica non bastavano 24 ore per fare il viaggio Torino-Fiuggi! Quelli erano i ritmi di vita e di lavoro della società contadina dell’epoca non confrontabili con i ritmi ed i tempi convulsi e frenetici della vita odierna. Giacinto trascorse in famiglia e con gli amici la sua settimana di libertà. Vide anche i genitori di Francesco che alla fine della licenza gli consegnarono una pizza di ricotta e dieci uova fresche da portare al figliolo militare a Torino. Era una calda e afosa giornata di Luglio e Giacinto, dopo aver indossato la pesante divisa grigio-verde da fantaccino e salutato i genitori
si incamminò di buon mattino verso la macchia grande di castagni che copriva gran parte della valle ai piedi di Anticoli e ben conosciuta per le sorgenti di acqua dello “spelacato”(attuale Bonifacio ottavo) e della “cavata”(attuale Anticolana).Nessuno aveva ancora pensato allo sfruttamento di quelle sorgenti che gli stessi paesani consideravano benefiche per la salute. Qualcuno ne prendeva per sé caricando l’acqua con l’asino e le donne di casa si recavano talvolta alle sorgenti per fare il grande bucato!
Giacinto aveva fretta e non si fermò a bere un po’ d’acqua ma proseguì per il quarto di Anagni ,raggiunse le “prata” e già il sole cocente cominciava a farsi sentire. Superò Campitelli-Colle Borano e si lanciò con passo lesto per la discesa verso San Filippo. Sudava e cominciava a sentire sete. La polvere della strada gli seccava sempre più la gola
né c’era speranza di lì in avanti di trovare un po’ d’ombra od una fontanella per rinfrescarsi. Pensò che un ovetto, ancora fresco, poteva dare a lui un po’ di refrigerio e non sarebbe dispiaciuto a Francesco più di tanto. C’erano sempre tutte le altre uova e la pizza per lui. Prese in mano un uovo con delicatezza e lo batté su di un sasso:”toc-toc”. Una piccola breccia si aprì sul vertice. Ripetè analoga operazione sull’altra estremità dell’uovo, l’ appoggiò leggermente sulle labbra secche ed in un baleno il contenuto scivolò giù per la gola con un rumore impercettibile: ”glu-glu”. Percorse poche centinaia di metri e la sete si faceva sentire più di prima. Quasi come un automa ripeté l’operazione precedente una, due, tre, quattro volte(toc-toc, glu-glu, toc-toc, glu-glu) e fu sorpreso di vedere che le uova si erano dimezzate. Stava meglio con la sete ma la fame non era appagata. Si sedette su un muricciolo, si asciugò il sudore sulla fronte con il dorso della mano e poi strappò l’involucro di carta che avvolgeva la pizza di ricotta.
Un profumo tentatore lo avvolse e lui addentò senza pensarci due volte il dolce affidatogli dalla mamma di Francesco Ormai non era più possibile presentarsi a Torino con il dolce morsicato e le uova dimezzate. Tanto valeva mangiare il dolce e bere le uova fino in fondo, che poi una scusa l’avrebbe trovata
per salvare la faccia con Francesco. E’ quello che fece senza fatica : un boccone di dolce e un ovetto trangugiato di fila fino ad esaurire tutte le scorte. Anzi, accontentò anche un “barozzaro “ che passava di là e guardava con un pizzico di invidia quel giovanotto intento a banchettare. Gli offrì un pezzo della torta. Il “barozzaro “gradì molto la generosità a buon mercato, salutò e riprese il suo cammino con rinnovata lena. Giacinto continuò la sua opera manducatoria ed un sonoro rutto segnò la fine del lauto pasto. Si riposò qualche minuto sul ciglio della strada e poi ricominciò a camminare verso la stazione di Anagni, non più tanto lontana. Il suo passo si era un pochino appesantito ed anche un po’ di sonnolenza si faceva sentire. Per fortuna la fatica era pressoché terminata ed il viaggio fino a Torino fu quasi piacevole perché dormì gran parte del tempo. Arrivato a Torino lo assalì prepotente il pensiero di Francesco il quale fiducioso aspettava qualcosa di buono da mangiare da parte della mamma. ”Me tengo dà ‘nventà na bucìa” pensò Giacinto. Detto e fatto. Appena Francesco gli venne incontro per salutarlo Giacinto astutamente anticipò le domande e disse:” ‘Ncecco, le cagline ‘n’hanno fatto le ova, i mammuta ‘ntè pututo preparà gniente!” “Vabbè sarà pe’ nnara vota!” si rassegnò dispiaciuto Francesco. che chiese al suo amico di scrivere una lettera a casa in cui voleva esprimere la delusione perché non aveva ricevuto quello che aspettava e che aveva anche promesso al sergente maggiore. Giacinto si trovò costretto, suo malgrado, a scrivere qualche bugia per nascondere la marachella a Francesco e rassicurare allo stesso tempo i genitori i quali pensavano che il pacco fosse arrivato a destinazione.E così nella lettera Giacinto ringraziava mamma e papà per il dolce squisito di ricotta e per le uova fresche che anche il sergente maggiore aveva gustato! Un giusto ringraziamento andava a Giacinto che aveva portato a destinazione il prezioso pacco “sano e salvo”!!! Poi la notte successiva Giacinto non riusciva a prendere sonno ripensando soprattutto alla lettera. La pizza e le uova erano una tentazione; il caldo, la fame, la sete, il lungo cammino a piedi per oltre 20 chilometri avevano fatto il resto, ma quello che gli sembrava insopportabile era l’insistenza nella bugia, nella quale aveva coinvolto anche i genitori di Francesco che, con tanta fiducia, si erano rivolti a lui per mandare qualcosa al figlio militare. Gli apparve come un gesto di cui vergognarsi. Avrebbe voluto avere ancora in mano quella lettera per farla in mille pezzi. Ma era troppo tardi per recuperarla perché era già partita. Il giorno seguente, appena fu possibile, cercò Francesco e gli raccontò tutta la verità. Sapeva di averla fatta grossa specialmente con la mamma ed il papà di lui e chiedeva di essere capito e perdonato. Francesco non si sarebbe mai aspettato di essere così imbrogliato dal suo migliore amico. Fu preso da una rabbia incontenibile e d’istinto avrebbe voluto picchiare il colpevole. Poi pensò che il silenzio può colpire più delle mani e per alcuni giorni stette a “mucco tosto” senza rivolgere più il saluto a Giacinto. Passati i bollenti spiriti Francesco cercò Giacinto ed insieme decisero di scrivere una lettera di spiegazione ai genitori di Francesco. Giacinto fu ben felice di riparare in qualche modo all’imbroglio birichino. Spiegò come erano andate le cose e chiedeva umilmente scusa. L’amicizia tra Francesco e Giacinto si rinsaldò perché dopo la naia Giacinto, già bravo suonatore nella banda musicale anticolana insegnò a Francesco l’uso del bombardino e così la banda di Anticoli acquistò un secondo solista altrettanto bravo.


on era appagata. Si sedette su un mur

sabato 27 dicembre 2008

Cronache anticolane: il Barbiere di Siviglia

La folla aspettava impaziente l'inizio della esibizione della banda musicale di Anticoli di Campagna nella Piazza Santa Maria Maggiore di Alatri. Era iniziata la parte finale del torneo di musica operistica tra le bande musicali del basso Lazio, che quell'anno si svolgeva ad Alatri, in occasione della festa del santo Patrono e la gara musicale rappresentava il momento saliente della festa stessa.
Molta gente era accorsa anche dai paesi vicini e la piazza era stipata fino agli angoli più remoti. Si erano già esibite le bande di Alatri, Ferentino, Veroli, Cassino, Sora, Pontecorvo, Amaseno, Ceccano, Paliano. Il fior fiore delle bande musicali era presente e grande era l'attesa per l'epilogo della manifestazione e la proclamazione della banda vincitrice. La banda di Anticoli tardava a salire sul palco perchè non era al completo. Mancava mastro Giacinto ( Nardi ) che suonava il filicorno-baritono ( volgarmente detto bombardino) e per il brano in programma era l'elemento chiave perché eseguiva un pezzo come solista. Il maestro aveva dato appuntamento a tutti per le 20 e trenta ed alle 21 mancava ancora all'appello mastro Giacinto, di solito sempre puntuale. Nessuno dei musicanti aveva sue notizie. Dopo l'esibizione pomeridiana di tutte le bande per la prima parte della competizione Giacinto, pur sapendo che l'appuntamento serale era per le 8 e mezzo, era sparito inghiottito dai vicoli circostanti la piazza. Il maestro disperato incaricò due anticolani che seguivano la banda di cercare Giacinto e portarlo di corsa in piazza. I due si allontanarono rapidamente e cominciarono a chiamare con voce stentorea:"Giacintooo, Giacintoo!" La loro voce rimbalzava da un muro all'altro delle viuzze del centro storico senza trovare risposta. Scesero verso porta S. Francesco, risalirono verso il trivio e non si stancavano di chiamare. Arrivarono fino a Civita ma di Giacinto non c'era traccia. Dove si era cacciato? Ridiscesero al trivio e puntarono verso porta S. Pietro. Mentre andavano trafelati, uno dei due, Biagio, si ricordò che Giacinto aveva un debole per il vinello di "Caiano" e delle "Piagge" ( il migliore vino di Anticoli) e allora si misero a cercare nelle osterie.
Non lontano da porta San Pietro c'era una osteria aperta. Entrarono in un ambiente fumoso, illuminato dalla debole e tremolante luce di una lampada a petrolio. Da una parte c'erano 4 avventori in piedi che giocavano alla morra. Un gioco molto in voga a quei tempi. I numeri urlati a gran voce risuonavano nella saletta: quattro, sette, morra, tutta!" Le dita aperte sul numero evocato si incrociavano freneticamente davanti ai giocatori, quasi fosse un duello ai ferri corti senza quartiere. L'abilità del giocatore era quella di prevedere ad ogni giocata il numero delle dita aperte dall'avversario, che, sommate alle proprie dita aperte, doveva corrispondere al numero gridato con tutto il fiato in corpo e, così, si segnava un punto a favore. In fondo seduto ad un lungo tavolo c'era Giacinto che fissava un bicchiere pieno di vino davanti a sé. Accanto al bicchiere riluceva l'ottone del bombardino che era appoggiato verticalmente sul piano del tavolo come un piccolo monumento.
"Giaci'!" l'apostrofò Biagio, "tutta la piazza te sta aspettà'; arizzete i ve' cu' nosco (alzati e vieni con noi)."
'Ncecco (compagno di Biagio) rincarò la dose:" Quante fugliette (mezzi litri) te si sculate?" Giacinto non rispose ma provò ad alzarsi. Si sollevò dalla panca di legno appoggiando i gomiti al tavolo e ricadde subito giù. Le gambe non lo sostenevano.
" Le zampe nun t'ariggeno, cumme fai a suna' iu Barbiere?" disse preoccupato Biagio.
Giacinto aprì bocca e biascicò:" iu Barbiere nun se sona cu' le zampe, se sona cu' la vocca! I doppo, si propria lu vo' sape', la musica la tengo tutta ecchi dentro" e così dicendo si battè con forza la fronte con il palmo della mano aperta. I fumi del vino non avevano intorpidito il suo spirito pungente. "Paghimo iu cunto i ce 'ne imo" sentenziò Biagio.
Presero Giacinto sottobraccio e si avviarono verso la piazza. " So' perso iu bumbardino!" esclamò Giacinto. Lo strumento musicale era rimasto sul tavolo dell'osteria. 'Ncecco si precipitò indietro e lo ritrovò dove l'avevano lasciato. Biagio e 'Ncecco faticarono non poco per accompagnare Giacinto che incespicava ad ogni piè sospinto. In piazza Santa Maria Maggiore la banda di Anticoli era già schierata sul palco. Il maestro vide in quali condizioni pietose si era ridotto Giacinto, il suo migliore solista, e gli gridò tutta la sua rabbia:" Pagherai cara la figuraccia che ci fai fare questa sera!" Giacinto implorò il maestro di farlo suonare:"Mae', la parte meia la saccio a memoria, nun me serve manco iu spartito!"
Il maestro sapeva molto bene che l'eventuale sostituto era molto al di sotto della bravura di Giacinto. E d'altra parte chi gli garantiva che Giacinto, ubriaco fradicio, avrebbe potuto portare a termine il suo compito musicale? E se Giacinto, pure ubriaco, aveva ragione?
Riflettè un istante e prese la decisione più azzardata. "Giacinto, vai al tuo posto" disse asciutto e rivolgendosi a 'Ncecco e Biagio aggiunse:" e voi due tenetelo in piedi fino alla fine del concerto." Biagio e 'Ncecco si misero, come due angeli custodi, uno a destra, uno a sinistra di Giacinto tenendolo per la giacca. Non era facile tenerlo in equilibrio perché Giacinto oscillava non solo di lato ma anche in avanti ed indietro minacciando di travolgere anche il leggìo sul quale era sistemato lo spartito. Un po’ divertito ed un po’ smarrito si guardò intorno. Il palco e la piazza gli apparivano come un immenso carosello che girava vorticosamente intorno a lui, sovrapponendo luci ed ombre e si accorse che tutti i componenti della banda non avevano occhi che per lui e non nascondevano la loro preoccupazione. In qualche modo Giacinto sistemò in braccio il suo bombardino, strumento piuttosto ingombrante, accennò alcune note di prova e si preparò al segnale di inizio del maestro. Il primo brano in programma era la sinfonia della Semiramide di Rossini. Poi seguì un brano della Butterfly di Puccini. La banda svolse il suo compito con diligenza, con buona armonia di assieme, senza stecche né sbavature e Giacinto, pur dondolando sul palco, con le note del pentagramma che gli danzavano sotto gli occhi, partecipò senza sbagliare una nota o un attacco. Il maestro aveva occhi ed orecchie solo per mastro Giacinto per la paura di qualche sonora stecca. Il pubblico seguiva con interesse l'esecuzione, applaudiva tiepidamente alla fine di ogni brano, ma guardava con curiosità quell'omino baffuto in fondo al palco che suonava mentre il suo corpo pendeva da ogni parte come la torre di Pisa. Avevano capito che aveva una grande sbornia e si aspettavano una grande gaffe da un momento all'altro. Si arrivò senza danni all'ultimo brano della banda anticolana: alcuni pezzi del Barbiere di Siviglia ed in finale la cavatina "La calunnia è un venticello" in Si bemolle che doveva essere suonata da Giacinto come solista di bombardino (nome tecnico filicorno-baritono). Quando il maestro gli diede il segnale di entrata Giacinto chiuse gli occhi per concentrarsi meglio e cominciò a suonare come solo lui sapeva fare. La mano destra scorreva agile e leggera sopra i tasti e le note fluivano armoniosamente come una cascata d'acqua cristallina. Gli spettatori ascoltavano in religioso silenzio incantati da tanta bravura. Alla fine dell'esecuzione la folla scoppiò in un applauso fragoroso che si trasformò in una ovazione. Giacinto, ispirato da Bacco, aveva suonato come mai gli era capitato prima. Il maestro, commosso, lo abbracciò e lo portò al proscenio a raccogliere i consensi di tutta la piazza. Un solista ubriaco aveva portato al trionfo la banda di Anticoli e grazie a lui si aggiudicava il torneo musicale di Alatri. "E' proprio vero che la classe non è acqua, ma, talvolta, Santo Dio, può essere vino!" esclamò estasiato il maestro.
Mai commento fu più appropriato.

venerdì 26 dicembre 2008

Cronache anticolane in terra di Russia (Dicembre1942)


Il vento gelido soffiava forte e lamentoso sulla pianura sconfinata nella regione di Dnipropetrovs'k
( nel cuore dell'Ucraina) e turbini di neve ghiacciata si levavano in aria ed avvolgevano ogni cosa rendendo ancor più precaria la visibilità, anche se era appena passato il mezzogiorno. Il turno di guardia fuori dell'accampamento militare italiano sarebbe finito alle 18, ma il povero Felicetto non ce la faceva più a resistere, le braccia e le gambe intirizzite facevano fatica a rispondere ai comandi, i piedi insensibili come due pezzi di marmo, ed una coroncina di minuscoli ghiaccioli si era formata intorno al naso ed alla bocca. La mantellina grigio-verde, leggera ed umida, avvolta intorno alle spalle e sul viso era coperta di neve e non dava alcun sollievo al senso di gelo che lo invadeva. Altre sei ore all'aperto sotto la tormenta sembravano un tempo interminabile da superare. Il pensiero andava al paese natio, agli amici sparpagliati sui vari fronti di guerra, ai genitori rattristati, alle sorelle in ansia per la sua sorte. Proprio il giorno prima aveva ricevuto una cartolina dal fronte avanzato scritta da un suo caro compagno, Silvio, fiuggino anche lui, tenente di complemento, che annunciava una sua breve visita sulla via del ritorno in patria per una licenza di studio. Doveva sostenere gli esami finali di Filosofia e Pedagogia all'Università di Roma dove era iscritto. Lo immaginava accovacciato in trincea a studiare sulle dispense nei momenti di tregua, incurante dei fischi ed esplosioni delle cannonate che piovevano intorno durante il giorno e la notte. Ricordava l'adolescenza spensierata vissuta insieme. Le corse sfrenate per le stradine polverose di Fiuggi, i primi timidi incontri con le ragazzine, le partite interminabili di pallone su a Capo le Ripe, le guerre tra bande del Colle, San Pietro, Santo Stefano, la "Terconia".
"Felicetto, Felicetto!" Riconobbe la voce del furiere che lo chiamava avvicinandosi a lui." Il capitano cerca 12 volontari per le ronde notturne, in premio doppia razione di sigarette e cognac". Felicetto, appena ventunenne, non se lo fece ripetere una seconda volta. Era a disposizione subito, e per il premio, e per la possibilità di muoversi in compagnia, invece di restare solo ed impalato sotto le intemperie. Si correva, forse, qualche rischio in più ma l'esperienza di quei mesi di guerra lo portava ad affrontare i pericoli con rassegnata incoscienza. Troppi amici caduti accanto a lui! Troppo sangue versato sotto i suoi occhi!
Gli spiegarono che le pattuglie erano di tre uomini, dovevano sorvegliare il vicino villaggio di Mykhaylivka ed un ampio territorio circostante, pieno di installazioni militari, dove nottetempo c'erano azioni di sabotaggio di partigiani russi. Sparatorie, esplosioni, incendi. Il Comando tedesco esigeva una pronta repressione ed affidava il servizio di vigilanza alle pattuglie italiane che dovevano alternarsi a quelle tedesche. La prima notte di perlustrazione si svolse tranquilla senza incidenti di sorta e la mattina dopo Felicetto e gli altri soldati passarono subito a riscuotere il premio promesso, prima di prendersi il meritato riposo sotto la tenda.
"Italiaski karasciov! (Italiani buoni)" La voce gentile veniva dal vicino boschetto di betulle che si accingevano ad attraversare per raggiungere il villaggio. Una graziosa fanciulla, bionda e occhi azzurri, faceva loro cenno di avvicinarsi. Felicetto e gli altri due soldati, sospettosi e diffidenti ma incuriositi, risposero all'invito e seguirono la ragazza fino ad una modesta casetta in legno circondata da maestose betulle con i rami carichi di neve ghiacciata. L'ambiente era appena rischiarato da un tenue chiarore lunare. Un uomo anziano dalla lunga barba fluente li accolse e li fece sedere su una robusta panca di legno. Un piacevole tepore li avvolgeva insieme ad un forte odore di cavolo e cipolla che proveniva da una grossa pentola sulla stufa. La zuppa calda di cavolo fu una cena da re per tutti, arricchita da un piatto di patate lesse e pane di granturco. Felicetto ed i suoi compagni avevano completamente dimenticato il servizio di guerra che era stato loro affidato e passarono una serata allegra. Felicetto non toglieva gli occhi di dosso a Natascia che sedeva di fronte a lui e lei timidamente ricambiava le sue attenzioni. Asciugarono le fasce di feltro usate per coprire le gambe e le mantelle vicino alla grossa stufa, riscaldarono i piedi mezzi congelati e quando ripresero la strada del ritorno al campo era quasi l'alba perché il cielo già mostrava un tenue chiarore ad oriente. Il rapporto al comandante fu una grossa bugia: nulla da segnalare durante il servizio di pattugliamento! Due sere dopo era di nuovo il turno di pattuglia degli italiani e Natascia era sul limitare del bosco ad aspettare. Prese Felicetto per mano e lo condusse nella sua isba dove nonno Serghiej era affaccendato a rinforzare il fuoco nella stufa e salutò con un cenno del capo Felicetto chiamandolo "tovarisc" che vuol dire compagno. Felicetto posò il fucile, si sedette sulla panca affumicata e subito si sentì a casa, pure in terra straniera. Lo rifocillarono, lo aiutarono a togliere gli scarponi militari e lo fecero riposare su un giaciglio fatto di spoglie di granturco. Felicetto si sentiva in paradiso e dormì beato per qualche ora come non dormiva da tanto tempo. Quando tornò all'accampamento il mattino seguente seppe dai commilitoni che la stessa esperienza era capitata quasi a tutti. Avevano trovato contadini gentili che li avevano ospitati e sfamati. Per tre o quattro settimane le notti di sorveglianza italiana si svolsero sempre uguali, non all'addiaccio a perlustrare i campi, i magazzini e le postazioni militari, ma al calduccio accogliente e rassicurante delle ospitali case dei contadini ucraini. Felicetto, c'era da aspettarselo, cominciava ad avvertire un tenero sentimento di amore per quella candida fanciulla. Nel mezzo di una guerra mondiale che divampava sui continenti e sugli oceani mietendo milioni di vittime , un gruppo di ragazzi italiani, portati in terra di Russia a fare una guerra che non capivano e non condividevano, vivevano con i loro nemici una esperienza straordinaria di pace, solidarietà, fraternità. Per qualcuno anche di amore.
Era un sentimento disinteressato e genuino che guidava i contadini russi o piuttosto una volontà mascherata per dare una mano ai partigiani russi che si muovevano solo di notte?
I fatti erano sin troppo eloquenti. Nelle notti affidate al controllo delle pattuglie italiane le azioni di disturbo e sabotaggio nelle retrovie si susseguivano numerose, mentre del tutto tranquille erano le notti affidate alla sorveglianza tedesca. IL comando tedesco aveva sospettato qualche comportamento anomalo degli italiani, ma mai avrebbero immaginato un abbandono del servizio per fraternizzare con il nemico!! Furono messi soldati tedeschi sulle tracce delle pattuglie italiane e quando Felicetto in casa di Natascia, intento a divorare una calda zuppa di cavolo, sentì fuori un confuso vociare in tedesco e poi un energico "toc-toc" alla porta capì immediatamente la situazione. Prese la mantella, il fucile appoggiato al tavolo, e, veloce come il vento, si slanciò verso la finestra che Natascia aveva già aperto. Con un piccolo salto si ritrovò in mezzo alla neve sul lato posteriore della isba e si dileguò nel buio tra le betulle fitte del boschetto. Il giorno seguente i tedeschi chiamarono a rapporto il comandante italiano e gli comunicarono, infuriati, che tutti i soldati delle pattuglie sarebbero stati giudicati dalla corte marziale.
Non avevano fatto i conti con i russi che stavano per sconvolgere i piani dei tedeschi. Solo qualche ora più tardi le katiuscie cominciarono a vomitare sulle linee nemiche una pioggia di razzi dando inizio all'offensiva d'inverno che costrinse a una ritirata precipitosa le truppe dell'Asse. Anche il reggimento di Felicetto fu messo in fuga. A piedi, privi di mezzi meccanizzati bloccati dal gelo (-20 fino a -30 gradi), affrontarono, tra stenti e sofferenze indicibili, una marcia lunga centinaia di chilometri. Chi si fermava per il freddo, la fame, la stanchezza, era irrimediabilmente perduto ed il ghiaccio diventava la sua tomba. Felicetto fu tra i pochi fortunati che raggiunsero dopo qualche mese il confine rumeno. Egli guardava sempre in faccia i compagni di sventura in cui si imbatteva con la speranza di rivedere un volto familiare, quello di Silvio. Non sapeva che Silvio era stato inghiottito spietatamente nella tragedia italiana in terra di Russia. Decine di migliaia di morti, tutti giovanissimi, stroncati dal fuoco nemico, dal gelo, dalle sofferenze disumane della prigionia. Come Silvio, eroi umili, misconosciuti, dimenticati, anche in patria.
Mai nessuno di noi potrà deporre un fiore sulle loro tombe.
Consegniamo almeno il loro ricordo alle giovani generazioni.

lunedì 22 dicembre 2008

I numeri della Vita. Grazie cuore!

Si dice che i numeri sono aridi e noiosi. Ed è vero. Quando, però, si parla di cuore i numeri acquistano un sapore particolare perché ci fanno conoscere, o meglio, ci danno la misura di una realtà sorprendente: quanto lavora il nostro cuore?
Se mettiamo i polpastrelli del dito indice e medio sul polso avvertiamo una pulsazione ritmica trasmessa dall’arteria radiale, che a sua volta riceve l’impulso primario dal battito cardiaco e ci informa che il sangue sta scorrendo dal centro ( il cuore) verso la periferia dove porta ossigeno e principi nutritivi.
L’impulso che sentiamo sotto le dita è il risultato della dilatazione che subisce il tubicino elastico, che chiamiamo arteria, sotto la spinta a pressione del sangue lanciato in circolazione dalla contrazione cardiaca. La parete dell’arteria, dilatandosi, accumula energia di ritorno a causa della sua elasticità. Finita la spinta dell’impulso cardiaco la parete dilatata si contrae energicamente grazie alla sua elasticità ed esercita una nuova pressione sul sangue spingendolo un’altra volta verso la periferia. Il risultato finale è lo scorrimento del sangue a flusso continuo e non ad impulsi ritmici, come ci si potrebbe aspettare. L’arteria principale è l’aorta che nasce dal cuore, descrive un arco verso sinistra per poi scendere lungo il torace e l’addome fino al bacino. Qui si divide in due grandi rami arteriosi detti arterie iliache che portano il sangue agli arti inferiori.
Ogni battito cardiaco manda in circolazione circa 70 centimetri cubici di sangue in condizioni di riposo. Se poi ci muoviamo, camminiamo, lavoriamo, facciamo sport la quantità di sangue inviata in circolo per ogni singolo battito si raddoppia, si triplica, si quadruplica. Parliamo di un cuore sano e non di un cuore malato.
Anche il polso o battito cardiaco presenta dei valori di base con notevole variabilità da soggetto a soggetto. In condizioni di riposo la frequenza cardiaca o polso ( sovrapponibili in condizioni di normalità) può variare da 60-70 battiti al minuto fino a 80-90 battiti al minuto. Sotto sforzo la frequenza sale a 120-140 a seconda della reattività personale, delle condizioni di stress, e del grado di allenamento fino ad arrivare a160-180 battiti nelle prestazioni con massimo sforzo come ciclismo, maratona, calcio.
Se noi assumiamo un valore base di 70 battiti al minuto in condizioni di riposo e non teniamo conto delle accelerazioni che pure ci sono nel corso della giornata nelle più disparate condizioni di lavoro e di vita relazionale possiamo calcolare un valore di 4200 in un’ora, di 100800 battiti in una intera giornata. Se arrotondiamo per difetto a 100.000 battiti in 24 ore è facile calcolare 3.000.000 di battiti al mese, 36.000.000 di battiti in un anno, 360.000.000 milioni di battiti in dieci anni. Un centenario avrà realizzato nella sua lunga vita 3.600.000.000 di battiti cardiaci. Sono tutti valori veri
per difetto. Li abbiamo sottostimati di proposito per renderli più credibili e più aderenti alla realtà.
Se prendiamo in considerazione le varie età della vita distinguendole con un “range” di 10 anni possiamo affermare che un ragazzo di 20 anni ha già registrato 720 milioni di battiti cardiaci, un uomo o una donna di 30 anni ha registrato 1 miliardo e 80 milioni di battiti, mentre un quarantenne raggiunge quota 1 miliardo e 440 milioni. Per età più mature avremo 1 miliardo 800 milioni di battiti per un cinquantenne. Lasciando la gioventù alle spalle, all’età di 60 anni il cuore avrà battuto 2 miliardi e 160 milioni di volte, a 70 anni i battiti saranno stati 2 miliardi e 520 milioni, a 80 anni 2 miliardi e 880 milioni, a 90 anni 3 miliardi e 240 milioni, per coronare a 100 anni un record, che oggi viene spesso superato dagli ultracentenari, di 3 miliardi e 600 milioni di battiti
Possiamo affermare che il vero orologio biologico che scandisce il nostro tempo e la nostra vita non è tanto l’orologio temporale quanto il battito cardiaco che personalizza ed identifica il ciclo vitale di ogni essere vivente dall’embrione quando il cuore comincia a pulsare ( settima-ottava settimana nel genere umano) fino all’ultimo istante di vita.
Ma che cosa è il battito cardiaco? Per essere semplici e chiari diremo che il battito cardiaco è la contrazione del muscolo cardiaco che fa aumentare la pressione nella camere ventricolari, destra e sinistra, piene di sangue,fa aprire le valvole che chiudono le camere e spinge il sangue, a destra, nelle arterie polmonari per assumere ossigeno nei polmoni, a sinistra, nell’aorta per distribuire il sangue ossigenato a tutti gli organi, tessuti, apparati che fanno parte del corpo umano.
La contrazione cardiaca è generata da uno stimolo elettrico che percorre tutto il cuore, ad andamento ciclico, che si ripete autoriproducendosi, a intervalli ritmici, incessante fino alla fine del ciclo vitale. L’elettrocardiogramma è la registrazione fedele della attività elettrica del cuore che si svolge con microvoltaggi ( millesimi di 1 Volt) e ci dice se l’attività elettrica è ordinata o disordinata, ritmica o aritmica.
Non conosciamo fino in fondo il lavoro del cuore se non consideriamo un altro parametro: la gittata cardiaca che misura la quantità di sangue espulsa dal cuore ad ogni battito. Abbiamo già detto che il valore medio della gittata cardiaca in condizione di riposo è di circa 70 centimetri cubici, che sotto sforzo possono raddoppiare, triplicare, quadruplicare a seconda della entità dello sforzo. Prendendo come riferimento il lavoro di base è facile calcolare che il cuore muove 5 litri di sangue al minuto, 300 litri in 1 ora, 7200 litri in 1 giorno, 216000 litri in 1 mese, 2 milioni 592 mila litri in 1 anno, 25 milioni 920 mila in 10 anni. Ogni 10 anni in più di età aggiungeremo 25 milioni 920 mila per conoscere la quantità di sangue messa in circolazione dal cuore a 20, 30, 40, 50, anni di età e cosi via fino ad arrivare alla veneranda età di 100 anni quando un cuore ancora non stanco avrà messo in circolazione 259 milioni 200 mila litri di sangue. In realtà i valori quantitativi del lavoro cardiaco devono essere tutti perlomeno raddoppiati perché accanto alla funzione di pompa del ventricolo sinistro c’è in eguale misura la funzione di pompa del ventricolo destro, per cui il cuore di un centenario totalizza ben 518 milioni 400 mila litri di sangue messi in circolazione.
Se il cuore ha una funzione puramente meccanica di pompa ha ancora un senso considerarlo la sede degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni, delle paure? Non c’è poeta che non abbia esaltato il cuore come fonte del nostro sentire. E quante canzoni uniscono nella rima cuore ed amore? Nonostante un discorso così concreto e prosaico che abbiamo sviluppato sulle funzioni fisiologiche fondamentali del cuore, dobbiamo riconoscere che il cuore è pur sempre l’organo che noi avvertiamo maggiormente coinvolto nei nostri sentimenti di amore , di rabbia, di paura, di orrore, di commozione, di entusiasmo. E’ il corrispondente più diretto dei sentimenti che si manifestano con la palpitazione, il tuffo al cuore, il cuore in gola, la “stretta al cuore”.
Qualcuno si chiederà: quando si riposa il cuore? Il breve intervallo tra un battito e l’altro, meno di un secondo, è sufficiente per ricaricare la parte elettrica che genera lo stimolo e la parte elettrochimica che ricarica il muscolo cardiaco per una nuova contrazione.
Siamo di fronte ad una macchina prodigiosa, geniale per semplicità strutturale ed efficacia di funzione. Ciò che desta maggiore meraviglia è la capacità del cuore di lavorare incessantemente giorno e notte, per settimane, per mesi, per anni, per decenni. Non si addicono al cuore l’orario di lavoro, la settimana lunga o corta, i diritti sindacali, lo sciopero, la rivendicazione salariale.
E’ un lavoratore che non conosce diritti, ma solo un dovere: lavorare. Sempre!
Fino alla fine dei nostri giorni.

martedì 16 dicembre 2008

In memoria di un amico

Una radicata tradizione ebraica dice che in ogni comunità di esseri umani ci sono per lo meno 36 giusti. Felicetto era certamente uno di questi: una persona giusta. Lo ha dimostrato ogni giorno nella vita privata e nella vita pubblica.
Appena ventenne fu scaraventato sul fronte russo con migliaia di altri ragazzi innocenti a vivere e soffrire una tragedia senza fine che falciò innumerevoli vittime da una parte e dall'altra del fronte. Fu un'esperienza traumatica che incise profondamente nell'animo di Felicetto, ma anche sul corpo, se è vero che i capelli erano diventati tutti bianchi al rientro in patria e diventarono il tratto saliente ed affascinante della sua figura. Subito dopo l'armistizio dell'otto settembre del 43, a soli 23 anni capì quale era la parte giusta sul fronte di guerra, la lotta eterna tra la tirannia e la libertà. Nessuno gli aveva parlato mai di libertà, di democrazia. Era cresciuto, come tutti i giovani dell'epoca, all'ombra del credo totalitario fascista. Le tragiche esperienze di guerra gli avevano fatto capire il valore insostituibile della democrazia, della libertà. Intuì da quale parte era la giusta causa e partecipò alla guerra di Liberazione dell'Italia con gli Alleati contro i nazifascisti.
Un pezzetto della nostra libertà di oggi lo dobbiamo a Felicetto.
La nostra amicizia iniziò oltre 60 anni fa, io imberbe adolescente e Lui, ai miei occhi, eroico reduce di guerra. Mi affascinavano i suoi racconti avvincenti e umani, a volte anche divertenti, delle peripezie vissute in terra di Russia. La risata fragorosa, potente come una cascata d'acqua, risuona ancora amichevolmente nelle mie orecchie. Un'amicizia cementata anche da comuni interessi politici sul fronte della socialdemocrazia appena spuntata sull'orizzonte politico italiano e verso la quale Lui mi incamminò. Fu grande amico di Giuseppe Saragat che vedeva in Felicetto un pioniere, in tempi difficili, dei valori autentici di Giustizia e Libertà.
Pubblico amministratore per un decennio, legò il suo nome alle tappe più importanti dello sviluppo turistico, economico, culturale della nostra Città. Vice Sindaco per lungo tempo e Sindaco per un anno si applicò per importanti realizzazioni in Fiuggi, dalle nuove Terme, all'impianto industriale, all'acquisto e restauro del complesso ex Grand Hotel.
La riconoscenza dei Fiuggini non sempre fu pari al suo impegno incondizionato. Conobbe anche l'oltraggio dei tribunali, uscendone sempre a testa alta.
I deboli, i bisognosi occupavano il primo posto nel suo animo generoso. Erano i suoi figli.
La Congregazione dell'Immacolata beneficiò a piene mani della generosità disinteressata di Felicetto che presiedette il Comitato per la ricorrenza del terzo centenario dalla fondazione. Da consigliere della Cassa Rurale promosse efficacemente il finanziamento per i lavori di restauro della chiesa di S. Biagio anche attraverso elargizioni personali. Nel consiglio di amministrazione della banca si distingueva perché per la erogazione dei prestiti, prima ed al di là delle garanzie economiche, valorizzava lo stato di bisogno e l'intelligenza della iniziativa proposta.
Grazie al suo istintivo amore per l'arte furono riportati alla luce gli affreschi del pittore Tosti che oggi impreziosiscono la sala del consiglio comunale, così come Egli volle la mano di fra Terenzio Barboni per dipingere la battaglia di Lepanto nella chiesa della Madonna della Vittoria.
La sezione fiuggina degli ex combattenti era una seconda famiglia per Lui che aveva condiviso con i compagni le stesse tribolazioni in guerra. Come presidente promosse con loro la costruzione del monumento, nel cimitero, "ai caduti per la Patria".
La partecipazione sentita di una intera città dimostra che i fiuggini hanno oggi capito a pieno la lezione di vita ed il contributo che Felicetto ha dato per il progresso di Fiuggi.
Gli ultimi anni di dolore e di malattia furono resi meno amari dall'affetto dei parenti e degli amici. E' doveroso ricordare e ringraziare, in particolare, due amici veri che lo hanno fatto sorridere con le loro premure quotidiane: l'insegnante Pippo Pica ed il direttore bancario Biagio Terrinoni.
Alla moglie Enrichetta, alle sorelle Pia e Gigina, alle nipoti, ai cognati tutto il nostro affetto e la nostra amicizia duratura mentre ci inchiniamo riverenti davanti alla Sua Anima benedetta e l'affidiamo alla misericordia di Dio.
P. S. Sulla tomba c'è un epitaffio che racchiude la sua filosofia della vita: voi siete come noi fummo, noi siamo come voi sarete!

Cronache anticolane: Robin Hood…. con il saio.

Correvano gli anni trenta. Erano tempi duri e difficili per tutti. Nelle case non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena. La disoccupazione era una piaga molto diffusa. Nelle famiglie, spesso numerose, lavorava solo il papà che portava a casa un misero salario con il quale non si faceva fronte alle tante necessità della casa. In una situazione così difficile le suore di Santa Chiara davano un valido contributo con l'asilo e la mensa scolastica per decine di bambini. La Madre Superiora aveva conservato con tanta cura quel bigliettone colorato di Mille Lire per i momenti di maggiore bisogno. E quel momento era arrivato. La lista della spesa alle botteghe di Felicetto D'Amico e di Meloni si era allungata troppo e non si poteva abusare oltre della loro pazienza, perché anche loro avevano le tratte in scadenza dei fornitori. Bontà loro, avevano aspettato alcuni mesi e prima o poi si sarebbero fatti vivi per reclamare il dovuto. La Superiora pensò che era arrivata l'ora di saldare il debito per la pasta, il pane, lo zucchero, la conserva, la mortadella, la marmellata, ricevuti per la mensa della scuola materna frequentata da tanti bambini, tutti bisognosi. Chiamò suor Virginia, che era la suora più giovane del convento di Santa Chiara e si raccomandò: "vai alla Posta e fatti cambiare queste mille lire, così ci togliamo un po’ di impicci con le botteghe." Suor Virginia non se lo fece ripetere due volte. Capì appieno l'importanza della sua missione e con passo leggero si recò al vicino ufficio postale tenendo la banconota stretta nella mano destra che teneva infilata nella profonda tasca del saio. Sua cugina Maria Teresa, impiegata postale, l'accolse con un largo sorriso pronta a servirla. Prese in mano la banconota, la guardò contro luce due tre volte e poi andò a confabulare con il capo ufficio. Suor Virginia non capiva quel tramestio e cominciava ad innervosirsi.
" 'Ste mille lire so' farze (false)!! Le tenarìa da straccia' (dovrei strapparle)." La frase fu come una fucilata in faccia per Suor Virginia. Pensò in un attimo alla superiora che aspettava fiduciosa il cambio delle mille lire e soprattutto ai bambini che bisognava sfamare tutti i giorni. Sentì salire dentro di sé un forte impulso di ribellione e con uno scatto felino allungò il braccio attraverso lo sportello ed agguantò intera la grossa carta da Mille Lire.
"Aredamme 'sì sordi, ca 'nso' gli te', so' degli uttri ca tènnuta magnà ( ridammi i soldi, non sono i tuoi ma dei bambini che devono mangiare)" sibilò verso la cugina che era rimasta di stucco con la mano vuota a mezz'aria. Uscì dall'ufficio postale incredula e confusa. Come poteva tornare dalla superiora e portarle la terribile notizia che le Mille Lire non valevano niente e niente si poteva dare ai negozianti( Felicetto e Meloni) per pagare i vecchi debiti? Che sarebbe stato il futuro dell'asilo? Mentre nella testa si affollavano tutti questi pensieri si ritrovò sulla piazza e si avviò lentamente verso l'Istituto Santa Chiara. Per colpa di qualche imbroglione sconosciuto, che in qualche modo aveva rifilato la banconota al convento, i bambini innocenti dell'asilo dovevano pagare le ingiuste conseguenze. Chi avrebbe pagato le minestre della refezione scolastica? Chi li avrebbe aiutati? La domanda era senza risposta e la tristezza più cupa scendeva nel suo animo. Ben sapeva che la mensa scolastica era un aiuto insostituibile per le povere famiglie, specie quelle più numerose, che mandavano i bambini all'asilo. Non si decideva a rientrare in convento per non dare un grosso dispiacere alla superiora.
Una risata fragorosa richiamò la sua attenzione. Si voltò da quella parte e riconobbe la sagoma inconfondibile, grande e grossa, di suo cugino Francesco che si intratteneva allegramente con altre persone alla "porta dell'olmo" (la piazza Trento e Trieste). Ma sì, era proprio lui, uno dei più ricchi commercianti e proprietario di terre del paese, figlio di un fratello di suo padre. Era un uomo di umili origini, come lei, del resto. Aveva sempre avuto il bernoccolo degli affari con una forte mentalità sparagnina ed aveva fatto fortuna con le sole proprie forze. L'aveva forse mandato la Provvidenza sul suo cammino? Suor Virginia si affrettò verso di lui, tirò fuori dal saio la banconota tutta spiegazzata e la mise sotto il naso di Francesco, mentre il cuore le tumultuava nel petto. "France', famme zica stu favore, cagnume (cambiami) ste mille lire, ca' la posta nu' le te' (non ce l'ha)." Francesco la guardò dall'alto della sua statura, un po’ sorpreso ed un po’ divertito. Mettendo mano al portafoglio voluminoso esclamò:"Sor Virgi', 'nte' pozzo di' de no, me si cugina i puro moneca. E' nu favore ca nu' me costa gniende( è un favore che non mi costa niente)!!". Contò con cura 10 banconote da 100 lire e le mise nelle mani tremanti di suor Virginia. Poi prese la banconota da mille lire, le diede un'occhiata distratta, la piegò meticolosamente in quattro e la ripose nella pancia del portafoglio. Suor Virginia abbassò prontamente il capo per nascondere il rossore che si spandeva sulle guance, farfugliò una parola di ringraziamento e fuggì come il vento. Era combattuta da opposti sentimenti, la vergogna di aver compiuto una azione scorretta ricorrendo alla bugia e la gioia di aver rimediato il pane per i bambini dell'asilo. Consegnò in fretta le banconote alla superiora ed andò subito in cella per pregare e chiedere perdono per la sua malefatta. Non vedeva l'ora di confessare il peccato al padre spirituale. L'avrebbe mai perdonata?
Francesco il giorno dopo, recandosi all'ufficio postale conobbe l'inattesa e sgradita verità delle mille lire. Erano false! Suor Virginia l'aveva imbrogliato? Fu preso da una certa rabbia. Lui, tanto esperto uomo d'affari e di mondo, si era fatto abbindolare da una ingenua e timida suorina. Voleva andare dalla superiora per reclamare la restituzione dei soldi. Accelerò il passo e raggiunse rapidamente il portone del convento. Ne avrebbe dette quattro alla superiora ed a suor Virginia. Era inconcepibile che una suora, tutta chiesa e lavoro, si prendesse gioco dell'uomo più ricco e più importante del paese. Attraversando il corridoio sentì il cicaleccio dei bambini raccolti a mensa ed il tintinnio delle posate che battevano nelle scodelle di latta. La rabbia svanì di colpo dai suoi pensieri ed arrivato in presenza della superiora raccontò con calma l'accaduto e concluse" Suor Virginia ieri è fatto na cosa azzeccata, perché m'è 'ndragoto (costretto) a fa' 'n'opera bbona, i pe' chesto la rengrazzio. Essa è pigliato i sordi dalla persona giusta pe' da' da magna' agli mammocci degl' asile. I po' ste' mille lire frùtteno più alle mani vostre che alle meie" La sua voce era lievemente incrinata per la commozione. "Sia laudato Gesù Cristo!" biascicò sottovoce e lesto fuggì via.

martedì 9 dicembre 2008

La chimica in agricoltura






Fino agli anni 50 il contadino usava come fertilizzante il letame, perfettamente biodegradabile e ricchissimo di principi attivi nutrienti per le varie coltivazioni e l'inquinamento del suolo era pressochè sconosciuto. Poi vennero i fertilizzanti chimici, insetticidi, pesticidi, erbicidi a base di composti organici fosforati, efficaci per eliminare parassiti ed erbacce, ma inquinanti per l'ambiente, il suolo, gli animali e l'uomo. Non si sono più viste pere,mele, ciliegie bacate, ma allo stesso tempo si è notata una netta riduzione di animali selvatici, sia stanziali che migratori. I cacciatori in qualche modo c'entrano, non sono ,pero', la causa principale. Questa è da attribuire soprattutto all'inquinamento del suolo, delle piante, dell'acqua, dell'aria operato dai pesticidi ed erbicidi. Da alcuni anni si è rilevato un significativo aumento delle coppie di sposi sterili. Da una su dieci si è arrivati a due-tre su dieci ed in netta prevalenza si tratta di sterilità maschile. Un fenomeno con gravi conseguenze demografiche e sociali. Sempre da alcuni anni si assiste ad una caduta verticale del numero e della maturità di spermatozoi negli adulti maschi tra i 30 ed i 40 anni di età. Rischiamo di avere ben presto una umanità senza futuro, perché incapace di procreare fisiologicamente. La sterilità colpisce, per ora, i paesi più avanzati che usano largamente la chimica nelle coltivazioni e presto si allargherà anche ai paesi in via di sviluppo che accedono ai nostri sistemi di coltivazione.
Non più di un anno fa un giornalista americano pubblicava sul National Geographic una ricerca eseguita sul suo sangue per individuare la presenza di pesticidi ed erbicidi. Pur vivendo egli lontano dalle grandi città e da centri industriali, furono trovate quantità assai significative di erbicidi e pesticidi. Il giornalista aggiungeva che il problema era all'attenzione da qualche tempo dell'NIH (National Institute for Health), l'omologo americano dell'Istituto Superiore di Sanità. E' un fatto ormai acclarato che pesticidi ed erbicidi sono letali per il sistema riproduttivo degli animali e dell'uomo, specialmente sulla linea maschile.
Per quanto mi risulta le istituzioni sanitarie italiane ed europee non sono ancora coinvolte nello studio di un problema di così vasta portata. Anche la stampa italiana, tutta, scientifica e di informazione dorme sonni profondi.
Proviamo a darle la sveglia?

Lettera di Natale 2008




Caro Pietro,
Sono stato il tramite quasi inconsapevole di un incontro tra persone che non si conoscevano, pur essendo parenti molto stretti, nati e vissuti in terre lontane separate dall’Oceano. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera dagli Stati Uniti che mi chiedeva un aiuto per ritrovare la famiglia di origine di Bonanni Biagio emigrato da solo in America, ancora ragazzo, circa un secolo fa.
Con il contributo decisivo di mia cugina Iolanda Bonanni riuscimmo ad individuare un componente importante della famiglia di origine, Rosina Bonanni consuocera di Iolanda.
Una storia bella , commovente, ricca di sentimenti profondi, che parte da Fiuggi e ritorna a Fiuggi e ci fa capire che siamo tutti cittadini di quel Villaggio Globale che è diventato il nostro Pianeta.
I familiari di Rosina, Teresa e Luciano Giorgilli, mi avevano pregato di scrivere un pezzo per il nostro giornale, ma credo sia più giusto ed efficace il racconto fatto in prima persona da uno dei protagonisti della storia: Marylin Haffey nipote americana di Bonanni Biagio emigrato in America nel periodo che va dal 1910 al 1912.

Bonanni Biagio Enrico nacque a Fiuggi il 13-12.1896 da Andrea Bonanni e da Fiore Elisabetta ed ebbe 8 tra fratelli e sorelle. Giovanissimo lasciò l’Italia per recarsi negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore. Arrivò così ad Ellis Island, New York. Aveva circa 16 anni. Qualche anno dopo si sposò ed ebbe un figlio, Joseph. La moglie morì poco dopo e Biagio si trasferì a Minersville, Penssylvania intorno al 1921.
Minersville è una piccola città di estrazione mineraria del carbone. Aveva circa 5000 abitanti ai tempi di Biagio. Ora ne conta 4000. Minersville è molto simile a Fiuggi. Mentre cammini hai la consapevolezza che stai salendo su delle colline. Ci sono colline ondulate e piccole montagne ed è situata sulla catena dei monti Appalacchi. Ci sono moltissimi alberi e mio nipotino Christian esclamava spesso:” guarda le montagne alberate!”
In autunno le foglie cambiano colore ed è bellissimo. In inverno quando gli alberi sono spogli si può notare gran parte della zona dove c’è il carbone nero. E’ tutta un’area mineraria. Le case sono fatte di legno. Hanno ciottoli all’esterno ed anche i tetti sono fatti di ciottoli incatramati. Le case sono costruite a schiera o sono bifamiliari.. Minersville fu fondata alla fine del 19esimo secolo. In quel periodo molti immigranti arrivavano negli Stati Uniti. Questo posto era un vero punto di fusione di razze diverse includendo emigranti provenienti dalla Lituania, Irlanda, Polonia, Italia, Russia, Germania, Galles ed altri paesi europei. Per rappresentare ciascun gruppo etnico venivano costruite scuole e chiese diverse. Furono costruite anche taverne locali.
La vita a quei tempi era come quella che si svolgeva a Fiuggi.
Minersville era infatti una piccola città. Era un posto sicuro per camminare e giocare. Le persone uscivano a fare spese e visitavano i vicini. La vita era magnifica e la gente era piena di speranze e di promesse. C’erano negozietti ad ogni angolo dove poter comprare latte, carne, uova, pane, verdura, frutta. Gli europei avevano portato con loro le loro usanze. La città era prospera e piena di energie.

Gli immigrati europei però non parlavano la loro lingua nativa. Tutti quelli che venivano negli Stati Uniti volevano parlare inglese in quanto essi volevano disperatamente adattarsi al nuovo mondo. Anche mio nonno non parlava italiano con mia madre che era sua figlia. Lei ricorda di averlo sentito parlare italiano solo col fratello Antonio arrivato in America dopo di lui. La seconda moglie di Biagio, cioè mia nonna, era polacca. Lei non capiva l’italiano e lui non capiva il polacco, quindi parlavano in inglese tra di loro. Immaginate quanti diversi accenti etnici circolavano a Minersville.
Biagio faceva un duro lavoro nella compagnia mineraria.
Più tardi, però, diventò comproprietario della compagnia carbonifera. La Pensylvania è uno stato molto ricco di carbone antracite, molto utile per la produzione di calore. La maggioranza degli immigrati lavorava nell’industria mineraria, un lavoro massacrante. Molti bambini morivano prematuramente per avere inalato la povere del carbone. Essi morivano di una malattia chiamata asma del minatore o polmone nero ( (pneumoconiosi).
Visitare le città dei dintorni di Minersville era come visitare la Ciociaria. Si guida per un po’ di chilometri e si trova un paese di 300 oppure 100 abitanti. La città più grande si chiama Pottsville ed ha una popolazione di 20.000 abitanti. E’ il centro più importante della zona, come Frosinone. C’è un ospedale e più industrie come pure negozi più grandi per gli acquisti. Veniva utilizzato anche un treno per il trasporto del carbone e per la gente. Infatti la stazione ferroviaria non era lontana. Al giorno d’oggi si preferisce usare l’aeroplano o l’automobile per spostarsi.
Biagio sposò mia nonna Stella Lipka, di origini polacche, il 19 Ottobre 1928. Lui aveva 31 anni (Stella era nata nel New Jersey, mentre i suoi genitori erano nati in Polonia). Si sposarono in una chiesa italiana denominata Santa Barbara a Minersville.
Ebbero 5 figli, di cui 3 morirono alla nascita. Poi ebbero anche due gemelle chiamate Genevieve e Joan nate il 18 Settembre 1933. Genevieve sposò Stiney di origine polacca-austriaca ed ebbero due figli Stanley, e Marylin, la narratrice della vicenda.
Biagio divenne cittadino naturalizzato degli Stati Uniti solo l’undici Dicembre 1940.
L’immagine che trattengo di più nella mia memoria è quella di me piccola che gioco e scherzo fuori con Biagio. Io correvo e saltavo mentre lui stava lì a guardarmi giocare. Ricordo inoltre che lui amava piantare le verdure. Da bambina l’orto mi sembrava così grande. Ricordo anche che camminavo tra le piante e lo guardavo coltivare il giardino. La sua passione più grande era la pesca. Noi andavamo spesso a pescare e a fare il campeggio. Mia madre mi racconta che io gettavo pietre nell’acqua e lei mi rimproverava perché in quel modo spaventavo tutti i pesci del fiume. Biagio allora la zittiva perché io non facevo niente di male. Ero la sua Mariuccia. Amava inoltre andare a caccia di cervi e di lepri. Ricordo che da bambina ho mangiato carne di cervo. Trattengo ancora vividi ricordi di lui che spellava le lepri e poi mangiava la carne stufata nella salsa di pomodoro con gli spaghetti. Lui ha insegnato a mia madre a fare la pasta ed il sugo, come fare la pasta aglio ed olio. Le ha insegnato perfino a fare gli gnocchi! Era un grande cuoco. Ha portato la cultura e le tradizioni ciociare in America.
Biagio non comunicava molto con le parole. Infatti io non rammento di aver avuto molte conversazioni con lui. Era un uomo tranquillo. Ciò che ricordo invece è il linguaggio dell’agire quotidiano che è il più importante di tutti. E, cioè, l’amore che provavo quando mi trovavo con lui. L’amore che provo ancora oggi. Ricordo di aver pianto molto quando lui è morto Avevo appena 9 anni ma per me fu la più profonda perdita della mia vita.
Da quando è morto ho sempre sentito un vuoto profondo. Da sempre volevo andare in Italia a scoprire da dove venisse Biagio, dove era nato, il mio patrimonio culturale italiano. Quando la zia Joan mi disse di richiamare quel numero di telefono in Italia io ero così eccitata. Alla fine il mio sogno di una vita diveniva realtà. Immaginate la meraviglia e l’eccitazione che provammo quando Rosa rispose al telefono. Alla fine scoprivamo la nostra famiglia italiana. Mia madre, la zia Joan, lo zio Joseph non avevano mai saputo che Biagio aveva lasciato dietro di sé una famiglia così grande. Lui non glie lo aveva mai detto. Immaginate la nostra sorpresa e la nostra meraviglia. I fratelli e le sorelle di Biagio sono scomparsi ora, ma ci sono i loro figli. I loro figli hanno a loro volta dei figli. Biagio ed Antonio estesero la loro famiglia in America, quella famiglia che finalmente ha incontrato quella di origine. E’ difficile spiegare a parole l’emozione provata nei nostri cuori.
Le due famiglie divise dall’Oceano Atlantico sono state riunite!
Biagio ed Antonio lasciarono l’Italia in cerca di una vita migliore. Io sono loro molto grata per i sacrifici fatti e per il loro amore. Sono grata che il cerchio è completo.
Sebbene noi siamo separati da un oceano e da 5000 miglia, questo è nulla paragonato al legame che io sento nei confronti della mia famiglia italiana e dell’Italia. Io posso soltanto immaginare quanto sia stata dura la vita per Biagio. Era così giovane, sedici anni, eppure precedette Antonio. Viaggiò da solo in una terra straniera e si lasciò dietro la famiglia e gli amici. Non tornò mai indietro per rivedere la sua famiglia e, al contrario, iniziò una nuova vita. Si sposò e generò dei figli. Guardate cosa divenne e cosa realizzò dal nulla. Che coraggio!
Il più grande dono che ci ha fatto (a mia madre, a mia zia Joan, a mio zio Giuseppe) è stata la vita che ci ha dato in America. Lui ha creato un’intera nuova generazione in una terra nuova. Si è sacrificato immensamente. Io sono giunta ad apprezzare il fatto che non importa se sei nato in America o in Italia, se parli inglese o italiano; ciò che conta è che tutti noi comunichiamo attraverso l’amore, la gentilezza e l’apprezzamento.
Il più grande lascito che Biagio ha dato alla sua famiglia rimasta a Fiuggi è l’amore.
Egli andò in America per guadagnare denaro da mandare a Fiuggi. Diede ad entrambe le famiglie separate dall’oceano una opportunità.
Per questo noi gli siamo tutti grati.
Biagio morì il 26 Aprile 1961.Una notte andò a dormire e non si risvegliò il mattino dopo. Aveva 64 anni . Antonio morì nel 1963. I loro figli ed i loro nipoti vivono ancora.
Molti dettagli della vita di Bonanni Biagio Enrico non sono conosciuti. Io ricordo solo ciò che per tutti noi è importante quando si hanno solo nove anni, cioè, l’amore di un nonno per la sua nipotina.
Il riconoscimento dei sacrifici fatti da lui per la sua famiglia di Fiuggi e la gratitudine per le opportunità di vita che sono state date a noi in America.

Marylin Haffey
P.S. Caro Pietro, non ti nascondo che questa storia mi ha commosso profondamente. Le parole di Marylin sono semplici, sincere, piene di amore autentico per nonno Biagio, per Fiuggi, per l’Italia.
Un ringraziamento ed un abbraccio affettuoso a Marylin per quello che ci ha detto.
Non ti pare che possiamo considerarLa una Fiuggina di elezione?

Gino Bonanni

martedì 2 dicembre 2008

Siamo Europei con la memoria corta

L' autostrada si snoda come un serpentone interminabile tra le montagne della Carnia e dopo Tarvisio-Coccau ti ritrovi senza accorgertene in terra d'Austria mentre l'auto scorre veloce sul nastro asfaltato. Non ci sono tracce di dogana, né tanto meno di gendarmeria. Nessuno ti ferma per controllare i documenti, né scorgi cartelli di sorta ad indicare il passaggio di confine tra due Stati. Unico indizio di trovarti fuori d'Italia è la sigla A con il tondino sul cartello verde autostradale sulla tua testa che ti indica la direzione Villach, Salzburg. Ti senti cittadino di un grande Stato sovranazionale, l'Europa. Ancor più ti senti Europeo quando paghi con la stessa moneta che usi in Italia. Il cambio di valuta appartiene al passato. La nostra meta è Linz, poco meno di 400 chilometri dall'Italia, vicinissima al confine della repubblica Ceca. E' una città che si sviluppa lungo le anse ampie e maestose del Danubio e sulle dolci verdeggianti colline che lo circondano.
E' una città ospitale, civilissima, dove la vita si svolge davvero a dimensione umana. Strade pulite, aria senza smog (eppure c'è un area industriale). Una gentilezza straordinaria, specie se sei straniero e fai fatica a farti capire, se non ti arrangi con un po' di inglese, che quasi tutti parlano.
Al Winkler Markt una giovane commessa di fronte alla tua richiesta di un rollino fotografico, lascia il posto di lavoro, chiama la collega che parla inglese e prende il suo posto alla cassa per mandarla da noi.
Ad ogni fermata del tram trovi un quadro luminoso che ti dice tra quanti minuti passerà il tram che ti interessa, il che puntualmente avviene. C'è un disegno delle linee tranviarie cittadine riportato anche in caratteri Braille per i ciechi.
Nella zona centrale della città trovi dei sacchi di nailon trasparente, appesi ai muri o agli alberi, che contengono i giornali. Tu metti la moneta nel sacco e ti prendi il tuo giornale. Le biciclette, numerosissime, vengono lasciate incustodite agli appositi sostegni, senza blocco di antifurto, fino al ritorno del proprietario.
Nel centro storico, in gran parte riservato ai pedoni, respiri una atmosfera asburgica, tra antiche birrerie, negozi d'arte, signore attempate vestite con eleganza demodé che portano, disinvolte, cappelli a larghe falde e ampi cestini di vimini foderati con stoffa.
Un minuscolo tram dei primi del novecento ti conduce attraverso un mare di verde e di boschi per un ripido pendio fino a 540 metri a Postlimberg per goderti un colpo d'occhio straordinario sulla città, sul fiume, sulle dolci colline che la incoronano.
Non mancano pizzerie italiane ( Franzesco), ristoranti italiani ( Garda). Davvero gli italiani nel mondo sono come il sale in cucina.
Le piste ciclabili attraversano da una parte all'altra la città, frequentate da intere famiglie, si estendono per centinaia di chilometri fino a Vienna, Salisburgo, Graz e così via per tutto il territorio austriaco. Noi siamo ospiti per qualche giorno presso l' Intenazionalen Studenten Zentrum Julius Raab, dove nostra figlia si trova per un periodo di lavoro. Raab fu un uomo politico austriaco di origine ebrea ( ministro degli Esteri?), volle fortemente questo centro di studi e di ricerche universitario che ospita ogni anno centinaia, forse migliaia, di studenti, ricercatori, professori universitari da tutto il mondo. E' sicuramente un fiore all'occhiello dell' Europa postmoderna che pone la scienza al primo posto nella scala dei valori.

L'ultima sera del nostro soggiorno ci ritroviamo a curiosare su Internet notizie su Linz e dintorni. Apprendiamo che Hitler, nato a Brunau, studiò all'istituto tecnico di Linz ed a qualche chilometro da Linz si trova uno dei più importanti Lager dell'era nazista: Mauthausen, nome tristemente famoso che io ben conoscevo, ma lo ritenevo situato molto lontano dall'Austria. Apprendevamo altre notizie e documentazione fotografica su Mauthausen. Nel Lager, con i suoi 49 campi sussidiari, videro la morte oltre 150 mila vittime ( in gran parte ebrei, ma anche numerosi italiani). Era uno dei Lager a regime più severo, dove forni crematori e camere a gas lavorarono a pieno regime per anni. Fu liberato nella primavera del '45 dalla prima divisione di fanteria americana. Tutte le strutture più significative del campo sono conservate a futura memoria. Un luogo sacro per l'umanità intera, un luogo dove piangere per i crimini ivi compiuti, un luogo che impone una visita di preghiera, di ricordo, di ammonimento e insegnamento, soprattutto per i giovani. Dopo 60 anni non ci sono colpe da distribuire, processi da fare, solo l'obbligo morale per tutti i cittadini del mondo di mantenere accesa la luce del ricordo sui luoghi testimoni dell'umana sacrilega follia.
E quest'obbligo incombe in primo luogo sugli abitanti di Linz, sul loro Sindaco.
Sono partito da Linz con il rimpianto di non aver avuto il tempo materiale per una visita doverosa di ricordo e di preghiera a Mauthausen.
Perché l'ufficio informazioni della Haupt Platz non fece alcun cenno all'esistenza dell'ex Lager quando noi chiedemmo notizie sui dintorni? Ci indirizzarono a Kefermarkt per la famosa e gigantesca pala lignea scolpita in bassorilievo nella chiesetta gotica del villaggio, a Freistadt per il grazioso borgo medievale con il fossato ampio trasformato in verde prato.
Perché la mappa dettagliata e illustrata dei dintorni di Linz, che viene distribuita gratuitamente ai turisti, non fa alcun cenno del Lager? Eppure alla voce Mauthauesen, che è una piccola graziosa cittadina, ti viene fatto invito alla passeggiata sul Danubio e sulla cartina geografica accanto al nome della città c'è il simbolo di una cinepresa per turisti( webcam)! Null'altro!
Mauthausen: un luogo della memoria o piuttosto un luogo dell'oblio?

martedì 18 novembre 2008

Le caste socio-economiche in Italia

Sui libri di geografia ed anche su quelli di avventure ( chi non ricorda Emilio Salgari?) abbiamo imparato che in India esistono le caste religiose che vanno dagli intoccabili ( i più disgraziati e poveri nella società) fino ai bramini ( gli eletti della società). Se non sbaglio il progresso dei tempi, il computer, la scienza dell’informazione, gli scambi culturali tra Occidente ed Oriente stanno scardinando lentamente ma inevitabilmente gli antichi pilastri della società indiana con il riscatto graduale delle classi più povere.
In Italia assistiamo invece al rafforzamento delle classi socio-economico-professionali che arreca grave danno all’economia ed al progresso del Paese. Esso è nemico della concorrenza, del merito, della qualità, della selezione meritocratica che solo il libero mercato può realizzare. In definitiva colpisce al cuore la legge fondamentale dell’economia che è quella del libero incontro tra la domanda e l’offerta di beni e di servizi secondo principi di trasparenza e di leale confronto sulla qualità e sui prezzi. Questo discorso investe le Banche, le Assicurazioni, la Giustizia, l’Università con particolare riguardo alla Ricerca, le categorie professionali, dai Notai ai Medici, dagli Avvocati agli Ingegneri, dai Farmacisti agli Architetti, ai tassisti.
Gli avvenimenti di solo un paio di anni fa che hanno coinvolto la Banca d’Italia e alcune banche italiane ci hanno dato una chiara dimostrazione dei giochi scorretti che avvengono sulle nostre teste in nome di una falsa pretesa di difendere l’italianità delle nostre banche. Troppo evidente è la volontà di mantenere il controllo del mercato bancario in ambito nazionale, di difendere il monopolio facendo cartello e imporre agli italiani costi (alti) prestabiliti dei servizi finanziari e dei prestiti, impedendo qualsiasi tentativo di concorrenza che si risolverebbe a vantaggio dei cittadini. Provate a confrontare il costo di un conto corrente o di un mutuo tra una banca italiana ed una banca straniera, salterà subito all’occhio l’esosità della banca italiana.
La musica non cambia se parliamo di Assicurazioni che si tengono ben salde nel blocco monolitico della loro associazione, l’ANIA, e dettano le loro condizioni per tutti i tipi di polizze.
Avete mai visto una polizza bonus-malus nell’assicurazione auto diminuire il premio, anche di poco, pur dopo decenni di assenza di infortuni automobilistici?
Avete mai assistito a campagne di sconti da parte delle varie compagnie assicurative?
Se spostiamo il discorso sulla scuola ed in particolare sulla Università e sulla Ricerca ci accorgiamo che troppo spesso il reclutamento dei ricercatori non avviene sulla base del merito, delle capacità intellettuali, ma vige la regola del nepotismo, del clan dominato dal barone cattedratico, dello scambio di favoritismi da una Università all’altra, sotto il mantello protettivo dei concorsi teleguidati, con il risultato che tanti giovani studiosi sono costretti ad emigrare o, peggio, ad abbandonare. Si capisce perché nella ricerca, nelle scoperte,nei brevetti siamo agli ultimi posti tra i Paesi più avanzati.
I Notai sono non più di 4000-5000 in Italia con carichi di lavoro impressionanti, liste di attesa inevitabili, costi per gli utenti che tutti conosciamo.
Quanto sarebbe più facile e più aderente alle esigenze della collettività liberalizzare il settore, ammettere alla professione i laureati in legge con anni di esperienza legale come avviene nei Paesi anglosassoni?
Quando io mi laureai, superato l’esame di stato, ricevetti dall’Inam ( la cassa mutua dell’epoca) un timbro professionale, mi fu assegnato un numero progressivo di riconoscimento e fui subito ammesso alla professione di medico di famiglia. Questa era la prassi e l’esame da sostenere era quello quotidiano del confronto con i problemi del malato.
Oggi se vuoi diventare medico di famiglia non basta più la laurea in medicina ed il superamento dell’esame di Stato, perché devi superare un ulteriore sbarramento di esame che consente ad un numero limitato di neolaureati di acquisire il diritto –dovere di frequentare per tre anni di apprendistato lo studio di un medico di base, entrare in una graduatoria di attesa e poi con il contagocce pochi fortunati entrano ogni anno nell’attività di medico di famiglia. Centinaia di medici laureati ed abilitati rimangono ad ammuffire nelle liste di attesa professionali, mentre gli assistiti negli ambulatori medici prendono il numeretto ed aspettano, aspettano pazientemente il proprio turno per la visita.
Non molto meglio si trova chi desidera specializzarsi in una branca della medicina. Le scuole di specializzazione universitarie sono (quasi ) tutte a numero chiuso, accettano 3-4 specializzandi all’anno, qualche volta anche uno soltanto, licenziano pochissime unità di specialisti ogni anno, laddove ne servirebbero decine e decine per fare fronte alle richieste in continua crescita di visite specialistiche. Provare per credere!
Conoscono i politici queste realtà? E se le conoscono cosa fanno per rimuoverle?
I tempi di attesa per visite specialistiche o per accertamenti specialistici si misurano in settimane, mesi. Se vuoi risolvere il problema devi mettere le mani in tasca. Altrimenti?
La soluzione è semplice, tutti la conoscono.
Basta liberalizzare, togliere gli sbarramenti perché gli sbarramenti sono a vantaggio esclusivo di pochi ed a danno dell’intera collettività.
Un discorso analogo vale per le farmacie, apparentemente liberalizzate, nei fatti vincolate in cartello per imporre prezzi concordati, che sono i più alti di Europa. Da qualche tempo sono stati aperti banchi di vendita di farmaci presso i supermercati per soli prodotti di banco. E’ un timido inizio che non incide significativamente sul monopolio delle farmacie.
Magistrati ed avvocati italiani sono uniti in un patto tacito ma solidale che, grazie ad una legislazione apparentemente ipergarantista, ci fa assistere allo spettacolo incredibile di processi che durano fino a dieci quindici anni. Povera giustizia!
Quante volte siamo stati censurati dall’alta corte di giustizia europea?
I tassisti non sono un’altra corporazione privilegiata? A Londra, a New York basta alzare un braccio e dopo pochi secondi un “cab” nero o giallo è vicino a te per portarti dove desideri a prezzi molto più bassi di quelli italiani. A Roma assisti alla stazione Termini allo spettacolo indecoroso di lunghe file di viaggiatori, italiani e stranieri, che attendono l’arrivo di un taxi. Come biglietto da visita della città c’è da vergognarsi.
Quanti sindaci hanno fallito nel tentativo di aumentare le licenze per auto pubbliche?
La burocrazia ministeriale è un altro bell’esempio di lacci e laccioli che soffocano il progresso e l’economia italiana. Un esempio per tutti. Quando nasce una nuova impresa gli adempimenti di legge richiedono 60 giorni prima che l’azienda sia operativa, mentre in Danimarca bastano due tre giorni.
Riuscirà mai in Italia la politica ad imporsi alle corporazioni? Ai tempi del fascismo c’era la Camera delle Corporazioni, oggi non c’è più la Camera delle Corporazioni ma le corporazioni sono più vive e forti che mai!
La meritocrazia, il mercato libero, la trasparenza, la competizione leale sulla qualità e sul prezzo sono le sole medicine che possono riportare l’Italia a competere con successo nel mercato interno e nel mercato internazionale. Il Parlamento Europeo ha approvato recentemente la direttiva Bolkestein per la liberalizzazione in una versione edulcorata che praticamente lascia le cose come stanno.
Non è più tollerabile che l’interesse collettivo della società italiana sia assoggettato agli interessi di parte dei gruppi e delle corporazioni che esercitano un potere al quale non intendono rinunciare.
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che i progressi della società scandinava o anglosassone si realizzino anche in Italia?
Una prima spallata decisiva al dominio delle caste e corporazioni la potrebbe dare l’abolizione del valore legale del diploma di laurea. Finirebbe la tutela del pezzo di carta che protegge indiscriminatamente i bravi ed i meno bravi, mentre ciò che conta è la capacità dimostrata sul campo. Si può dire che questo è un argomento tabù rimosso dai governi di destra e di sinistra per evidenti ragioni di clientela di bottega.
In una fase di recessione così grave e generalizzata una campagna seria di liberalizzazioni rappresenterebbe una spinta decisiva per risalire la china.

venerdì 14 novembre 2008

Cronache anticolane- Il "merlo" curioso

"Adduma' cetto (domani presto) vai cu pàrito ( tuo padre) alle Mitiole a raccoglie' le 'live unzuno (insieme) a gliù cumpare Peppe i la cummare Teresina. Sì ccapìto?"
La mamma aveva pronunciato queste parole con tono autorevole che non ammetteva repliche.
Il piccolo Berto (aveva compiuto otto anni da poco più di un mese) avrebbe voluto fare salti di gioia dinanzi ad una tale prospettiva. Che bello! Non si va a scuola! Vuoi mettere una mezza giornata legato ad un banco, alle prese con la tavola pitagorica dell'otto e del nove, con il dettato, la lettura del sillabario, e, magari, qualche bacchettata della maestra sulla punta delle dita per le immancabili birichinate in classe; invece l'aspettava una giornata di libertà in campagna, libero come un passerotto, ma alla caccia dei passerotti con le piccole tagliole, anche se doveva dare una mano ai grandi. Seppe nascondere i suoi pensieri, con voce sommessa replicò:" vabbè ma'. " Non voleva che capissero cosa gli frullava nella testa. Nessuno l'avrebbe salvato da un altro predicozzo del papà che spesso gli ripeteva:" tu cunusci care (solo) l'arte de Micchelaccio, magna', beve, i' a spasso!"
Dormì beato fin quasi alle sei del mattino e quando la mamma venne a chiamarlo si era già vestito e si stava mettendo gli scarponcini risuolati e chiodati che portava tutto l'anno. Fece insieme al papà ed ai compari una colazione diversa dal solito. La mamma aveva preparato una minestra di pane e fagioli per affrontare una giornata di fatiche. Il piccolo gruppo si mise in marcia preceduto dalla somara del compare Peppe con le bigoncie attaccate ai lati della sella. La mattinata dicembrina era piuttosto pungente con un cielo terso che prometteva bene. Si misero subito al lavoro prima che il sole sorgesse sopra Capo le Ripie. Il papà di Berto e il compare Peppe con le scale di legno appoggiate ai tronchi degli olivi si arrampicavano tra i rami, li battevano con un bastone e facevano cadere le olive insieme a tante foglie. La comare Teresina e Berto facevano la ronda attorno agli alberi, raccoglievano le olive sparse nel terreno e le riversavano nei sacchi. Berto già pensava di trovare qualche scusa per allontanarsi ed andare a piazzare in mezzo al prato la tagliola per uccelli che più volte gli aveva fatto fare buona caccia di fringuelli, cardellini, allodole nel recente passato.
L'esca per i poveri passerotti era un chicco di granturco infilzato su un uncinetto che alla prima beccata si sganciava dalla molla di ferro. La molla faceva richiudere inesorabilmente le ganasce metalliche su quegli esili corpicini che dopo un piccolo fremito ed un pigolio restavano senza vita nel terreno tra un turbinio di penne.
La crudele caccia agli uccelli con la tagliola era molto diffusa all'epoca tra i ragazzi più grandi e più piccoli. Si può dire che la caccia, svolta con qualsiasi mezzo, rientrava nel gioco darwiniano della lotta per la sopravvivenza ed anche i comportamenti crudeli nei confronti degli animali non erano percepiti come tali. E' pur vero che all'epoca non si erano ancora verificati gli enormi guasti all'ambiente ed al mondo animale che furono inflitti nella seconda metà del Novecento a causa del progresso senza regole, di cui tutti noi siamo stati testimoni e protagonisti. Non erano ancora sorte le associazioni ambientaliste, i verdi, le aree protette per la sopravvivenza delle varie specie animali e per la tutela dei loro diritti.
Berto stava reggendo la scala al padre quando avvertì un certo gorgoglio nella sua pancia accompagnato da una fitta dolorosa e la vaga sensazione di dover liberare l'intestino. Cercò di non pensarci. Intensificò il suo impegno a raccogliere le olive, le separava con scrupolo dai rametti e dalle foglie e le portava al sacco di canapa che diventava sempre più gonfio. Quello era il terzo sacco che stavano riempiendo e la raccolta procedeva spedita. Ma i gorgoglii intestinali erano sempre lì a ricordargli la loro presenza, anzi si ripetevano più frequenti e più forti mentre lo stimolo di liberarsi si faceva più impellente. Si allontanò con una scusa e dietro un albero portò a termine il suo servizio liberatorio, lesto si pulì con un sasso, tirò su frettolosamente i pantaloni alla zuava e cercò di sistemarsi alla meglio.
"Berto, Berto" riecheggiò la voce di compare Peppe.
"Iu cumpare me sarà visto, i mo' me lìtica" pensò Berto e subito decise di coprire in qualche modo quel tortiglione fumante e maleodorante che faceva bella mostra di sé su una zolla di terra. C'era lì vicino un cappellaccio di paglia. Lo prese e lo depose attentamente sul prodotto dei suoi bisogni corporali.
"Vamme a cumprà nu pacchetto de sigherette Popolari da Sabatino" aggiunse asciutto Peppe.
"Allora nun s'è accorto de gnende," pensò il piccolo Berto e pronto rispose: "nun ci pozzo i' (non ci posso andare)."
"I perché?" ribattè Peppe.
"So' truvato na merla i la so' missa sotto agliu cappeglio; tengo paura ca me scappa," disse Berto con voce tremante.
"I comme la sì agghiappata?" domandò curioso e sorpreso il compare Peppe.
"Cu la tagliola" affermò sicuro Bertino perfezionando la bugia che Peppe aveva bevuto per intero.
"Nu' scappa, nu' scappa, te 'lla guardo eio, la merla 'nce 'lla fa aiazza' iu cappeglio (non ce la fa ad alzare il cappello)" lo rassicurò cumpare Peppe.
Gli diede mezza lira e disse:"Cu lu resto ci cumpri lu zucchero d'orzo." Berto si era tranquillizzato, prese i soldi e partì di corsa giù per le Mitiole.
Peppe guardava fisso quel cappello e si arrovellava per la curiosità. Quasi gli sembrava che quel cappello si muovesse. Si avvicinò con circospezione ed accostò l'orecchio per sentire qualche frullio o cinguettio. Il silenzio più totale. " 'Sta merla sta bona, bona, manco se move! Forse sarà pìccula i puro 'mpaurita." pensò tra sé e sé.
La smania di vederla e di toccarla era più forte che mai. Tanto Bertino l'avrebbe ritrovata al suo posto buona e tranquilla. Che male c'era a prenderla un pochino in mano? Si inginocchiò sul terreno, strisciò con la mano destra quasi furtivamente fino alla tesa del cappello, la sollevò delicatamente di qualche centimetro da terra, con gesto rapido fece l'atto di afferrare la merla senza esagerare nella stretta. Nella sua mano sentì qualcosa di soffice e caldo che si sfrangeva tra le dita mentre lui completava la presa.
" Mò so' acciso la merla!!" esclamò esterrefatto.
Ma ritraendo la mano da sotto il cappello vide grondare dalle sue dita una poltiglia marrone, dall'odore inconfondibile. "Chesta nunn' è la merla, è la mmerda!" sbottò pieno di ira e di ribrezzo per quel materiale puteolente appiccicato sulla sua pelle.
"Berti', quando areve' te scunocchio ( Bertino, quando ritorni ti spezzo le ossa)" bofonchiò sconvolto ed indispettito anche con se stesso per la sua stupida curiosità. Se avesse continuato a fare il suo lavoro, pensò tra sé, non sarebbe accaduto niente di spiacevole, avrebbe risparmiato la figuraccia e quella mezza lira. Mentre si ripuliva la mano sotto il getto d'acqua della "cupella" (piccolo barilotto usato in campagna) seguiva il corso dei suoi pensieri: "Beglio frescono ca' so' stato! Nu uttro mucciluso piglia 'ncanzunella n' ome fatto (che bel fesso che sono stato! Un bambino moccioso si prende gioco di un uomo maturo)."
Cercarono di consolarlo sua moglie e il papà di Berto, il quale, ridendo sotto i baffi, si scusava in mille modi per la birichinata del figlio e prometteva severe punizioni.
Berto, di ritorno con le sigarette, da lontano aveva visto il compare Peppe che si lavava le mani ed imprecava ad alta voce. Capì subito cosa era accaduto e rimase fermo a debita distanza, mentre Peppe con voce alterata gridava:" Ve'cchi Berti', ve'cchi, (vieni qui Bertino, vieni qui), ca iu compare t'alliscia iu pio (che il compare ti liscia il pelo)."
Bertino si guardava bene dall'avvicinarsi; in fondo non aveva fatto niente di male. Era forse una colpa fare i propri bisogni all'aria aperta? Perché il compare Peppe non si era occupato degli affari suoi? Ad ogni buon conto pensò bene di non tornare nel campo. Si avviò mesto verso casa, quasi rimpiangendo di non essere andato a scuola. Raccontò tutto alla mamma che gli rifilò subito un ceffone e gli intimò di andare a letto senza cena. "Accusì massera nu' vede iu pare 'nguastito (così stasera non vede il padre arrabbiato)", pensò la mamma, " i adduma' è nara giornata ( e domani è un altro giorno)."