giovedì 13 novembre 2008

Cronache articolane:la pagnotta di pane

Mamma Rosa aveva ogni Sabato un appuntamento che non poteva mancare. Faceva il pane con farina, lievito, sale, acqua ed un po’ di patate per mantenere più a lungo la freschezza della pagnotta. Le bocche da sfamare erano tante. In casa c’erano i due genitori anziani ed otto figli, il più grande era una femmina di 22 anni, i più piccoli una coppia di gemelli di tre anni. Rosa impastava ogni settimana non meno di 15 chili di farina ed otteneva 15-20 pagnotte che bastavano fino al Sabato successivo. Erano gli anni di guerra (1942) ed il pane diventava una merce sempre più rara sulla mensa degli Italiani. Le razioni di pane e pasta assegnate ad ogni persona erano assai scarse ed i rifornimenti ai negozi alimentari arrivavano a singhiozzo.
Per Rosa e la sua numerosa famiglia era stato un terno al lotto il trasferimento nel podere agricolo del fratello che aveva chiamato il marito di Rosa a fare il fattore. Prima di trasferirsi anche loro avevano conosciuto e sofferto i duri morsi della fame. La loro vita cambiava dalla notte al giorno perché nella fattoria c’era tanto da lavorare ma c’era anche ogni bene di Dio, dalla farina al mais, dalle verdure alla frutta, dal latte ai formaggi, alla carne. La giornata di lavoro di Rosa divisa tra le cure domestiche, l’attività nei campi, la lavorazione del latte per fare i formaggi, non durava mai meno di sedici ore. Il momento più bello del suo lavoro veniva il sabato quando si trasformava in fornaia e poteva preparare la provvista di pane di una settimana per la famiglia. Il forno si trovava a pochi passi dal casale di campagna dove abitavano e, quando era in funzione per cuocere il pane, era circondato dai bambini che aspettavano impazienti che la mamma sfornasse la pizza “remenata” di cui erano ghiotti. Dopo aver accontentato i bambini Rosa sfornava le pagnotte calde calde, fragranti e le lasciava raffreddare all’aperto per un’oretta coperte da una tovaglia.
Un giorno, mentre era intenta a distribuire la pizza ai ragazzini vide arrivare sull’aia la comare Concetta.
Cunce’ che fai da ‘ste parti?” disse Rosa.
Concetta con fare circospetto e guardandosi intorno quasi sussurrò: ”so’ venuta a ditte na cosa delicata.
Rosa replicò:” basta ca’ nun so’ cose brutte!
Concetta sempre più guardinga si accostò ad un orecchio e sottovoce scandì le parole:” so’ visto chiglio svergognato de Bombino arubbatte ‘na pagnotta de pa’ più de ‘na vota!” (rubarti una pagnotta di pane più di una volta). Bombino era il soprannome di un vicino il cui vero nome era Duilio.
Ma che dici Cunce’, nun ci credo manco se gliu vedo!”esclamò Rosa arretrando.
N’ putesse revede’ figliumi massera! ( non potessi rivedere i miei figli stasera)” insistette Concetta ed aggiunse:” prova a facci le poste! (prova a spiarlo).”
Rosa passò tutta la notte ad arrovellarsi sul racconto di Concetta, si rifiutava di credere che un vicino di casa fosse un ladro.
La mattina si alzò di buon’ora pensando: “si gliacchiappo alla tagliola iu scunocchio!( se lo prendo in trappola lo spezzo in due)”.
Setacciò la farina nella madia, prese il lievito conservato dalla settimana precedente, lo mescolò con sale ed acqua, impastò il tutto e lasciò a fermentare per un po’ di tempo. Divise l’impasto in pezzi arrotondati tutti più o meno uguali e, quando il forno fu abbastanza rovente, infornò le due decine di pagnotte. Dopo la cottura distribuì la pizza ai bambini che si fiondarono sulla preda, ordinò le pagnotte nella “scifa,” le coprì amorevolmente con una grossa tovaglia e le lasciò sul pianale vicino al forno. Si ritirò in cucina dove c’era una finestra che era un ottimo osservatorio. Passò qualche minuto e sull’aia apparve Bombino con la sua somara diretto verso il fontanile.
Era una operazione innocente che si ripeteva tutti i giorni.
Spesso si incrociavano con Bombino e scambiavano anche due chiacchiere. Arrivato all’altezza del forno Bombino rallentò il suo passo, guardò intorno, alzò un lembo della tovaglia, in un attimo una pagnotta balenò nella sua mano e scomparve sotto la mantella al sicuro da sguardi indiscreti. Bombino si ricompose, gettò di nuovo uno sguardo intorno e proseguì la marcia verso il fontanile.
Ecco perché porta sempre la mantella, puro quando nun è friddo” -pensò Rosa ed istintivamente si lanciò verso la porta per coglierlo sul fatto.
D’ un tratto si ricordò che Bombino aveva sei figli, era quasi sempre senza lavoro. Qualche volta proprio lei gli aveva fatto un piccolo prestito, sempre restituito. Un povero diavolo, insomma, non un ladro!
Quel pane “rubato” andava a sfamare chi aveva lo stomaco vuoto.
La rabbia che ribolliva dentro si stemperò di colpo e capì che solo la fame poteva spingere Bombino ad un gesto che per la gente comune era un furto. Si sedette con la testa tra le mani e rimase a lungo in quella posizione. La sera a cena non ne parlò con nessuno in famiglia.
Il sabato successivo vide dalla cucina la stessa scena di Bombino che passava puntualmente con la somara e faceva sparire una pagnotta di pane sotto la mantella. Fece finta di non vedere e così accadde le settimane che seguirono.
Quando la comare Concetta tornò per sapere se Bombino aveva avuto quello che meritava, Rosa con un sorriso conciliante disse:” Cumma’, sai che te dico, si i passarotti venno a raccoglie’ le mulliche i niciuno ci dece gnente, puro Bombino po’ piglia’ la pagnotta i niciuno ci dece gnente!

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