E’ una espressione polacca, vuole dire bianca nei boschi. Evoca paesaggi fiabeschi di boschi immersi nel mantello di neve delle sconfinate pianure della bassa Polonia, atmosfere rarefatte ed incantate di silenzi, di pace, di libertà.
Era un posto di sofferenza, di dolore, di stenti, di fame, di malattia, di morte. Un grande lager nazista dove erano stati concentrati migliaia di soldati italiani caduti in mani tedesche dopo l’otto Settembre 1943.
Nella baracca numero 7 c’erano con gli altri prigionieri tre fiuggini, il capitano Perrini Vincenzo e due tenenti più giovani (poco più che ventenni) Antonio Bonanni e Aurelio Fontò. Fatti prigionieri in luoghi diversi si erano ritrovati insieme per pura casualità a Biala Podraska. Perrini era un uomo più maturo, intorno ai 40 anni, insegnante nelle scuole di Fiuggi, molto noto e stimato in paese. A casa lo aspettavano la moglie e 3 figli, Bruno, Teresa, Arrigo ( Chigo per gli intimi). Antonio ed Aurelio erano studenti universitari strappati dalla guerra ai loro studi. Il maestro Perrini li considerava e li trattava come fratelli più piccoli. Un pezzettino del loro paese si ricostituiva in un luogo straniero, tanto lontano da casa. Sperimentarono insieme la verità del proverbio che dice aver compagno al duolo scema la pena. Si era formato un vero e proprio nucleo familiare dove Vincenzo portava la saggezza, l’equilibrio, la prudenza, mentre Antonio ed Aurelio portavano la tenacia, lo spirito combattivo, la voglia di vivere. Non si separavano quasi mai. Era un grande vantaggio quello di scrivere tre lettere e attendere tre risposte perché con le difficoltà di guerra per il recapito della posta capitava ogni tanto che almeno una lettera loro arrivava a Fiuggi ed una risposta arrivava da Fiuggi portando notizie di tre famiglie.
I primi mesi furono forse i più duri della prigionìa sia per l’arrivo precoce dell’inverno sia per l’impatto della condizione nuova che dovevano affrontare come la perdita della libertà, i morsi sempre più duri della fame, le umiliazioni e maltrattamenti continui, lo stato miserevole dell’igiene personale ed ambientale. I pidocchi diventarono presto i compagni cui bisognò abituarsi, in testa e negli indumenti. La minestra era una “sblobba,” spesso maleodorante, appena riscaldata, dove potevi pescare, se eri fortunato, qualche pezzetto di patata o di cavolo e niente più. Il pranzo cominciava e finiva lì. La cena non c’era. Qualche volta rimediavano bucce di patate, bucce di carote, residui di pane secco ed ammuffito rovistando come topi tra i rifiuti della cucina dei soldati dentro i cassonetti della spazzatura., Quell’inverno del 43-44 fu assai rigido ed il freddo implacabile e tagliente durò alcuni mesi. Da Novembre ad Aprile la neve con il gelo, il ghiaccio e, spesso, il vento della steppa, tormentò senza requie le migliaia di prigionieri presenti nel campo.
Vincenzo, Antonio, Aurelio qualche settimana dopo la loro cattura erano stati convocati dal comandante del lager che propose loro di aderire alla repubblica fascista di Salò. Avrebbero avuto restituito il grado militare con relativo stipendio, sarebbero tornati nell’Italia del Nord al servizio della Repubblica Sociale di Mussolini, inquadrati nella Guardia nazionale repubblicana. Sarebbe stata la fine delle sofferenze. I tre rifiutarono senza incertezze ben sapendo che la loro scelta significava rinuncia alla libertà ed agli agi di una vita da ufficiale. Come loro la stragrande maggioranza dei prigionieri respinse la proposta. Possiamo oggi affermare che furono Loro autentici protagonisti della Resistenza Italiana perché non vollero dare alcun sostegno alla causa del fascismo e del nazismo.
Veri, eroici Resistenti.
La vita da prigionieri di guerra non fu breve perché durò dal Settembre 1943 al Maggio- Giugno del 1945. Ventidue lunghissimi mesi di privazioni, di fame, di freddo, di malattie e soprattutto di umiliazioni e di offese. Per i tedeschi il soldato italiano era un “traditore” e come tale era trattato. Assai diversa era la condizione dei prigionieri inglesi ed americani. Per loro era più facile ricevere pacchi di viveri ed inviare notizie a casa attraverso la Croce Rossa Internazionale.
Verso la fine del 1944 i tre fiuggini insieme a tutti gli altri prigionieri in mano tedesca, sotto la minaccia delle truppe russe avanzate profondamente in territorio polacco, furono trasferiti via ferrovia, affastellati come sardine su carri bestiame, trattati alla stessa stregua di bestie, dapprima in Austria, poi definitivamente in un lager nel cuore della Germania. Le condizioni di vita peggiorarono ulteriormente, ancor più affamati, più sporchi e infestati da pulci e pidocchi, più afflitti dal freddo e dal gelo. Anche dentro la baracca si formavano candelotti di ghiaccio che persistevano per settimane. Le speranze di riportare la pelle a casa si affievolivano giorno per giorno perché le forze si erano ridotte al lumicino e la fiducia per una rapida conclusione della guerra era ormai svanita.
Un giorno capitò ad Antonio di conoscere dei piloti alleati prigionieri nello stesso campo e notò che portavano, come indumento per tutti i giorni, giubbetti antigelo per il volo alle alte quote. Una idea gli balenò subito in testa. Un pezzo della resistenza elettrica inserita nello spessore del giubbetto poteva essere utilizzata per creare un rudimentale fornello elettrico. Si potevano cucinare cibi crudi e secchi che arrivavano con la Croce Rossa Internazionale soprattutto ai prigionieri anglo-americani. Fagioli, ceci, lenticchie, carote, raramente un pacco di pasta. Non c’erano cucine a disposizione dei prigionieri, né si poteva sperare che la cucina per i militari tedeschi si prestasse per i bisogni dei prigionieri. Detto, fatto. Riferì la sua idea ad un compagno di baracca che era perito tecnico. Con entusiasmo si misero all’opera. Rimediarono una placca di metallo e legno che serviva come base per il fornello. Il pilota americano non si fece pregare due volte per cedere il suo giubbetto d’alta quota; ne aveva un altro di riserva. Il filo di rame per fare il cavo di alimentazione fu trafugato dal perito tecnico nell’officina del campo dove aveva accesso. Nel giro di due giorni l’aggeggio elettrico era pronto e funzionante. La corrente elettrica veniva presa dalla illuminazione esterna della baracca solo per il tempo necessario alla cottura, poi si faceva sparire tutto, compreso il fornello, per non essere scoperti dai tedeschi. Le operazioni di cottura avvenivano subito dopo l’ispezione serale dei sorveglianti nella baracca. Per una due ore prima di dormire si lavorava tranquillamente senza pericolo di essere scoperti. Antonio ricorda ancora oggi quel profumo inebriante che invase la baracca quando fu fatto bollire il primo pentolino di fagioli. “Da fare resuscitare i morti” ti dice sorridendo. Ogni prigioniero che aveva bisogno del fornello lasciava alla baracca dei fiuggini un quinto del suo tesoro alimentare. In pochi giorni si crearono le scorte alimentari che permettevano di distribuire ai 50 prigionieri della baracca un piatto caldo di ceci, o fagioli, o carote, o lenticchie tutti i giorni. Non si andava più a dormire a pancia vuota, anche se le porzioni erano piuttosto scarse per la necessità di accontentare tutti. Era scongiurato il pericolo di morire di fame, come era accaduto tante volte a tanti compagni di sventura nei mesi precedenti. Vincenzo, Antonio, Aurelio ripresero coraggio e tornò la fiducia di poter resistere fino alla fine della guerra e riabbracciare le famiglie lontane.
Gli ultimi giorni del Marzo 45 cominciarono a sentire un brontolio in lontananza che si ripeteva continuamente e di notte si accompagnava a bagliori che solcavano il cielo. Si pensava a tuoni che annunciavano la tempesta. Ma il cielo era privo di nuvole sia di giorno che di notte. Superata l’incredulità iniziale si resero ben presto conto che il fronte di guerra si avvicinava rapidamente e le cannonate segnalavano che le truppe alleate stavano per arrivare.
L’alba del 21 Aprile si presentò diversa perché nessun sorvegliante venne a dare la sveglia mattutina . Un silenzio irreale avvolgeva il campo. Antonio mise la testa timidamente fuori dalla porta e sbirciò in lungo ed in largo il lager. Non c’erano soldati in giro e tutte le postazioni di sorveglianza erano completamente sguarnite. Uscì fuori con gli altri prigionieri e dalle baracche vide uscire frotte di prigionieri che si guardavano intorno disorientati. Si ritrovarono tutti insieme sul piazzale principale e si diressero silenziosi verso la baracca del “Kommandantur”.Uno di loro bussò ripetutamente alla porta. Silenzio di tomba.
Aprì. Nella baracca non c’era nessuno. Le sedie rovesciate, fogli di carta e schedari buttati per terra, armadi spalancati e messi a soqquadro. Una confusione indescrivibile che stava ad indicare una fuga precipitosa.. Vincenzo, Aurelio ed Antonio si guardarono in faccia sorpresi e felici. Si strinsero in un grande abbraccio mentre lacrime di gioia solcavano le facce.
I tedeschi erano fuggiti! Finalmente liberi! L’incubo era finito!
L’assalto alle cucine fu la parola d’ordine che guidò la turba. Come formiche impazzite liberate dal formicaio si diressero verso la dispensa. In un quarto d’ora fu completamente depredata. Ogni prigioniero usciva con un trofeo nelle mani. Pane, pasta, marmellate, formaggi, salami, patate, birra, vino, pomodori, ce n’era per tutti i gusti. Tutti si potevano sfamare. Sull’asta dove per tanto tempo aveva sventolato la bandiera con la croce uncinata fu issato un grande lenzuolo bianco in segno di pace. E la pace si concretizzava nel primo pomeriggio con l’arrivo delle jeep cariche di soldati americani. Si rinnovarono le scene di commozione e di gioia. Con la pace tornava la libertà.
Alla visita medica nessuno dei tre raggiungeva i 40 kg di peso. Scheletri coperti di pelle.
Una grande medicina restituiva loro la forza e la volontà: la libertà riconquistata e l’idea che presto (questione di settimane) avrebbero riabbracciato le proprie famiglie.
Necropoli di San Paolo
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Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
L'asino d'oro.
A circa 2 km dalle Mura di Aureliano, sorgeva nell’antichità in una ...
1 anno fa
2 commenti:
Uao! A me non mi è mai capitato di avere un invito così. Te lo avevo detto che è meglio la qualità che la quantità! Io miei blog non hanno nessuna delle due ^__^.
Complimenti
Ho letto recentemente !se questo è un uomo" e "essere senza destino" credimi il tuo racconto, ancorchè breve, ha la stessa intensità e bellezza di alcuni passi dei due libri. Complimenti.
Gianfranco
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