martedì 28 ottobre 2008

Il disegno intelligente è un’idiozia?

In televisione, sui giornali, su riviste scientifiche il tema dell’evoluzionismo darwiniano è da tempo un tema molto caldo ed assai dibattuto nella contrapposizione tra evoluzionisti e creazionisti.
La teoria della evoluzione, accettata senza riserve dal mondo scientifico, esclude qualsiasi intervento esterno (soprannaturale) nella comparsa della vita sul nostro pianeta, mentre i creazionisti respingono la teoria dell’evoluzione naturale e ritengono che nella vita ci sia un disegno intelligente che rimanda ad un Dio creatore. Io ritengo errata la contrapposizione perché c’è la possibilità di una sintesi che concilia le due visioni del mondo.

Con un po’ di pazienza da parte del lettrore cercherò nel modo più semplice e chiaro possibile di indicare il punto di incontro tra le opposte tesi.

Quando io guardo la mia mano o la mano della gente che mi circonda faccio una constatazione ovvia: la mano ha cinque dita. E’ una realtà/verità data, che la mia mente ha registrato attraverso la visione.
Non è un atto di fede, non è processo scientifico che presuppone la ricerca, la verificabilità, la falsificabilità, ma è un semplice riconoscimento di una evidenza reale del mio vissuto, perfettamente sovrapponibile al vissuto dei miei simili. Nessuno può considerarla una sciocchezza, una affermazione contraria alla scienza, ma una semplice verità, punto e basta.
Lo stesso discorso vale quando osservo che nel cielo sopra il nostro pianeta c’è un Sole unico che interagisce con la Terra. E’ una realtà/verità che la mente registra. Non è un atto di fede, non è un processo scientifico, ma non è neppure una sciocchezza. E’ un dato di fatto reale universalmente accettato.

Se io sto osservando un progetto dettagliato di un palazzo corredato anche di calcoli statici di cui non capisco un accidente, pur afferrandone l’importanza decisiva, potrò dire senza scandalizzare nessuno che sono di fronte ad un progetto, un progetto intelligente, un “disegno intelligente” che nessuno può negare. In quel progetto ci sono disegni, misure, calcoli, in una parola informazioni che vengono lette, elaborate, poi realizzate. Il “disegno intelligente” è diventato realtà.

Allo stesso modo, quando mi pongo di fronte ad un ovocita di scimpanzè, di elefante, di pesce, di umano, di un fiore io so che là dentro ci sono delle molecole semplici capaci di legarsi a molecole più complesse, gli aminoacidi, che vengono assemblate insieme a formare le proteine.
Centinaia, migliaia di molecole di aminoacidi vengono assemblate in successioni diverse per formare proteine diverse.

Le proteine in numero strabiliante di diversificazione diventano dei veri e propri organizzatori enzimatici in grado di costruire tessuti ed organi differenziati con una pianificazione spaziale e temporale che lasciano esterrefatti. Da una sola cellula, l’ovocita, fecondata dallo spermatozoo, si generano miliardi e miliardi di cellule che concorrono, ciascuna con un proprio ruolo, nella costruzione unitaria di un vivente. Tutte, nessuna esclusa, sono programmate e pianificate nel dna nucleare.

Tutti i geni,nessuno escluso, portano in se stessi una informazione costruttiva per l’organo o tessuto da realizzare ed una informazione coordinativa e collaborativa nei confronti degli altri organi e/o tessuti.
Non si può sviluppare la scatola cranica se prima non si forma il cervello, non possono svilupparsi i muscoli ( oltre trecento) se prima non si forma la struttura scheletrica con i suoi precisi punti di attacco per i muscoli. Non si può sviluppare la pelle se prima non si sono sviluppate le strutture dei nervi, delle arterie, delle vene. Non può funzionare un muscolo se prima non è dotato di un nervo stimolatore, di una arteria alimentatrice, di una vena che porta via i cataboliti o prodotti di rifiuto.. Il cervello stesso a sviluppo completato è dotato di circa dieci miliardi di neuroni. Immaginate una orchestra formata di dieci miliardi di orchestrali. Quale maestro sarebbe in grado di raccordarli per ottenere un concerto coerente di Mozart?

I dieci miliardi di neuroni svolgono ognuno una propria funzione in una perfetta armonia che si esprime nei movimenti, nei suoni, nei pensieri di un vivente umano. Nel cervello ci sono i neuroni che muovono le braccia, le mani, le gambe, gli occhi. Ci sono i neuroni che vedono, che sentono, che registrano tutti i segnali che vengono dal corpo, sensibilità tattile, termica, dolorifica, stimoli della sete, della fame, del sesso e sanno dare l’input adeguato per una risposta efficace.
Tutta la complessità di struttura materiale, funzioni e operazioni è prevista, programmata, contemplata nel dna della cellula progenitrice.
E’ evidente che il dna è portatore di informazioni in esso inserite che vengono trasmesse a strutture sempre più complesse e diversificate per la realizzazione della vita. Le informazioni costituiscono un complesso algoritmo che chiameremo algoritmo della vita del tutto sovrapponibile per analogia di logica all’algoritmo del software che governa le attività del computer.

E nessuno si sognerebbe mai di negare il disegno intelligente insito nel software del computer.


Sono il primo ad ammettere che la vita si è sviluppata attraverso un processo evoluzionistico che è maturato nei milioni di anni secondo le geniali intuizioni di due secoli fa di Charles Darwin. C’è un’osservazione decisiva che ci permette di conciliare la teoria evoluzionistica con il disegno intelligente. Nella evoluzione il meccanismo causa-effetto è interno al sistema stesso sotto forma di mutazioni e selezione naturale. L’evoluzione è un processo autosufficiente, che non richiede interventi esterni. Lo stesso discorso non vale nel processo genetico, che noi chiamiamo disegno intelligente, perché il meccanismo causa-effetto, pur agendo all’interno del sistema, non fa parte di esso.
I geni del cervello codificano per il cervello ma non hanno alcuna attinenza fisica, chimica, morfologica con il cervello. I geni dell’apparato cardiovascolare codificano per il cuore ed i vasi ma non hanno alcuna attinenza o analogia fisica, chimica, morfologica con il cuore e i vasi. Il meccanismo causa-effetto non lo riconosciamo nelle basi del dna, non lo riconosciamo negli aminoacidi, non lo riconosciamo nelle proteine. Nessuna di queste fasi presenta l’aspetto finalistico e organizzativo che ritroviamo nel prodotto finale che è l’essere vivente. E’ evidente che l’informazione ordinante viene ricevuta dall’esterno come imprinting progettuale. L’imprinting progettuale rappresenta in maniera inconfutabile quel “disegno intelligente”, oggetto oggi di tante polemiche e negazioni nel mondo della scienza, dinanzi al quale debbono tutti inchinarsi, gli scienziati innanzitutto, come pure gli umili profani cui il sottoscritto sente di appartenere.

Il disegno intelligente non sarà verità scientifica perché manca dei criteri della verificabilità e della falsificabilità, ma soddisfa interamente i criteri della logica che sono anche quelli del buon senso e, pertanto, è una realtà-verità che ha la stessa dignità e valenza della verità scientifica.
Non è certo una idiozia! E non inficia minimamente il valore scientifico dell’evoluzionismo per quella parte di verità che esso rappresenta.

domenica 26 ottobre 2008

La giusta paga

Era il 9 Settembre 1943. Tre anni di guerra avevano messo a dura prova la volontà di resistere della gente. Al dolore e alla preoccupazione per i figli, i mariti, i padri che affrontavano ogni giorno il rischio di morire sui fronti di combattimento si aggiungevano le paure dei bombardamenti ed ancor più i morsi della fame che si facevano sentire ogni giorno di più. La farina, lo zucchero, il sale, la carne, il latte erano diventati alimenti sempre più rari sul desco di ogni casa. La tessera alimentare con il bollino da staccare per il negoziante non garantiva più la razioni misere di pane e di pasta (100 grammi l'uno e 50 grammi l'altra), di zucchero che venivano distribuite regolarmente solo nei primi due anni di guerra. Parallelamente al libero commercio, protetto dalla legge, si era sviluppato il mercato nero dove era possibile trovare a prezzi proibitivi alcuni alimenti principali. Ad esempio un chilo di farina costava circa 100 lire, l’equivalente di 10 giornate lavorative di un operaio. Si può immaginare gli affari d’oro dei borsari neri che prosperavano sulla fame della gente, anche se correvano qualche rischio di incappare nelle maglie severe della legge.
Solo 24 ore prima ( l’otto Settembre ) il Maresciallo Badoglio aveva annunciato via radio agli italiani la firma dell’armistizio con le forze alleate, in realtà già siglato a Cassibile in Sicilia il 3 Settembre, all’insaputa dell’alleato germanico. Dopo aver occupato tutta la Sicilia le forze anglo-americane cominciavano a risalire la penisola, mentre la popolazione era stremata dalla fame, dai lutti, dai bombardamenti. Mussolini era scomparso dalla scena il 25 Luglio destituito dal Re, che aveva chiamato alla carica di primo ministro Pietro Badoglio. Subito dopo l’annuncio dell’armistizio il Governo italiano insieme al Re si era frettolosamente e vergognosamente dato alla fuga per rifugiarsi sotto la protezione degli ex-nemici, abbandonando un Paese martoriato ed un esercito sbandato ai soprusi ed alla rabbiosa vendetta delle forze germaniche presenti in Italia. Migliaia di soldati furono fatti prigionieri ed inviati nei lager in Germania e Polonia, da dove molti non fecero più ritorno. I più fortunati si spogliarono della divisa e tentarono la via del ritorno a casa con mezzi di fortuna e con l’aiuto generoso della gente, che offriva ospitalità anche rischiando grosso.
Il mattino presto del giorno 9 Settembre la notizia si diffuse in paese: il magazzino viveri dell’esercito italiano era stato abbandonato, privo di qualsiasi sorveglianza. Donne, uomini, bambini, tutti correvano verso il deposito per portare a casa qualcosa da mangiare. Là c’era ogni ben di dio, dalla pasta alla farina, dallo zucchero alle uova, dalle patate alla cioccolata, dalla carne in scatola al pesce in salamoia, dalla frutta sciroppata ai liquori, dalle sigarette ai dolci, dall’olio ai formaggi, dalla marmellata ai salumi. In breve tempo il grande capannone era diventato un formicaio in un convulso andirivieni di gente che prendeva tutto quello che poteva. Anche Rosa, appena saputa la notizia, mentre era a lavare i panni lungo il fiume, si precipitò verso il magazzino militare. Lei a casa ne aveva ben dieci di bocche da sfamare tra figli ed i vecchi genitori. Non poteva perdere questa occasione straordinaria. Arrivata al magazzino si rese conto che il saccheggio era quasi completato. Scaffali vuoti e divelti, tavoli rovesciati, il pavimento cosparso di rottami, vetri rotti, contenitori fracassati, tracce di farina, zucchero, gallette militari per ogni dove. Si guardò intorno attentamente alla ricerca di una preda importante. Il suo sguardo si fermò ad un tavolo sotto il quale si intravedeva una grossa forma rotondeggiante. Si avvicinò e capì subito che si trattava di parmigiano. Quella forma doveva essere molto pesante, non meno di 20 chili. Non si perse d’animo. Prese il fazzolettone che aveva al collo, lo modellò per fare una corolla e con l’aiuto di una comare issò il parmigiano sulla testa, con la corolla a fare da ammortizzatore. Da brava ciociara era avvezza ai pesi sulla testa perché quasi quotidianamente portava la conca di rame sulla testa, piena di acqua da bere, dalla fontana alla propria casa. Percorse con passo lento ma sicuro i due chilometri che la separavano da casa, tenendo con le mani ben salda la forma sulla testa, dritta come un fuso. Si diresse verso la baracca- ripostiglio che avevano vicino casa e depositò con cura la grossa forma su di un’asse di legno disposta ad un metro da terra. Chiuse bene a chiave la porta dietro di sé e non confidò a nessuno in casa il suo segreto. Pensava di farlo il giorno dopo.
Il cognato Fausto, intento a lavorare nel campo dove si trovava la baracca, vide arrivare Rosa con il prezioso carico sulla testa. "Chi t 'è dato 'ssu caso" chiese incuriosito. " Iu so' pigliato agliu magazino 'gli surdati" rispose asciutta Rosa. Fausto capì in un lampo, lasciò il suo lavoro e corse trafelato verso il magazzino viveri che ben conosceva. Troppo tardi. Il magazzino era stato ripulito da cima a fondo. Rimanevano solo le tracce del passaggio delle cavallette umane. All'interno dei locali un disordine indescrivibile. Sembrava che fosse passato un ciclone. Tutti avevano beneficiato del magazzino militare tranne che lui. La rabbia e l'invidia si impadronirono dei suoi pensieri. Ci pensò sopra un poco e poi prese la grande decisione. "Gnente a Fausto, allora gnente a niciuno!" disse a se stesso e si affrettò al comando tedesco per raccontare l'accaduto. Già la sera venivano affissi avvisi in paese che ordinavano ai cittadini di riconsegnare entro 24 ore alla polizia tedesca tutto quello che era stato trafugato dal magazzino dell'esercito italiano. Le sanzioni prevedevano l'internamento nei campi di lavoro in Germania per tutti i trasgressori, trovati in possesso di viveri presi del magazzino militare. Grande fu l'allarme che si diffuse tra i paesani. Nessuno pensò di poter disubbidire ai tedeschi e tutti quelli che avevano partecipato a svuotare il magazzino dispensa, mogi, mogi, il mattino seguente si avviarono verso il comando tedesco a riconsegnare quello che avevano preso ( pasta, zucchero, olio, formaggi, prodotti vari in scatola, baccalà, legumi, prosciutti, etc, ). Anche Rosa non potè tenere la bella forma di parmigiano e si affrettò a portare indietro con tanta rabbia in corpo quel grosso peso ai tedeschi, che non ne erano, certo, i legittimi proprietari. Nel pomeriggio, come accadeva tutti i giorni, si recò alla baracca-ripostiglio per andare ad accudire le sue galline. Non credette ai suoi occhi quando sbirciando nella penombra vide sull'asse di legno una forma di parmigiano, più grande di quella che era stata sua per poche ore, che faceva bella mostra di sé quasi come una sfida. Evidentemente l'aveva messa lì il cognato, che era anche lui proprietario della baracca; ci teneva i suoi attrezzi per la campagna ed era anche per lui il passaggio per andare al suo gallinaio. Era il frutto del tradimento a danno dei paesani e la ricompensa che aveva ricevuto dai tedeschi, come le avevano raccontato le vicine di casa. Una rabbia prepotente l'assalì e fu colta da un impulso improvviso a distruggere o far sparire comunque quella grossa forma, magari gettandola nel fiume. Il giusto castigo per il cognato. Non poteva gioire solo lui, lo spione, a danno di tutti i compaesani. Sarebbe stato un atto riparatore di giustizia. Mentre si agitavano questi pensieri nella sua testa, la rabbia cominciò a sbollire e pensò di ricambiare Fausto con il proprio sdegno, non rivolgendogli più la parola. Da quel giorno l'avrebbe completamente ignorato. Passò una settimana. Ogni giorno Rosa era costretta a passare dinanzi a quella forma per arrivare al suo gallinaio, ed ogni volta montavano la stizza ed il dispetto per il sopruso subìto. Purtroppo bisognava rassegnarsi.
Un pomeriggio entrando nella baracca vide la forma risplendere sotto un raggio di sole che filtrava da una finestrella sulla soffitta, ricoperta di ragnatele. Sembrava ancora più grande e più bella. Ma…..un momento! Vicino alla forma, sull'asse di legno, c'era un mucchietto di polvere bianca che sembrava formaggio sgranato. Si avvicinò incuriosita, annusò con insistenza, toccò con le dita facendo scorrere tra i polpastrelli quel materiale granuloso. Non poteva sbagliarsi. Era proprio formaggio. Corse con l'occhio sulla parete arrotondata della forma ed a qualche centimetro di altezza c'era un buchetto sfrangiato grande quanto un grosso chiodo. In un baleno realizzò quello che stava accadendo. I topi di campagna avevano cominciato una ghiotta opera di demolizione di quel monumento. Bisognava dare loro una mano discreta per consentire di portare a compimento un'opera tanto silenziosa quanto efficace. Anche perché trovava giusto che il cognato patisse allo stesso modo che aveva patito lei. Lesta fece sparire ogni traccia del formaggio presente sulla tavola e, raccogliendo tutte le sue forze, allargò le braccia intorno alla forma, la strinse saldamente e la fece ruotare di mezzo giro in modo che il varco di entrata dei topi si trovasse completamente nascosto dalla parte del muro. Nessun indizio restava visibile dell'operazione topi e Rosa se ne tornò soddisfatta a casa.
Fausto aspettava pazientemente la stagionatura del parmigiano e quasi ogni giorno passava alla baracca ripostiglio per curare con gli occhi la sua preda mangereccia. Gli appariva sempre più odorosa, più bella, più matura. Quando poi era baciata dal sole gli sembrava un gioiello di inestimabile valore. Né c'era alcunchè che potesse far nascere in lui qualche sospetto. Quella tavola non era mai stata così linda e ben spolverata. Si trattava di aspettare per una o due settimane la stagionatura e poi sarebbe stata gran festa a casa di Fausto. Non immaginava che era sorta tra la cognata Rosa ed i topi campagnoli una strana alleanza i cui frutti diventavano sempre più concreti, pur se invisibili. Rosa aveva imparato a controllare quasi quotidianamente l'operato dei topi, che a nugoli, si riversavano ogni notte e ogni giorno, quando potevano, nella grande pancia del formaggio e scavavano freneticamente in ogni direzione. Con un lungo mestolo introdotto nell'ampio varco cercava di toccare le pareti della forma di parmigiano e le sentiva sempre più lontane. L'opera di demolizione procedeva irresistibile, giorno dopo giorno, notte dopo notte, fino al totale esaurimento della materia prima. Restava, ormai, solo una sottile corteccia che mascherava molto bene il vuoto totale interno. Rosa ne ebbe la riprova perché la percussione della superficie esterna con le nocche delle dita traeva un suono prolungato a bassa tonalità, caratteristico dei recipienti vuoti. L'operazione congiunta Rosa-topi era giunta a termine. C'era solo da aspettare l'evolvere degli eventi.
Quella mattina Fausto, smanioso di prelevare la forma per portarla a casa, si svegliò in anticipo ed, indossata una camicia da lavoro, entrò nella baracca e si accinse subito all'opera. Rimirò ancora estasiato e orgoglioso la bella forma che troneggiava sulla tavola e si avvicinò un poco emozionato ad essa. Voleva fare tutto da solo, con le sue forze, per fare la sorpresa a tutti in casa. Avvolse con le braccia la forma rotonda, fece salda presa su di essa per sollevarla e toglierla dall'asse. La spinta all'indietro, non bilanciata dal peso, ormai inesistente della forma, lo mandò gambe all'aria, mentre la stretta delle sue braccia faceva letteralmente esplodere la sottile corteccia di parmigiano, che in mille e mille pezzi si sparse al suolo e ricoprì anche il suo corpo. Le cronache dell'epoca non ci raccontano se fu più grande la delusione o la sorpresa per Fausto. Di certo la lezione servì. Giustizia era fatta! I topi avevano punito e beffato la malignità umana.
Beninteso con la complicità maliziosa di mamma Rosa.

mercoledì 22 ottobre 2008

Quanto costa la salute?

Una passeggiata quotidiana, che non ci costa niente, vale assai più, per la nostra salute, delle medicine che dobbiamo pagare.
La rivista più importante, nel mondo, di Cardiologia, Circulation, ha pubblicato nel mese di Agosto 2008 un articolo di grande interesse pratico che merita di essere portato alla conoscenza di tutti, in particolare le persone anziane.
Il titolo dello studio è già molto eloquente: le attività fisiche del tempo libero lievi e moderate riducono significativamente l'incidenza della fibrillazione atriale negli adulti più anziani. La fibrillazione atriale è il disturbo più frequente del ritmo cardiaco ( fino al 20% della popolazione oltre i 65 anni) ed è causa di scompenso cardiaco, ictus cerebrali con gravi conseguenze motorie ( paresi, emiplegie ). Si capisce come la fibrillazione atriale è un problema di grande impatto sociale. Lo studio si è protratto per circa 20 anni, ha coinvolto oltre 5000 persone di età superiore ai 65 anni.
Due risultati meritano la nostra attenzione. Il primo risultato riguarda coloro che svolgevano attività fisica lieve o moderata con velocità da 3 a 6 chilometri orari per circa 1 ora, poco più o poco meno. Questi soggetti presentavano una incidenza della fibrillazione atrale che si riduceva del 30-40% rispetto alla popolazione non impegnata in attività fisica.
Il secondo risultato, che costituisce una vera e propria sorpresa, riguarda i soggetti che svolgevano, sì, attività fisica ma più impegnativa al di là dei parametri che definiscono l'attività lieve-moderata. Ebbene in questi soggetti si è rilevato un aumento dei casi di fibrillazione atriale rispetto ai soggetti non attivi.
Per dirla in termini tecnico-matematici possiamo affermare che la relazione tra l'intensità dell'attività fisica e l'incidenza della fibrillazione atriale rappresentata graficamente si presenta come una curva ad U, nel senso che i casi di fibrillazione atriale si riducono progressivamente passando dall'attività lieve all'attività moderata. Quando si supera questo limite, cioè, si passa dalla marcia alla corsa l'incidenza della fibrillazione atriale tende di nuovo ad aumentare di diversi punti.
Il discorso è limitato alla popolazione più vecchia e non riguarda i giovani.
Possiamo modificare un aforisma molto conosciuto nel seguente modo: l'anziano che va piano va sano e va lontano.

venerdì 17 ottobre 2008

Rivogliamo il vermetto


Fino a trenta quaranta anni fa capitava ogni giorno di sbucciare una mela e si trovava spesso l’ospite sotto forma di un vermino bianco che si agitava nella piccola galleria scavata nella polpa. Si eliminava la parte occupata dal vermino ed il resto della mela si poteva gustare in tutto il suo sapore. Si usava chiamarle mele bacate , ma, in realtà erano mele sanissime e saporite perché non avevano subito alcun trattamento chimico e portavano l’aroma ed il sapore genuini di un frutto incontaminato.
La nostra agricoltura non aveva ancora conosciuto la chimica dei pesticidi, degli insetticidi, degli erbicidi che negli ultimi quaranta anni si è diffusa specialmente nei paesi più ricchi del continente europeo ed americano. L’uso dei pesticidi si è affermato nella coltivazione della frutta, della verdura, dei cereali. E’ vero che le produzioni sono cresciute, il prodotto è diventato esteticamente più accettabile, ma a quale prezzo per la nostra salute?
E' risaputo che i pesticidi e diserbanti possono provocare gravi danni al sistema nervoso ed all’apparato riproduttivo.
E’ osservazione comune da 10-15 anni l’incremento percentuale delle coppie sterili, che in passato non superavano il 5-10%, oggi toccano il 20-30%, assumendo le dimensioni di un problema sociale assolutamente prioritario. Questo fenomeno assai grave ed allarmante per il futuro del genere umano è presente soprattutto nei paesi sviluppati, Europa e America in testa, laddove l’agricoltura fa uso generoso dei pesticidi, che danneggiano l’apparato riproduttivo più nei maschi che nelle femmine.
In passato la sterilità di coppia veniva attribuita due volte su tre alla donna, oggi due volte su tre viene accertata una sterilità maschile per un blocco di maturazione degli spermatozoi, la spermiogenesi. Evidentemente la maturazione di un singolo follicolo con la liberazione dell’ovulo una volta al mese è meno sensibile all’effetto tossico dei pesticidi rispetto al processo di sviluppo e maturazione degli spermatozoi che vengono prodotti a decine di milioni e coinvolgono meccanismi fisiologici e biochimici più complessi e più vulnerabili. Oggi assistiamo allo spettacolo scoraggiante di migliaia di coppie sterili, che non possono avere figli e spesso ricorrono all’istituto della adozione con tempi di attesa di alcuni anni. Da una parte milioni di bambini costretti negli orfanotrofi e dall’altra centinaia di migliaia di coppie che vorrebbero adottare, separati da un muro invalicabile fatto di burocrazia e leggi assurde.
Il C.D.C.( control diseases Center) di Atlanta, che è un centro epidemiologico mondiale, ed il NIH ( Istituto nazionale della salute ) americani hanno aperto un osservatorio di monitoraggio internazionale sul rapporto causa-effetto dei pesticidi con la sterilità. Non v’è dubbio che la portata mondiale del problema deve richiamare l’attenzione anche dell’Italia con la mobilitazione del Ministero della Sanità e dell’Istituto Superiore di Sanità.
E’ urgente riconsiderare la politica agricola nei confronti dei pesticidi e diserbanti e trovare al più presto soluzioni radicali. E’ urgente sottoporre ad esame tossicologico ciò che mangiamo, dalle verdure ai legumi, dalla frutta al latte ai cereali alla carne E’ il solo modo per prendere consapevolezza del problema e per capire bene la sua dimensione e le conseguenze nei confronti dell’umanità intera.

martedì 14 ottobre 2008

Le Mura Ciclopiche di Alatri: Patrimonio Mondiale dell’Umanità

Arrivando in macchina da Fiuggi, tra Pitocco e Collepardo puoi appena intuire l’esistenza dell’Acropoli dal profilo rettangolare nella parte alta del centro storico di Alatri.
Venendo da Frosinone, superata Tecchiena si offre superbo alla tua vista l’angolo est-nord-est delle mura ciclopiche con la sua altezza di 15-20 metri che ti fa subito capire la maestosità del monumento.

Da oltre 4000 anni le mura ciclopiche sfidano il tempo, le sue inclemenze, la storia con le sue distruzioni, i movimenti sismici del territorio, che è assai ballerino. Nessun collante unisce le pietre gigantesche, né cemento, né ferro, né calce. E’ una muraglia a secco, eretta 4-5000 anni fa da un popolo, di cui nulla sappiamo, i Pelasgi, che precedettero su queste terre gli Etruschi ed i Romani. Come realizzarono l’opera è ancora oggi un mistero assai fitto. Dove presero le enormi pietre? Sul posto o in cave lontane?
Un’opera risalente ad ere così remote si colloca nella preistoria, molto, molto prima della grande Roma, prima della civiltà greca, forse coeva con gli albori delle civiltà assiro-babilonese, egizia ed ebraica.
Un quadrilatero ampio come tre campi di calcio, delimitato da una cinta muraria possente la cui superficie libera si aggira intorno ai 10 mila metri quadrati, con l’asse maggiore orientato nord-sud.
I lati lunghi sono ovviamente esposti ad Est ed Ovest e presentano due porte di ingresso, la maggiore ad Est, la minore ad Ovest. La minore si segnala per un’ architrave gigantesca, naturalmente monolitica, che sovrasta imponente la piccola apertura della porta di accesso all’Acropoli.
Le pietre, o meglio, i massi che compongono l’opera muraria hanno una superficie libera che va da 1-2 metri quadrati a 6-7 metri quadrati, cioè quanto uno stanzino. Molte di queste pietre sviluppano un volume di 10-12 metri cubi per un peso di centinaia di quintali. Eppure i Pelasgi privi di argani, verricelli , corde di acciaio, ruote dentate, seppero metterle in opera in una perfetta ed armonica composizione di superfici e volumi, scalfendo, spianando, livellando, dove era necessario, la durissima pietra basaltica.
Puoi vedere spesso lo spigolo di una pietra enorme accolto nella nicchia concava creata nella pietra sottostante. La pietra massiccia acquistava nelle mani sapienti di questo popolo primitivo la plasticità, la duttilità della creta, realizzando un monumento alla tenacia, alla fatica, all’ingegno, al sentimento religioso dell’uomo. Non dimentichiamo che al centro dell’Acropoli si ergeva un tempio, di cui oggi non conserviamo alcuna traccia, sostituito poi dalla cattedrale di Alatri.
Il risultato di un lavoro cosi minuzioso e paziente, costato una fatica sovrumana, è un gigantesco mosaico di figure geometriche, tutte diverse l’una dall’altra, con il susseguirsi di forme triangolari, quadrangolari, pentagonali, trapezoidali, ognuna perfettamente inserita al posto giusto, come le piccole tessere di un vero mosaico.
Emozione ed ammirazione sono i sentimenti che si provano di fronte ad uno spettacolo unico nel suo genere. Gli stessi sentimenti che nell’ottocento provò un grande storico tedesco, Gregorovius, studioso attento dell’antica Roma, che davanti alle Mura Ciclopiche non poteva non esclamare che il monumento, frutto di titanica fatica dell’uomo primitivo, suscitava in Lui “ammirazione assai maggiore che non la vista del Colosseo”.
Eppure intorno al Colosseo vediamo tutti i giorni file interminabili di visitatori, specialmente stranieri, intorno all’Acropoli di Alatri il deserto.

In occasione di una visita recente con miei parenti toscani, mia cognata Maria, entusiasta ed emozionata, mi diceva che il fratello, mastro muratore nel Casentino, raccontava sempre che la più grande gioia e soddisfazione del suo lavoro le provava quando poteva modellare le pietre, di dimensioni assai modeste, per erigere i muri in pietra viva. I Pelasgi, invece, alcune migliaia di anni fa modellarono macigni impressionanti per creare un manufatto che sfida i millenni. Aggiungeva mia cognata che avrebbe sollecitato la visita di gruppo delle Pro Loco della Verna e del Casentino per ammirare un’opera tanto straordinaria quanto sconosciuta.
In quella mattinata assolata di Agosto calcava con noi i selci intorno all’Acropoli solo una coppia di signori pugliesi, anch’essi ammirati ed entusiasti.
La visita all’Acropoli si può estendere ad altri tesori d’arte che la città di Alatri ci offre. Opere insigni sono la chiesa romanica di Santa Maria Maggiore, la chiesa gotica di San Francesco, il Palazzo medievale Gottifredi, le magnifiche mura esterne della città, in buono stato di conservazione, che meritano giustamente, pure esse, l’appellativo di ciclopiche.
Tra le migliaia di clienti stagionali che frequentano Fiuggi credo che ben pochi hanno avuto la fortuna, la curiosità, il suggerimento di visitare le Mura Ciclopiche, anche per nostra colpa.
Non credo che il Machu Pichu o i Sassi di Matera siano opere più antiche e di maggior valore rispetto alle Mura Ciclopiche. Tuttavia sono dichiarate, a buon diritto, Patrimonio Mondiale dell’Umanità da parte dell’UNESCO.

Mi rivolgo al Sindaco di Alatri, alla Giunta, al Consiglio Comunale, affinché con fiducia e convinzione assumano l’iniziativa per attivare tutti i canali necessari ed utili a richiamare l’attenzione internazionale ed, in particolare, dell’UNESCO, per un riconoscimento giusto di fronte al mondo del grande valore archeologico, storico, artistico dell’Acropoli di Alatri.
E’ chiaro che occorre uno sforzo collettivo che coinvolga la Provincia, la Regione, lo Stato, la Sovrintendenza delle Belle Arti, nonché archeologi e critici d’arte che potrebbero convocare una conferenza internazionale sul tema. Un primo punto fermo si potrebbe stabilire con lo studio del radio-carbonio, che, se non vado errato, può fissare con buona approssimazione l’età millenaria delle Mura.

Alcune cose si possono fare subito senza grandi spese ma con efficacia. La Pro Loco di Alatri con il sostegno di Comune e Provincia si deve impegnare nella formazione di un nucleo di guide turistiche, nella raccolta di tutta la documentazione archeologica e storica presente negli archivi comunali, in Vaticano, attingendo anche alle fonti che lo stesso Gregorovius avrà citato nei suoi scritti, che non è difficile consultare. Sempre la Pro Loco può organizzare visite collettive per piccoli gruppi di albergatori di Fiuggi, di Roma, di altre città turistiche. Diventerebbero certamente i primi promoters pubblicitari dell’Acropoli. Campagne di sensibilizzazione e conoscenza vanno rivolte alle Agenzie di viaggio italiane e straniere.
Ad un quarto d’ora da Fiuggi, a meno di un ‘ora e mezza da Roma e da Napoli non dovrebbero mai mancare correnti turistiche di visitatori, specie nei fine settimana. Anche una convenzione con il Touring Club potrebbe servire per creare canali di promozione all’estero, Cina e Giappone compresi. Un sito Internet con adeguata documentazione fotografica, multilingue, bene pubblicizzato, sarebbe un mezzo assai efficace di conoscenza nei cinque continenti.
Se è vero che esistono le Sette Meraviglie del Mondo, le Mura Ciclopiche di Alatri sono senz’altro l’Ottava.
Nessuno può negare che l’Acropoli alatrense, per la sua vetustà, per la sua maestosità, per l’ottimo stato di conservazione, non trova comparazioni nel continente europeo ed in altri continenti.

domenica 12 ottobre 2008

Biocarburanti: El tacon pejo del buso- La pezza peggio del buco

Anche l’onorevole Tremonti, tempo fa, definì demenziale l’idea e ancor più la realizzazione di carburanti per auto (etanolo) dai cereali come riso, mais, semi di soia. Lo aspettiamo al varco ora per vedere se sarà coerente con le sue pubbliche dichiarazioni così da convincere il nuovo governo ad una ferma linea di opposizione ai biocarburanti.
Ma l’azione più incisiva deve essere portata nei confronti di un grande Paese nostro alleato, gli Stati Uniti, che da uno, due anni collaborano strettamente con il Brasile in un piano di produzione su larga scala di biocarburanti con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio.
Già negli anni novanta il Brasile aveva sperimentato la produzione di etanolo dalla canna da zucchero, mais, soia ed il suo uso nelle auto brasiliane è una realtà da oltre 10 anni. La crescita galoppante del prezzo del petrolio che si è quintuplicato nel giro di 2-3 anni ha spinto altri Paesi, compresi quelli europei, a percorrere la stessa strada del Brasile. Un anno fa gli Stati Uniti, che sono il più grande produttore ed esportatore mondiale di cereali, hanno firmato un accordo con il Brasile che prevede un forte incremento nella produzione di etanolo dai cereali nei due Paesi fino a cinque volte il livello attuale.
Uno sforzo gigantesco nella direzione sbagliata.

Nel 2006 il Brasile ha prodotto 19 miliardi di litri di etanolo pari al 45 % del consumo totale di carburanti da trasporto.
Nel piccolo stato dello Iowa, nel middle West statunitense, la produzione di etanolo ha toccato i 7 miliardi di litri.
E’ stato calcolato , però, che, anche se tutto il mais e la soia prodotti negli Stati Uniti fossero trasformati in etanolo, si coprirebbe soltanto il 20% della domanda di carburanti negli Stati Uniti.

Tanto per avere un’idea dello spreco enorme di risorse alimentari cerealicole per produrre etanolo constatiamo che il pieno di etanolo per un’auto Suv ( per capirci, un fuoristrada) divora una quantità di cereali sufficiente a sfamare una persona per un anno.

Il circuito negativo che si è innescato è molto semplice. Il 20% della produzione statunitense di mais è stata sottratta al mercato alimentare mondiale e trasferita alle raffinerie dell’etanolo. Il prezzo del mais è salito vertiginosamente e molte coltivazioni di soia sono state convertite alla produzione di mais. La riduzione di soia sul mercato porta alla crescita di prezzo della soia stessa.
I coltivatori di soia brasiliani allargano la coltivazione della soia ai terreni prima adibiti al pascolo.
Gli allevatori di bestiame creano nuovi pascoli ricorrendo alla deforestazione della giungla tropicale amazzonica.
Il risultato terribile di questo processo infernale è la scomparsa negli ultimi sei mesi del 2007 di oltre 300 mila ettari di foresta amazzonica!

Tutti conosciamo oggi la funzione fondamentale che la foresta brasiliana del Mato Grosso svolge come sistema bioregolatore contro l’effetto serra e il fenomeno del riscaldamento del globo terrestre.
E’ la politica dei governi che deve cambiare radicalmente prima del disastro planetario.

Ad esempio gli Stati Uniti sostengono l’industria dei biocarburanti con 7 miliardi l’anno di dollari di contributo, senza contare il sostegno ai coltivatori. Se i cereali sono dirottati verso l’industria dei biocarburanti ci sono tre conseguenze inevitabili:

1) il prezzo dei cereali va alle stelle, ed è quello che sta accadendo; il prezzo del riso si è raddoppiato nel giro di 4 mesi da fine dicembre 2007 alla fine di Aprile 2008

2) il mercato mondiale dell’alimentazione avrà una disponibilità di cereali sempre più scarsa perché in parte sono venduti all’industria dei biocarburanti

3) I Paesi più poveri non hanno mezzi per comprare il cibo a prezzi esagerati e si trovano ad affrontare moti di rivolta sociale sempre più diffusi.

A tutto ciò aggiungiamo le conseguenze nefaste per il clima e per l’effetto serra derivate dalla deforestazione che si allargherà a macchia d’olio dal Brasile a tutte le altre foreste tropicali del nostro bistrattato Pianeta e ci rendiamo conto che l’umanità si sta preparando una trappola mortale con le proprie mani al solo scopo di sfuggire alla dipendenza dal petrolio.



Chiediamo al nostro governo di intervenire con determinazione a tutti i livelli, presso gli alleati americani, presso il Brasile, presso le Nazioni Unite, perché si realizzi un accordo internazionale per la rinuncia definitiva alla politica dei biocarburanti derivati dai cereali.



Passerebbe alla storia come benefattore dell’intera Umanità.

venerdì 10 ottobre 2008

Biala Podraska, 1943-1945

E’ una espressione polacca, vuole dire bianca nei boschi. Evoca paesaggi fiabeschi di boschi immersi nel mantello di neve delle sconfinate pianure della bassa Polonia, atmosfere rarefatte ed incantate di silenzi, di pace, di libertà.
Era un posto di sofferenza, di dolore, di stenti, di fame, di malattia, di morte. Un grande lager nazista dove erano stati concentrati migliaia di soldati italiani caduti in mani tedesche dopo l’otto Settembre 1943.
Nella baracca numero 7 c’erano con gli altri prigionieri tre fiuggini, il capitano Perrini Vincenzo e due tenenti più giovani (poco più che ventenni) Antonio Bonanni e Aurelio Fontò. Fatti prigionieri in luoghi diversi si erano ritrovati insieme per pura casualità a Biala Podraska. Perrini era un uomo più maturo, intorno ai 40 anni, insegnante nelle scuole di Fiuggi, molto noto e stimato in paese. A casa lo aspettavano la moglie e 3 figli, Bruno, Teresa, Arrigo ( Chigo per gli intimi). Antonio ed Aurelio erano studenti universitari strappati dalla guerra ai loro studi. Il maestro Perrini li considerava e li trattava come fratelli più piccoli. Un pezzettino del loro paese si ricostituiva in un luogo straniero, tanto lontano da casa. Sperimentarono insieme la verità del proverbio che dice aver compagno al duolo scema la pena. Si era formato un vero e proprio nucleo familiare dove Vincenzo portava la saggezza, l’equilibrio, la prudenza, mentre Antonio ed Aurelio portavano la tenacia, lo spirito combattivo, la voglia di vivere. Non si separavano quasi mai. Era un grande vantaggio quello di scrivere tre lettere e attendere tre risposte perché con le difficoltà di guerra per il recapito della posta capitava ogni tanto che almeno una lettera loro arrivava a Fiuggi ed una risposta arrivava da Fiuggi portando notizie di tre famiglie.
I primi mesi furono forse i più duri della prigionìa sia per l’arrivo precoce dell’inverno sia per l’impatto della condizione nuova che dovevano affrontare come la perdita della libertà, i morsi sempre più duri della fame, le umiliazioni e maltrattamenti continui, lo stato miserevole dell’igiene personale ed ambientale. I pidocchi diventarono presto i compagni cui bisognò abituarsi, in testa e negli indumenti. La minestra era una “sblobba,” spesso maleodorante, appena riscaldata, dove potevi pescare, se eri fortunato, qualche pezzetto di patata o di cavolo e niente più. Il pranzo cominciava e finiva lì. La cena non c’era. Qualche volta rimediavano bucce di patate, bucce di carote, residui di pane secco ed ammuffito rovistando come topi tra i rifiuti della cucina dei soldati dentro i cassonetti della spazzatura., Quell’inverno del 43-44 fu assai rigido ed il freddo implacabile e tagliente durò alcuni mesi. Da Novembre ad Aprile la neve con il gelo, il ghiaccio e, spesso, il vento della steppa, tormentò senza requie le migliaia di prigionieri presenti nel campo.
Vincenzo, Antonio, Aurelio qualche settimana dopo la loro cattura erano stati convocati dal comandante del lager che propose loro di aderire alla repubblica fascista di Salò. Avrebbero avuto restituito il grado militare con relativo stipendio, sarebbero tornati nell’Italia del Nord al servizio della Repubblica Sociale di Mussolini, inquadrati nella Guardia nazionale repubblicana. Sarebbe stata la fine delle sofferenze. I tre rifiutarono senza incertezze ben sapendo che la loro scelta significava rinuncia alla libertà ed agli agi di una vita da ufficiale. Come loro la stragrande maggioranza dei prigionieri respinse la proposta. Possiamo oggi affermare che furono Loro autentici protagonisti della Resistenza Italiana perché non vollero dare alcun sostegno alla causa del fascismo e del nazismo.
Veri, eroici Resistenti.
La vita da prigionieri di guerra non fu breve perché durò dal Settembre 1943 al Maggio- Giugno del 1945. Ventidue lunghissimi mesi di privazioni, di fame, di freddo, di malattie e soprattutto di umiliazioni e di offese. Per i tedeschi il soldato italiano era un “traditore” e come tale era trattato. Assai diversa era la condizione dei prigionieri inglesi ed americani. Per loro era più facile ricevere pacchi di viveri ed inviare notizie a casa attraverso la Croce Rossa Internazionale.
Verso la fine del 1944 i tre fiuggini insieme a tutti gli altri prigionieri in mano tedesca, sotto la minaccia delle truppe russe avanzate profondamente in territorio polacco, furono trasferiti via ferrovia, affastellati come sardine su carri bestiame, trattati alla stessa stregua di bestie, dapprima in Austria, poi definitivamente in un lager nel cuore della Germania. Le condizioni di vita peggiorarono ulteriormente, ancor più affamati, più sporchi e infestati da pulci e pidocchi, più afflitti dal freddo e dal gelo. Anche dentro la baracca si formavano candelotti di ghiaccio che persistevano per settimane. Le speranze di riportare la pelle a casa si affievolivano giorno per giorno perché le forze si erano ridotte al lumicino e la fiducia per una rapida conclusione della guerra era ormai svanita.
Un giorno capitò ad Antonio di conoscere dei piloti alleati prigionieri nello stesso campo e notò che portavano, come indumento per tutti i giorni, giubbetti antigelo per il volo alle alte quote. Una idea gli balenò subito in testa. Un pezzo della resistenza elettrica inserita nello spessore del giubbetto poteva essere utilizzata per creare un rudimentale fornello elettrico. Si potevano cucinare cibi crudi e secchi che arrivavano con la Croce Rossa Internazionale soprattutto ai prigionieri anglo-americani. Fagioli, ceci, lenticchie, carote, raramente un pacco di pasta. Non c’erano cucine a disposizione dei prigionieri, né si poteva sperare che la cucina per i militari tedeschi si prestasse per i bisogni dei prigionieri. Detto, fatto. Riferì la sua idea ad un compagno di baracca che era perito tecnico. Con entusiasmo si misero all’opera. Rimediarono una placca di metallo e legno che serviva come base per il fornello. Il pilota americano non si fece pregare due volte per cedere il suo giubbetto d’alta quota; ne aveva un altro di riserva. Il filo di rame per fare il cavo di alimentazione fu trafugato dal perito tecnico nell’officina del campo dove aveva accesso. Nel giro di due giorni l’aggeggio elettrico era pronto e funzionante. La corrente elettrica veniva presa dalla illuminazione esterna della baracca solo per il tempo necessario alla cottura, poi si faceva sparire tutto, compreso il fornello, per non essere scoperti dai tedeschi. Le operazioni di cottura avvenivano subito dopo l’ispezione serale dei sorveglianti nella baracca. Per una due ore prima di dormire si lavorava tranquillamente senza pericolo di essere scoperti. Antonio ricorda ancora oggi quel profumo inebriante che invase la baracca quando fu fatto bollire il primo pentolino di fagioli. “Da fare resuscitare i morti” ti dice sorridendo. Ogni prigioniero che aveva bisogno del fornello lasciava alla baracca dei fiuggini un quinto del suo tesoro alimentare. In pochi giorni si crearono le scorte alimentari che permettevano di distribuire ai 50 prigionieri della baracca un piatto caldo di ceci, o fagioli, o carote, o lenticchie tutti i giorni. Non si andava più a dormire a pancia vuota, anche se le porzioni erano piuttosto scarse per la necessità di accontentare tutti. Era scongiurato il pericolo di morire di fame, come era accaduto tante volte a tanti compagni di sventura nei mesi precedenti. Vincenzo, Antonio, Aurelio ripresero coraggio e tornò la fiducia di poter resistere fino alla fine della guerra e riabbracciare le famiglie lontane.
Gli ultimi giorni del Marzo 45 cominciarono a sentire un brontolio in lontananza che si ripeteva continuamente e di notte si accompagnava a bagliori che solcavano il cielo. Si pensava a tuoni che annunciavano la tempesta. Ma il cielo era privo di nuvole sia di giorno che di notte. Superata l’incredulità iniziale si resero ben presto conto che il fronte di guerra si avvicinava rapidamente e le cannonate segnalavano che le truppe alleate stavano per arrivare.
L’alba del 21 Aprile si presentò diversa perché nessun sorvegliante venne a dare la sveglia mattutina . Un silenzio irreale avvolgeva il campo. Antonio mise la testa timidamente fuori dalla porta e sbirciò in lungo ed in largo il lager. Non c’erano soldati in giro e tutte le postazioni di sorveglianza erano completamente sguarnite. Uscì fuori con gli altri prigionieri e dalle baracche vide uscire frotte di prigionieri che si guardavano intorno disorientati. Si ritrovarono tutti insieme sul piazzale principale e si diressero silenziosi verso la baracca del “Kommandantur”.Uno di loro bussò ripetutamente alla porta. Silenzio di tomba.
Aprì. Nella baracca non c’era nessuno. Le sedie rovesciate, fogli di carta e schedari buttati per terra, armadi spalancati e messi a soqquadro. Una confusione indescrivibile che stava ad indicare una fuga precipitosa.. Vincenzo, Aurelio ed Antonio si guardarono in faccia sorpresi e felici. Si strinsero in un grande abbraccio mentre lacrime di gioia solcavano le facce.
I tedeschi erano fuggiti! Finalmente liberi! L’incubo era finito!
L’assalto alle cucine fu la parola d’ordine che guidò la turba. Come formiche impazzite liberate dal formicaio si diressero verso la dispensa. In un quarto d’ora fu completamente depredata. Ogni prigioniero usciva con un trofeo nelle mani. Pane, pasta, marmellate, formaggi, salami, patate, birra, vino, pomodori, ce n’era per tutti i gusti. Tutti si potevano sfamare. Sull’asta dove per tanto tempo aveva sventolato la bandiera con la croce uncinata fu issato un grande lenzuolo bianco in segno di pace. E la pace si concretizzava nel primo pomeriggio con l’arrivo delle jeep cariche di soldati americani. Si rinnovarono le scene di commozione e di gioia. Con la pace tornava la libertà.
Alla visita medica nessuno dei tre raggiungeva i 40 kg di peso. Scheletri coperti di pelle.
Una grande medicina restituiva loro la forza e la volontà: la libertà riconquistata e l’idea che presto (questione di settimane) avrebbero riabbracciato le proprie famiglie.

sabato 4 ottobre 2008

OGM per la lotta alla cecità dei bambini

Ho pensato di dare rilievo ad un punto che aveo trattato in un mio precedente post sugli OGM.
Gli scienziati hanno creato in laboratorio una pianta nuova di riso molto ricca di beta-carotene, un precursore della vitamina A. Questo riso transgenico è chiamato "riso dorato"( golden rice) ed usato come alimento base potrebbe sconfiggere la xeroftalmia che porta alla cecità ogni anno mezzo milione di bambini nel terzo e quarto mondo per la mancanza di vitamina A nella alimentazione.

Eppure il riso transgenico, ricco di beta-carotene, a causa dell'opposizione oltranzista del mondo variegato della sinistra internazionale e, oggi, anche della destra, non ha diritto di cittadinanza sulla mensa dei poveri!!

Una domanda brucia sulla punta della lingua. La rivolgo agli amici di Green Peace, ai Verdi, al WWF, ai no-Globals, ai partiti della sinistra europea, all’ex ministro Alemanno ed al suo partito, all'on. Pecoraro Scanio, all'on. Bertinotti, alla Chiesa Cattolica, a monsieur Bovè. Perché vi opponete all'uso alimentare del riso transgenico ricco di vitamina A che è in grado di salvare dalla cecità tanti bambini ( mezzo milione all'anno) che non hanno vitamine nel loro povero cibo? La risposta non è dovuta a me, ma ai bambini destinati a diventare ciechi per la mancanza di vitamina A.

venerdì 3 ottobre 2008

Piccoli sforzi, grandi benefici per la propria salute

Una ora al giorno, o poco più, di marcia veloce (110-140 passi al minuto), di corsa, a seconda della età e dell’allenamento, oppure di cyclette, piscina, palestra, o altri sport non estremi, riesce a bruciare circa 400-500 calorie. Il che significa che quell’ora non è stata una perdita di tempo, una attività fine a se stessa ma un contributo decisivo a mantenere il bilancio energetico dell’organismo, a bruciare le calorie introdotte in eccesso, a conservare o raggiungere il peso forma. Avremo fatto per la nostra salute qualcosa molto più importante ed, allo stesso tempo, più economica che consultare i medici e prendere medicine.
Credo di dire una verità che nessuno può contestare.
Oggi la nostra salute e la prevenzione della malattia dipendono molto più da noi stessi, dal nostro comportamento a tavola e per la strada che non dalla medicina. La vita sedentaria è il nemico più pericoloso per la nostra salute.
Bisogna ricordare sempre che la difesa del peso normale comincia dall’infanzia e grande è la responsabilità delle giovani mamme e dei giovani papà nei confronti dei figli che crescono. Meno merendine, meno televisione, meno patatine fritte e molta più attività motoria e di gioco, specie all’aperto. Cresceranno figli più sani, non più in sovrappeso, al riparo dalle malattie generate dal benessere (diabete, cardiopatie, ipertensione, ictus e soprattutto cancro), candidati a diventare centenari.

Pesatevi ... e pensate

Ognuno di noi deve essere in grado di scoprire a quale categoria di peso appartiene. Tutti gli studi internazionali dimostrano concordemente che il normopeso ha una più bassa incidenza di malattie quali il cancro rispetto al sovrappeso e all’obeso.

Per stabilire chi è sottopeso, normopeso, sovrappeso, obeso, basta fare una semplice divisione tra il peso e l’altezza moltiplicata per se stessa. Otteniamo l’indice di massa corporea. Io peso 63 kg, sono alto metri 1,60 che moltiplico per 1,60. Il prodotto è 2,56. Se divido 63 per 2,56 ottengo 24 circa, che è il mio indice di massa corporea. Al di sotto di 21 si è sottopeso, tra 21 e 24 si è normopeso, tra 25 e28 si è sovrappeso, al di sopra di 28 si è obesi.

Il mantenimento di un peso normale dipende quasi sempre dalle nostre abitudini alimentari e più in generale dallo stile di vita che conduciamo. Le calorie introdotte con il cibo non devono superare le calorie consumate e la bilancia sarà la spia affidabile di questo sconfinamento.
Oggi sappiamo per certo che il sovrappeso e l’obesità favoriscono il cancro dell’esofago, della cistifellea, del pancreas, del colon, del rene, dell’utero.

giovedì 2 ottobre 2008

OGM: stop ai pregiudizi...politici

Nessuna paura per gli uomini politici italiani di governo e non di governo. Non esistono minacce da parte degli OGM sulla genuinità della cucina italiana. Non corrono pericoli i prodotti tradizionali, prosciutto di Parma, il San Daniele, il parmigiano, il taleggio, il grano duro pugliese. Le piante OGM interessano la comunità scientifica internazionale per la possibilità concreta di dare un aiuto decisivo attraverso le biotecnologie ai Paesi più poveri nella lotta alla fame e alla malattia ed ai Paesi più evoluti uno strumento per sconfiggere l'inquinamento diffuso dei terreni agricoli.

Abbiamo alle nostre spalle più di 20 anni di sperimentazione ed uso delle piante geneticamente modificate. I primi esperimenti concreti risalgono al 1982- 83 da parte di aziende statunitensi ed una belga sui semi di soia e di mais.
Circa 15-16 Paesi coraggiosi ed illuminati aderiscono oggi a questa sperimentazione ( Stati Uniti, Argentina, Brasile, India, Canada, Australia ecc.). Da nessuna parte è stato segnalato un qualsiasi effetto negativo sulle popolazioni interessate. Le piante su cui sono state operate manipolazioni transgeniche fino ad oggi sono il mais, la soia, il riso, il cotone, la canna da zucchero, il pomodoro.
Negli Stati Uniti oggi il mais transgenico rappresenta il 50% del raccolto totale, mentre per i semi di soia raccolti in tutto il mondo si calcola che oltre la metà della produzione mondiale è soia transgenica. Secondo stime attendibili la coltivazione totale nel mondo di piante ogm raggiunge la rispettabile superficie di oltre 100 milioni di ettari che tradotti in chilometri quadrati corrisponde a 1 milione di chilometri quadrati, oltre tre volte la superficie totale dell'Italia. Siamo di fronte ad una realtà che non può essere più ignorata, e non si può dichiarare nei suoi confronti un ostracismo fondato sui pregiudizi politici e sull'ignoranza grossolana dei fatti.
Ed i fatti sono davanti agli occhi di tutti. Le piante ogm hanno le seguenti caratteristiche:
a) maggiore resistenza alla siccità
b) maggiore resistenza alla salinità
c) resa produttiva molto più elevata (anche due-tre volte)
d) presenza accresciuta di vitamine ( ad esempio il beta carotene, precursore della vitamina A, nel riso)
e) maggiore resistenza agli erbicidi
f) risparmio significativo nell'uso dei pesticidi in agricoltura (fino all'ottanta per cento)
g) presenza di licofeni ( potenti antiossidanti anticancro) nel pomodoro aumentata di 2-3 volte
h) aumento degli acidi grassi omega-3 ( importante fattore antiarteriosclerotico)
i) maggiore utilizzazione dell'acqua e dell'azoto
l) maggiore resistenza ai climi freddi

Non occorrono molte parole per capire l'importanza di queste qualità, della possibilità di coltivare terre inaridite e semideserte, della resa produttiva accresciuta, per una lotta efficace alla fame nel mondo.

Così come risulta del tutto evidente l'importanza della forte riduzione nelle piantagioni transgeniche dell'uso di pesticidi che rappresentano la fonte principale di inquinamento del terreno, delle acque, delle piante con danni gravissimi per l’ambiente e per gli esseri viventi. Sappiamo oggi per certo che i pesticidi sono causa di sterilità per molte specie animali ed, in particolare, per l’uomo. La riduzione significativa dell'utilizzo dei pesticidi nelle piantagioni di cotone geneticamente modificato, insieme al ridotto rimaneggiamento del terreno coltivato, maggiori residui di raccolto lasciati nel suolo, hanno avuto come conseguenza diretta una crescita sensibile, fino al 30-40%, della popolazione di uccelli stanziali in vaste regioni degli Stati Uniti. Il ruolo degli antiossidanti, delle vitamine, degli acidi grassi insaturi nella difesa della salute contro il cancro, l'arteriosclerosi, le malattie degli occhi, delle mucose, della pelle è oggi universalmente riconosciuto.

L'atteggiamento adeguato di fronte ad una realtà incontestata, che può aprire all'umanità straordinarie prospettive di progresso, sarebbe quello della apertura mentale che guarda con interesse prudente a questi nuovi filoni di ricerca per allargare ed incrementare gli studi e le sperimentazioni diretti a confermare i benefici per l'uomo e per l'ambiente. Allo stesso tempo occorre verificare, controllare, analizzare l'eventuale esistenza di danni all'uomo , agli animali, all'ambiente, che, per lo meno teoricamente, potrebbero derivare da alterazioni negative del patrimonio genetico delle piante. Danni che non sono mai stati evidenziati in una esperienza più che ventennale di sperimentazione ed uso degli organismi geneticamente modificati.

Non risulta che gli americani, gli australiani, i brasiliani, gli argentini, i canadesi abbiano subito alcun danno alla salute per la coltivazione e l'uso alimentare delle piante transgeniche. Lo stesso discorso vale per l'ambiente in cui vivono. L'opposizione ottusa, ostinata, nutrita di pregiudizi, alla sperimentazione allargata degli OGM non trova alcuna giustificazione scientifica ed è il frutto di ignoranza e di avversione politica che vede schierati in prima linea Green Peace, il WWF, i no-Globals, i Verdi, i partiti della sinistra. Si criminalizza una ricerca scientifica condotta alla luce del sole, che si propone obiettivi di progresso per l'umanità, in particolare per sconfiggere la fame e la malattia che flagellano per lo meno due miliardi di persone nel mondo.

E l'Europa dei Lumi, del razionalismo, della rivoluzione industriale e scientifica dove si colloca? E' in una posizione di tiepido ostruzionismo che non la onora. Si preoccupa, giustamente, di introdurre per legge la tracciabilità nei prodotti alimentari e nei mangimi degli organismi transgenici quando superano lo 0,9%, se autorizzati, e lo 0,5%, se non autorizzati. Ma chiude la porta dinanzi alla possibilità di sperimentare, di capire, di mettere a fuoco il problema degli Ogm al riparo dalle campagne di false verità. C'è anzi chi chiama gli Ogm il cibo di Frankenstein (Frankenfood)! Anche l'Italia, quando era ministro agli Affari Agricoli Alemanno, ha fatto la sua brava battaglia di retroguardia di fronte al nuovo che avanza, frapponendo ogni sorta di ostacoli ad una sperimentazione delle piante transgeniche ( ogm ) che il mondo scientifico italiano vorrebbe invece promuovere con le necessarie precauzioni.
E le Nazioni Unite si comportano come le tre scimmiette: non parlano, non vedono, non sentono! Solo la Gran Bretagna recentemente ha dato il via libera alla coltivazione del mais transgenico.
Si temono le posizioni di predominio e privilegio di società come l'americana Monsanto, la tedesca Bayer che certamente non lavorano per motivi etici ma per fare profitto, come tutte le buone aziende? E' sufficiente che le istituzioni nazionali e sovranazionali (i singoli Stati, l'Unione Europea, le Nazioni Unite) indennizzino le spese ragguardevoli per lo studio e la sperimentazione e dall'oggi al domani spariscono i brevetti delle scoperte che saranno a disposizione gratuita della comunità scientifica internazionale.

Buon senso ed onestà intellettuale suggeriscono due livelli di attenzione di fronte al problema delle piante geneticamente modificate.
Un primo livello riguarda le piante transgeniche più recentemente selezionate ed impone ulteriori sperimentazioni e verifiche a 360 gradi, che possono andare avanti anche per anni.
Un secondo livello di attenzione per le coltivazioni sperimentate da qualche decennio, che dovrebbero trovare una accettazione completa, soprattutto per la possibilità immediata di abbattere del 50-70% l'uso dei pesticidi. Sarebbe un contributo significativo e prezioso per ridurre l'inquinamento, ormai avanzato, delle superfici agricole sul nostro Pianeta.
In ultima analisi lo scienziato che coltiva piante transgeniche compie nel giro di anni la stessa, identica operazione che ha compiuto la Natura con l'Evoluzione-selezione nel giro di milioni di anni: entrambi introducono mutazioni, cambiamenti nel patrimonio genetico. L'unica differenza sta nel fatto che l'azione della Natura è casuale, cieca, l'azione dello scienziato è mirata, razionale. Dove è lo scandalo, dove sono i pericoli? Forse lo scandalo ed i pericoli vengono dalle mentalità retrive che si oppongono all'avanzare del nuovo.

P.S. Ai giovani voglio segnalare un vero eroe del ventesimo secolo, sconosciuto ai più, eroe di pace e non di guerra, il dottor Norman Borlaug, oggi gagliardo novantenne, che nel 1970 fu insignito del premio Nobel per aver combattuto e vinto la guerra contro la fame, prima in Messico e poi in India, salvando centinaia di milioni di vite umane, attraverso la ibridazione naturale (incroci di piante) di cereali che raddoppiarono e triplicarono il raccolto e lo resero resistente alla ruggine delle piante. Un antesignano delle biotecnologie.

mercoledì 1 ottobre 2008

Una corretta alimentazione nella prevenzione dei tumori

E’ ormai universalmente riconosciuto che il tipo di alimentazione ha un valore determinante sui destini futuri della nostra salute. Svolge un ruolo decisivo nella protezione delle arterie e del cuore, nella insorgenza o meno del diabete di secondo tipo (non insulino-dipendente), nella prevenzione dell’ictus cerebrale. Solo da pochi anni è stata riconosciuta l’importanza assai grande dell’alimentazione nella prevenzione del cancro. Una premessa serve ad impostare correttamente il problema. Per evitare l’alimentazione eccessiva bisogna scegliere cibi a bassa densità energetica, vale a dire cibi che non superano le 200 calorie per 100grammi, cioè, frutta, verdura, legumi. I grassi (lardo, burro, olii vegetali), invece, sviluppano ben 800 calorie per 100 grammi. Devono essere presenti nella dieta, ma fortemente limitati. Da preferire i grassi vegetali, in primis olio di oliva.
La prima regola da osservare è la limitazione delle carni (specialmente rossa), compresi gli affettati, a non più di 200-300 grammi la settimana. Il consumo di pesce deve prevalere sulla carne. Bisogna ridurre al minimo il consumo di carni processate, cioè salate, affumicate, trattate con conservanti.
Frutta e verdura devono essere il componente principale della alimentazione quotidiana. Ogni giorno si devono consumare più di 500 grammi tra frutta e verdura. La frutta in tutte le varietà. Per la verdura si consigliano tutte quelle a foglia, cavolo, verza, broccoli, insalate, le verdure colorate verdi, rosse, arancioni, gialle,bianche come pomodoro, carota, kiwi, carciofo, ravanelli, sedano, melanzana, cipolla, aglio, finocchio. Insomma non si deve diventare del tutto vegetariani, ma prevalentemente sì. Alla frutta e verdura si affiancano i cereali (pane e pasta) in quantità moderata ed i legumi, tutti. L’apporto di liquidi, principalmente acqua ed un bicchiere di vino rosso ai pasti, non deve essere inferiore ad un litro al giorno. Si sconsigliano le bevande zuccherate per l’apporto ulteriore di calorie. Il gelato non è sconsigliato. Il dolce solo nelle feste importanti. C’è una spia efficace dell’apporto calorico oltre il bisogno quotidiano: la bilancia. In ogni casa ci deve essere una bilancia da usare almeno due volte la settimana. Se ascoltata ci aiuta a mantenere il peso-forma