domenica 26 ottobre 2008

La giusta paga

Era il 9 Settembre 1943. Tre anni di guerra avevano messo a dura prova la volontà di resistere della gente. Al dolore e alla preoccupazione per i figli, i mariti, i padri che affrontavano ogni giorno il rischio di morire sui fronti di combattimento si aggiungevano le paure dei bombardamenti ed ancor più i morsi della fame che si facevano sentire ogni giorno di più. La farina, lo zucchero, il sale, la carne, il latte erano diventati alimenti sempre più rari sul desco di ogni casa. La tessera alimentare con il bollino da staccare per il negoziante non garantiva più la razioni misere di pane e di pasta (100 grammi l'uno e 50 grammi l'altra), di zucchero che venivano distribuite regolarmente solo nei primi due anni di guerra. Parallelamente al libero commercio, protetto dalla legge, si era sviluppato il mercato nero dove era possibile trovare a prezzi proibitivi alcuni alimenti principali. Ad esempio un chilo di farina costava circa 100 lire, l’equivalente di 10 giornate lavorative di un operaio. Si può immaginare gli affari d’oro dei borsari neri che prosperavano sulla fame della gente, anche se correvano qualche rischio di incappare nelle maglie severe della legge.
Solo 24 ore prima ( l’otto Settembre ) il Maresciallo Badoglio aveva annunciato via radio agli italiani la firma dell’armistizio con le forze alleate, in realtà già siglato a Cassibile in Sicilia il 3 Settembre, all’insaputa dell’alleato germanico. Dopo aver occupato tutta la Sicilia le forze anglo-americane cominciavano a risalire la penisola, mentre la popolazione era stremata dalla fame, dai lutti, dai bombardamenti. Mussolini era scomparso dalla scena il 25 Luglio destituito dal Re, che aveva chiamato alla carica di primo ministro Pietro Badoglio. Subito dopo l’annuncio dell’armistizio il Governo italiano insieme al Re si era frettolosamente e vergognosamente dato alla fuga per rifugiarsi sotto la protezione degli ex-nemici, abbandonando un Paese martoriato ed un esercito sbandato ai soprusi ed alla rabbiosa vendetta delle forze germaniche presenti in Italia. Migliaia di soldati furono fatti prigionieri ed inviati nei lager in Germania e Polonia, da dove molti non fecero più ritorno. I più fortunati si spogliarono della divisa e tentarono la via del ritorno a casa con mezzi di fortuna e con l’aiuto generoso della gente, che offriva ospitalità anche rischiando grosso.
Il mattino presto del giorno 9 Settembre la notizia si diffuse in paese: il magazzino viveri dell’esercito italiano era stato abbandonato, privo di qualsiasi sorveglianza. Donne, uomini, bambini, tutti correvano verso il deposito per portare a casa qualcosa da mangiare. Là c’era ogni ben di dio, dalla pasta alla farina, dallo zucchero alle uova, dalle patate alla cioccolata, dalla carne in scatola al pesce in salamoia, dalla frutta sciroppata ai liquori, dalle sigarette ai dolci, dall’olio ai formaggi, dalla marmellata ai salumi. In breve tempo il grande capannone era diventato un formicaio in un convulso andirivieni di gente che prendeva tutto quello che poteva. Anche Rosa, appena saputa la notizia, mentre era a lavare i panni lungo il fiume, si precipitò verso il magazzino militare. Lei a casa ne aveva ben dieci di bocche da sfamare tra figli ed i vecchi genitori. Non poteva perdere questa occasione straordinaria. Arrivata al magazzino si rese conto che il saccheggio era quasi completato. Scaffali vuoti e divelti, tavoli rovesciati, il pavimento cosparso di rottami, vetri rotti, contenitori fracassati, tracce di farina, zucchero, gallette militari per ogni dove. Si guardò intorno attentamente alla ricerca di una preda importante. Il suo sguardo si fermò ad un tavolo sotto il quale si intravedeva una grossa forma rotondeggiante. Si avvicinò e capì subito che si trattava di parmigiano. Quella forma doveva essere molto pesante, non meno di 20 chili. Non si perse d’animo. Prese il fazzolettone che aveva al collo, lo modellò per fare una corolla e con l’aiuto di una comare issò il parmigiano sulla testa, con la corolla a fare da ammortizzatore. Da brava ciociara era avvezza ai pesi sulla testa perché quasi quotidianamente portava la conca di rame sulla testa, piena di acqua da bere, dalla fontana alla propria casa. Percorse con passo lento ma sicuro i due chilometri che la separavano da casa, tenendo con le mani ben salda la forma sulla testa, dritta come un fuso. Si diresse verso la baracca- ripostiglio che avevano vicino casa e depositò con cura la grossa forma su di un’asse di legno disposta ad un metro da terra. Chiuse bene a chiave la porta dietro di sé e non confidò a nessuno in casa il suo segreto. Pensava di farlo il giorno dopo.
Il cognato Fausto, intento a lavorare nel campo dove si trovava la baracca, vide arrivare Rosa con il prezioso carico sulla testa. "Chi t 'è dato 'ssu caso" chiese incuriosito. " Iu so' pigliato agliu magazino 'gli surdati" rispose asciutta Rosa. Fausto capì in un lampo, lasciò il suo lavoro e corse trafelato verso il magazzino viveri che ben conosceva. Troppo tardi. Il magazzino era stato ripulito da cima a fondo. Rimanevano solo le tracce del passaggio delle cavallette umane. All'interno dei locali un disordine indescrivibile. Sembrava che fosse passato un ciclone. Tutti avevano beneficiato del magazzino militare tranne che lui. La rabbia e l'invidia si impadronirono dei suoi pensieri. Ci pensò sopra un poco e poi prese la grande decisione. "Gnente a Fausto, allora gnente a niciuno!" disse a se stesso e si affrettò al comando tedesco per raccontare l'accaduto. Già la sera venivano affissi avvisi in paese che ordinavano ai cittadini di riconsegnare entro 24 ore alla polizia tedesca tutto quello che era stato trafugato dal magazzino dell'esercito italiano. Le sanzioni prevedevano l'internamento nei campi di lavoro in Germania per tutti i trasgressori, trovati in possesso di viveri presi del magazzino militare. Grande fu l'allarme che si diffuse tra i paesani. Nessuno pensò di poter disubbidire ai tedeschi e tutti quelli che avevano partecipato a svuotare il magazzino dispensa, mogi, mogi, il mattino seguente si avviarono verso il comando tedesco a riconsegnare quello che avevano preso ( pasta, zucchero, olio, formaggi, prodotti vari in scatola, baccalà, legumi, prosciutti, etc, ). Anche Rosa non potè tenere la bella forma di parmigiano e si affrettò a portare indietro con tanta rabbia in corpo quel grosso peso ai tedeschi, che non ne erano, certo, i legittimi proprietari. Nel pomeriggio, come accadeva tutti i giorni, si recò alla baracca-ripostiglio per andare ad accudire le sue galline. Non credette ai suoi occhi quando sbirciando nella penombra vide sull'asse di legno una forma di parmigiano, più grande di quella che era stata sua per poche ore, che faceva bella mostra di sé quasi come una sfida. Evidentemente l'aveva messa lì il cognato, che era anche lui proprietario della baracca; ci teneva i suoi attrezzi per la campagna ed era anche per lui il passaggio per andare al suo gallinaio. Era il frutto del tradimento a danno dei paesani e la ricompensa che aveva ricevuto dai tedeschi, come le avevano raccontato le vicine di casa. Una rabbia prepotente l'assalì e fu colta da un impulso improvviso a distruggere o far sparire comunque quella grossa forma, magari gettandola nel fiume. Il giusto castigo per il cognato. Non poteva gioire solo lui, lo spione, a danno di tutti i compaesani. Sarebbe stato un atto riparatore di giustizia. Mentre si agitavano questi pensieri nella sua testa, la rabbia cominciò a sbollire e pensò di ricambiare Fausto con il proprio sdegno, non rivolgendogli più la parola. Da quel giorno l'avrebbe completamente ignorato. Passò una settimana. Ogni giorno Rosa era costretta a passare dinanzi a quella forma per arrivare al suo gallinaio, ed ogni volta montavano la stizza ed il dispetto per il sopruso subìto. Purtroppo bisognava rassegnarsi.
Un pomeriggio entrando nella baracca vide la forma risplendere sotto un raggio di sole che filtrava da una finestrella sulla soffitta, ricoperta di ragnatele. Sembrava ancora più grande e più bella. Ma…..un momento! Vicino alla forma, sull'asse di legno, c'era un mucchietto di polvere bianca che sembrava formaggio sgranato. Si avvicinò incuriosita, annusò con insistenza, toccò con le dita facendo scorrere tra i polpastrelli quel materiale granuloso. Non poteva sbagliarsi. Era proprio formaggio. Corse con l'occhio sulla parete arrotondata della forma ed a qualche centimetro di altezza c'era un buchetto sfrangiato grande quanto un grosso chiodo. In un baleno realizzò quello che stava accadendo. I topi di campagna avevano cominciato una ghiotta opera di demolizione di quel monumento. Bisognava dare loro una mano discreta per consentire di portare a compimento un'opera tanto silenziosa quanto efficace. Anche perché trovava giusto che il cognato patisse allo stesso modo che aveva patito lei. Lesta fece sparire ogni traccia del formaggio presente sulla tavola e, raccogliendo tutte le sue forze, allargò le braccia intorno alla forma, la strinse saldamente e la fece ruotare di mezzo giro in modo che il varco di entrata dei topi si trovasse completamente nascosto dalla parte del muro. Nessun indizio restava visibile dell'operazione topi e Rosa se ne tornò soddisfatta a casa.
Fausto aspettava pazientemente la stagionatura del parmigiano e quasi ogni giorno passava alla baracca ripostiglio per curare con gli occhi la sua preda mangereccia. Gli appariva sempre più odorosa, più bella, più matura. Quando poi era baciata dal sole gli sembrava un gioiello di inestimabile valore. Né c'era alcunchè che potesse far nascere in lui qualche sospetto. Quella tavola non era mai stata così linda e ben spolverata. Si trattava di aspettare per una o due settimane la stagionatura e poi sarebbe stata gran festa a casa di Fausto. Non immaginava che era sorta tra la cognata Rosa ed i topi campagnoli una strana alleanza i cui frutti diventavano sempre più concreti, pur se invisibili. Rosa aveva imparato a controllare quasi quotidianamente l'operato dei topi, che a nugoli, si riversavano ogni notte e ogni giorno, quando potevano, nella grande pancia del formaggio e scavavano freneticamente in ogni direzione. Con un lungo mestolo introdotto nell'ampio varco cercava di toccare le pareti della forma di parmigiano e le sentiva sempre più lontane. L'opera di demolizione procedeva irresistibile, giorno dopo giorno, notte dopo notte, fino al totale esaurimento della materia prima. Restava, ormai, solo una sottile corteccia che mascherava molto bene il vuoto totale interno. Rosa ne ebbe la riprova perché la percussione della superficie esterna con le nocche delle dita traeva un suono prolungato a bassa tonalità, caratteristico dei recipienti vuoti. L'operazione congiunta Rosa-topi era giunta a termine. C'era solo da aspettare l'evolvere degli eventi.
Quella mattina Fausto, smanioso di prelevare la forma per portarla a casa, si svegliò in anticipo ed, indossata una camicia da lavoro, entrò nella baracca e si accinse subito all'opera. Rimirò ancora estasiato e orgoglioso la bella forma che troneggiava sulla tavola e si avvicinò un poco emozionato ad essa. Voleva fare tutto da solo, con le sue forze, per fare la sorpresa a tutti in casa. Avvolse con le braccia la forma rotonda, fece salda presa su di essa per sollevarla e toglierla dall'asse. La spinta all'indietro, non bilanciata dal peso, ormai inesistente della forma, lo mandò gambe all'aria, mentre la stretta delle sue braccia faceva letteralmente esplodere la sottile corteccia di parmigiano, che in mille e mille pezzi si sparse al suolo e ricoprì anche il suo corpo. Le cronache dell'epoca non ci raccontano se fu più grande la delusione o la sorpresa per Fausto. Di certo la lezione servì. Giustizia era fatta! I topi avevano punito e beffato la malignità umana.
Beninteso con la complicità maliziosa di mamma Rosa.

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