mercoledì 5 novembre 2008

Cronache articolane: Rocco ed i fratelli

Nel 1908 Anticoli di Campagna era ancora un minuscolo borgo di poco più di mille anime rinserrato tra la porta dell’Olmo (piazza oggi Trento e Trieste) ad est e la porta del Colle ad ovest. Si conduceva una vita grama, difficile. Mancava nelle case la luce, l’acqua.
L’unica ricchezza era la solidarietà paesana. Una riprova era data dal fatto che tutti si chiamavano ed erano compare e comare (di battesimo, di cresima, di matrimonio), ed un proverbio che Luigiotto amava ripetere fotografava bene questa realtà fatta di frugalità e solidarietà: “cumpare meio beglio, chi tè nu schioppo tè nu maceglio, ieri so’acciso nu fringueglio, nu pezzo iu so’ dato alla cummare, nu pezzo iu so’ misso alla pulenta, i mo’ ne tengo naro beglio tocco! (compare mio bello chi ha un fucile ha una macelleria, ieri ho ucciso un fringuello, un pezzo l’ho dato alla comare, un pezzo l’ho messo nella polenta e adesso ne ho un altro bel pezzo!) ”
Era un sabato sera e l’osteria, situata nell’edificio d’angolo alla destra della chiesa di San Pietro, era affollata di avventori, che trovavano qui il loro passatempo tra una partita a carte o alla morra e una bevuta di vino dopo una settimana di fatica e sudore nei cantieri o nella campagna. Era l’unico svago che gli anticolani si potevano permettere.
Capitava sovente che si alzava troppo il gomito e magari si tornava a casa con una bella sbornia di cui pagavano le conseguenze le povere mogli.
Luigiotto con l’aiuto della moglie Mariozza e del primogenito Rocco, tredici anni, si affannava tra i tavoli a servire e fare di conto, mentre il secondogenito Francesco, otto anni, dormiva beato da una parte appoggiato al piano di un tavolino, sordo al vociare confuso che lo circondava. Altri due bambini Vincenzo, sei anni, Orlando, due anni, erano rimasti soli in casa, al piano superiore, a dormire nel letto matrimoniale, vegliati dalla luce incerta e tremolante di una candela posta su una mensola di legno accanto al letto.
Una situazione che si ripeteva pari pari ogni Sabato e Domenica, perché c’era più da fare ed anche mamma Mariozza era costretta a scendere per dare una mano. Luigiotto stava servendo una “foglietta” di vino quando vide spalancarsi la porta ed il compare Domenico entrò trafelato, gridando:”dalle finestre de caseta resce nu fumo niro, niro (dalle finestre di casa tua esce un fumo nero nero)"! Rocco realizzò ancor prima del padre il significato di quelle parole. In un attimo schizzò fuori, fece le scale di casa quattro a quattro in mezzo ad un fumo sempre più fitto ed un odore acre di bruciato.
Dalla porta aperta della camera da letto usciva una lingua di fuoco e le grida disperate dei bambini Vincenzo ed Orlando risvegliati dal calore e dal fumo denso ed asfissiante. Li vide avvinghiati l’uno all’altro al centro del letto che era circondato da alte fiamme tutto intorno. Superò d’un balzo il muro di fuoco che lo separava dai fratellini, saltò sul letto, li afferrò in un unico abbraccio, si precipitò fuori dalla stanza, scese le scale rotolandosi più che camminando. Poi il black-out più totale.
Aveva perso i sensi. Quando rinvenne vide una catena umana di braccia forsennate che si passavano secchi d’acqua dalla fontana adiacente la chiesa di san Pietro sù, sù per le scale fino alle fiamme. La lotta contro il fuoco andò avanti per oltre un’ora. Alla fine si contarono i danni, soprattutto nella camera da letto. Tutti gli arredi di legno, le coperte, le lenzuola, il materasso grande fatto di stoppie di granturco (quale esca per le fiamme!) del letto matrimoniale erano stati divorati dal fuoco. Restavano intatti il lavabo di marmo e la brocca per l’acqua di metallo smaltato.
Rocco aveva fatto il primo miracolo di salvare i fratellini, la solidarietà della gente fece il secondo miracolo di salvare la casa di Luigiotto e le case vicine.
Il giorno dopo Luigiotto vedendo il figlio Rocco che si recava a Messa lo salutò con uno scappellotto affettuoso, senza risparmiargli un piccolo rimbrotto:”te la putivi puro leva’ chella giacchetta nova ierissera ( te la potevi togliere quella giacca nuova ieri sera)!”
La giacca, purtroppo, si era bruciacchiata qua’ e la’ e per averne un’altra bisognava aspettare almeno un altro anno..

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