"Adduma' cetto (domani presto) vai cu pàrito ( tuo padre) alle Mitiole a raccoglie' le 'live unzuno (insieme) a gliù cumpare Peppe i la cummare Teresina. Sì ccapìto?"
La mamma aveva pronunciato queste parole con tono autorevole che non ammetteva repliche.
Il piccolo Berto (aveva compiuto otto anni da poco più di un mese) avrebbe voluto fare salti di gioia dinanzi ad una tale prospettiva. Che bello! Non si va a scuola! Vuoi mettere una mezza giornata legato ad un banco, alle prese con la tavola pitagorica dell'otto e del nove, con il dettato, la lettura del sillabario, e, magari, qualche bacchettata della maestra sulla punta delle dita per le immancabili birichinate in classe; invece l'aspettava una giornata di libertà in campagna, libero come un passerotto, ma alla caccia dei passerotti con le piccole tagliole, anche se doveva dare una mano ai grandi. Seppe nascondere i suoi pensieri, con voce sommessa replicò:" vabbè ma'. " Non voleva che capissero cosa gli frullava nella testa. Nessuno l'avrebbe salvato da un altro predicozzo del papà che spesso gli ripeteva:" tu cunusci care (solo) l'arte de Micchelaccio, magna', beve, i' a spasso!"
Dormì beato fin quasi alle sei del mattino e quando la mamma venne a chiamarlo si era già vestito e si stava mettendo gli scarponcini risuolati e chiodati che portava tutto l'anno. Fece insieme al papà ed ai compari una colazione diversa dal solito. La mamma aveva preparato una minestra di pane e fagioli per affrontare una giornata di fatiche. Il piccolo gruppo si mise in marcia preceduto dalla somara del compare Peppe con le bigoncie attaccate ai lati della sella. La mattinata dicembrina era piuttosto pungente con un cielo terso che prometteva bene. Si misero subito al lavoro prima che il sole sorgesse sopra Capo le Ripie. Il papà di Berto e il compare Peppe con le scale di legno appoggiate ai tronchi degli olivi si arrampicavano tra i rami, li battevano con un bastone e facevano cadere le olive insieme a tante foglie. La comare Teresina e Berto facevano la ronda attorno agli alberi, raccoglievano le olive sparse nel terreno e le riversavano nei sacchi. Berto già pensava di trovare qualche scusa per allontanarsi ed andare a piazzare in mezzo al prato la tagliola per uccelli che più volte gli aveva fatto fare buona caccia di fringuelli, cardellini, allodole nel recente passato.
L'esca per i poveri passerotti era un chicco di granturco infilzato su un uncinetto che alla prima beccata si sganciava dalla molla di ferro. La molla faceva richiudere inesorabilmente le ganasce metalliche su quegli esili corpicini che dopo un piccolo fremito ed un pigolio restavano senza vita nel terreno tra un turbinio di penne.
La crudele caccia agli uccelli con la tagliola era molto diffusa all'epoca tra i ragazzi più grandi e più piccoli. Si può dire che la caccia, svolta con qualsiasi mezzo, rientrava nel gioco darwiniano della lotta per la sopravvivenza ed anche i comportamenti crudeli nei confronti degli animali non erano percepiti come tali. E' pur vero che all'epoca non si erano ancora verificati gli enormi guasti all'ambiente ed al mondo animale che furono inflitti nella seconda metà del Novecento a causa del progresso senza regole, di cui tutti noi siamo stati testimoni e protagonisti. Non erano ancora sorte le associazioni ambientaliste, i verdi, le aree protette per la sopravvivenza delle varie specie animali e per la tutela dei loro diritti.
Berto stava reggendo la scala al padre quando avvertì un certo gorgoglio nella sua pancia accompagnato da una fitta dolorosa e la vaga sensazione di dover liberare l'intestino. Cercò di non pensarci. Intensificò il suo impegno a raccogliere le olive, le separava con scrupolo dai rametti e dalle foglie e le portava al sacco di canapa che diventava sempre più gonfio. Quello era il terzo sacco che stavano riempiendo e la raccolta procedeva spedita. Ma i gorgoglii intestinali erano sempre lì a ricordargli la loro presenza, anzi si ripetevano più frequenti e più forti mentre lo stimolo di liberarsi si faceva più impellente. Si allontanò con una scusa e dietro un albero portò a termine il suo servizio liberatorio, lesto si pulì con un sasso, tirò su frettolosamente i pantaloni alla zuava e cercò di sistemarsi alla meglio.
"Berto, Berto" riecheggiò la voce di compare Peppe.
"Iu cumpare me sarà visto, i mo' me lìtica" pensò Berto e subito decise di coprire in qualche modo quel tortiglione fumante e maleodorante che faceva bella mostra di sé su una zolla di terra. C'era lì vicino un cappellaccio di paglia. Lo prese e lo depose attentamente sul prodotto dei suoi bisogni corporali.
"Vamme a cumprà nu pacchetto de sigherette Popolari da Sabatino" aggiunse asciutto Peppe.
"Allora nun s'è accorto de gnende," pensò il piccolo Berto e pronto rispose: "nun ci pozzo i' (non ci posso andare)."
"I perché?" ribattè Peppe.
"So' truvato na merla i la so' missa sotto agliu cappeglio; tengo paura ca me scappa," disse Berto con voce tremante.
"I comme la sì agghiappata?" domandò curioso e sorpreso il compare Peppe.
"Cu la tagliola" affermò sicuro Bertino perfezionando la bugia che Peppe aveva bevuto per intero.
"Nu' scappa, nu' scappa, te 'lla guardo eio, la merla 'nce 'lla fa aiazza' iu cappeglio (non ce la fa ad alzare il cappello)" lo rassicurò cumpare Peppe.
Gli diede mezza lira e disse:"Cu lu resto ci cumpri lu zucchero d'orzo." Berto si era tranquillizzato, prese i soldi e partì di corsa giù per le Mitiole.
Peppe guardava fisso quel cappello e si arrovellava per la curiosità. Quasi gli sembrava che quel cappello si muovesse. Si avvicinò con circospezione ed accostò l'orecchio per sentire qualche frullio o cinguettio. Il silenzio più totale. " 'Sta merla sta bona, bona, manco se move! Forse sarà pìccula i puro 'mpaurita." pensò tra sé e sé.
La smania di vederla e di toccarla era più forte che mai. Tanto Bertino l'avrebbe ritrovata al suo posto buona e tranquilla. Che male c'era a prenderla un pochino in mano? Si inginocchiò sul terreno, strisciò con la mano destra quasi furtivamente fino alla tesa del cappello, la sollevò delicatamente di qualche centimetro da terra, con gesto rapido fece l'atto di afferrare la merla senza esagerare nella stretta. Nella sua mano sentì qualcosa di soffice e caldo che si sfrangeva tra le dita mentre lui completava la presa.
" Mò so' acciso la merla!!" esclamò esterrefatto.
Ma ritraendo la mano da sotto il cappello vide grondare dalle sue dita una poltiglia marrone, dall'odore inconfondibile. "Chesta nunn' è la merla, è la mmerda!" sbottò pieno di ira e di ribrezzo per quel materiale puteolente appiccicato sulla sua pelle.
"Berti', quando areve' te scunocchio ( Bertino, quando ritorni ti spezzo le ossa)" bofonchiò sconvolto ed indispettito anche con se stesso per la sua stupida curiosità. Se avesse continuato a fare il suo lavoro, pensò tra sé, non sarebbe accaduto niente di spiacevole, avrebbe risparmiato la figuraccia e quella mezza lira. Mentre si ripuliva la mano sotto il getto d'acqua della "cupella" (piccolo barilotto usato in campagna) seguiva il corso dei suoi pensieri: "Beglio frescono ca' so' stato! Nu uttro mucciluso piglia 'ncanzunella n' ome fatto (che bel fesso che sono stato! Un bambino moccioso si prende gioco di un uomo maturo)."
Cercarono di consolarlo sua moglie e il papà di Berto, il quale, ridendo sotto i baffi, si scusava in mille modi per la birichinata del figlio e prometteva severe punizioni.
Berto, di ritorno con le sigarette, da lontano aveva visto il compare Peppe che si lavava le mani ed imprecava ad alta voce. Capì subito cosa era accaduto e rimase fermo a debita distanza, mentre Peppe con voce alterata gridava:" Ve'cchi Berti', ve'cchi, (vieni qui Bertino, vieni qui), ca iu compare t'alliscia iu pio (che il compare ti liscia il pelo)."
Bertino si guardava bene dall'avvicinarsi; in fondo non aveva fatto niente di male. Era forse una colpa fare i propri bisogni all'aria aperta? Perché il compare Peppe non si era occupato degli affari suoi? Ad ogni buon conto pensò bene di non tornare nel campo. Si avviò mesto verso casa, quasi rimpiangendo di non essere andato a scuola. Raccontò tutto alla mamma che gli rifilò subito un ceffone e gli intimò di andare a letto senza cena. "Accusì massera nu' vede iu pare 'nguastito (così stasera non vede il padre arrabbiato)", pensò la mamma, " i adduma' è nara giornata ( e domani è un altro giorno)."
Necropoli di San Paolo
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Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
L'asino d'oro.
A circa 2 km dalle Mura di Aureliano, sorgeva nell’antichità in una ...
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