Correvano gli ultimi anni del milleottocento. Giacinto e Francesco, amici da sempre, erano in servizio militare di leva a Torino, ben lontani dal paese natio, Anticoli di Campagna.La nostalgia di casa era attenuata in parte dalla possibilità di intrattenere un rapporto epistolare che solo Giacinto poteva gestire perché Francesco era analfabeta.In realtà Francesco aveva frequentato la seconda elementare e non aveva alcuna familiarità con la penna e la lettura. Del resto era quella una condizione molto comune tra la gente per tanti motivi. In particolare bisogna ricordare che non esisteva l’obbligo scolastico e, nelle famiglie, due braccia per lavorare erano più utili di una penna e di un libro per imparare, tanta era la miseria con cui fare i conti ogni giorno. A 7-8 anni i bambini erano preziosi per pascolare e accudire, in generale, gli animali domestici. Così Giacinto, circa una volta la settimana, scriveva a casa per sé e per Francesco e, sempre una volta la settimana, leggeva le lettere che arrivavano, se arrivavano, da Anticoli per lui e per Francesco. Il servizio militare durava almeno due anni e le licenze venivano date con il contagocce.
Giacinto quando sentì chiamare il suo nome da parte del furiere della caserma capì che era arrivato il suo turno per la licenza e fece salti di gioia. Era una licenza “sette più due” e gli sembrò di toccare il cielo con un dito. Cercò Francesco e gli comunicò la grande(per lui) notizia. Francesco nascose la sua invidia e fece buon viso alla felicità di Giacinto. In fin dei conti poteva averne anche lui un vantaggio perché poteva mandare notizie ad Anticoli e riceverne dai suoi cari. Certo per il viaggio bisognava affrontare notevoli disagi ma erano ampiamente compensati dal ritorno in famiglia, sia pure per pochi giorni. Si viaggiava con il treno a vapore Torino-Roma e poi da Roma ad Anagni, e da qui a piedi fino ad Anticoli per una strada sterrata e polverosa, percorsa solo da rare carrozze trainate da cavalli per il servizio postale o per il trasporto di signorotti locali, muli con la legna o il carbone sulla groppa, seguiti dai carbonari e qualche “barozza” da carico di lavoro tirata faticosamente da una “vetta” (coppia) di buoi (portavano pietre da costruzione dalla cava al cantiere, rena o pozzolana). In pratica non bastavano 24 ore per fare il viaggio Torino-Fiuggi! Quelli erano i ritmi di vita e di lavoro della società contadina dell’epoca non confrontabili con i ritmi ed i tempi convulsi e frenetici della vita odierna. Giacinto trascorse in famiglia e con gli amici la sua settimana di libertà. Vide anche i genitori di Francesco che alla fine della licenza gli consegnarono una pizza di ricotta e dieci uova fresche da portare al figliolo militare a Torino. Era una calda e afosa giornata di Luglio e Giacinto, dopo aver indossato la pesante divisa grigio-verde da fantaccino e salutato i genitori
si incamminò di buon mattino verso la macchia grande di castagni che copriva gran parte della valle ai piedi di Anticoli e ben conosciuta per le sorgenti di acqua dello “spelacato”(attuale Bonifacio ottavo) e della “cavata”(attuale Anticolana).Nessuno aveva ancora pensato allo sfruttamento di quelle sorgenti che gli stessi paesani consideravano benefiche per la salute. Qualcuno ne prendeva per sé caricando l’acqua con l’asino e le donne di casa si recavano talvolta alle sorgenti per fare il grande bucato!
Giacinto aveva fretta e non si fermò a bere un po’ d’acqua ma proseguì per il quarto di Anagni ,raggiunse le “prata” e già il sole cocente cominciava a farsi sentire. Superò Campitelli-Colle Borano e si lanciò con passo lesto per la discesa verso San Filippo. Sudava e cominciava a sentire sete. La polvere della strada gli seccava sempre più la gola
né c’era speranza di lì in avanti di trovare un po’ d’ombra od una fontanella per rinfrescarsi. Pensò che un ovetto, ancora fresco, poteva dare a lui un po’ di refrigerio e non sarebbe dispiaciuto a Francesco più di tanto. C’erano sempre tutte le altre uova e la pizza per lui. Prese in mano un uovo con delicatezza e lo batté su di un sasso:”toc-toc”. Una piccola breccia si aprì sul vertice. Ripetè analoga operazione sull’altra estremità dell’uovo, l’ appoggiò leggermente sulle labbra secche ed in un baleno il contenuto scivolò giù per la gola con un rumore impercettibile: ”glu-glu”. Percorse poche centinaia di metri e la sete si faceva sentire più di prima. Quasi come un automa ripeté l’operazione precedente una, due, tre, quattro volte(toc-toc, glu-glu, toc-toc, glu-glu) e fu sorpreso di vedere che le uova si erano dimezzate. Stava meglio con la sete ma la fame non era appagata. Si sedette su un muricciolo, si asciugò il sudore sulla fronte con il dorso della mano e poi strappò l’involucro di carta che avvolgeva la pizza di ricotta.
Un profumo tentatore lo avvolse e lui addentò senza pensarci due volte il dolce affidatogli dalla mamma di Francesco Ormai non era più possibile presentarsi a Torino con il dolce morsicato e le uova dimezzate. Tanto valeva mangiare il dolce e bere le uova fino in fondo, che poi una scusa l’avrebbe trovata
per salvare la faccia con Francesco. E’ quello che fece senza fatica : un boccone di dolce e un ovetto trangugiato di fila fino ad esaurire tutte le scorte. Anzi, accontentò anche un “barozzaro “ che passava di là e guardava con un pizzico di invidia quel giovanotto intento a banchettare. Gli offrì un pezzo della torta. Il “barozzaro “gradì molto la generosità a buon mercato, salutò e riprese il suo cammino con rinnovata lena. Giacinto continuò la sua opera manducatoria ed un sonoro rutto segnò la fine del lauto pasto. Si riposò qualche minuto sul ciglio della strada e poi ricominciò a camminare verso la stazione di Anagni, non più tanto lontana. Il suo passo si era un pochino appesantito ed anche un po’ di sonnolenza si faceva sentire. Per fortuna la fatica era pressoché terminata ed il viaggio fino a Torino fu quasi piacevole perché dormì gran parte del tempo. Arrivato a Torino lo assalì prepotente il pensiero di Francesco il quale fiducioso aspettava qualcosa di buono da mangiare da parte della mamma. ”Me tengo dà ‘nventà na bucìa” pensò Giacinto. Detto e fatto. Appena Francesco gli venne incontro per salutarlo Giacinto astutamente anticipò le domande e disse:” ‘Ncecco, le cagline ‘n’hanno fatto le ova, i mammuta ‘ntè pututo preparà gniente!” “Vabbè sarà pe’ nnara vota!” si rassegnò dispiaciuto Francesco. che chiese al suo amico di scrivere una lettera a casa in cui voleva esprimere la delusione perché non aveva ricevuto quello che aspettava e che aveva anche promesso al sergente maggiore. Giacinto si trovò costretto, suo malgrado, a scrivere qualche bugia per nascondere la marachella a Francesco e rassicurare allo stesso tempo i genitori i quali pensavano che il pacco fosse arrivato a destinazione.E così nella lettera Giacinto ringraziava mamma e papà per il dolce squisito di ricotta e per le uova fresche che anche il sergente maggiore aveva gustato! Un giusto ringraziamento andava a Giacinto che aveva portato a destinazione il prezioso pacco “sano e salvo”!!! Poi la notte successiva Giacinto non riusciva a prendere sonno ripensando soprattutto alla lettera. La pizza e le uova erano una tentazione; il caldo, la fame, la sete, il lungo cammino a piedi per oltre 20 chilometri avevano fatto il resto, ma quello che gli sembrava insopportabile era l’insistenza nella bugia, nella quale aveva coinvolto anche i genitori di Francesco che, con tanta fiducia, si erano rivolti a lui per mandare qualcosa al figlio militare. Gli apparve come un gesto di cui vergognarsi. Avrebbe voluto avere ancora in mano quella lettera per farla in mille pezzi. Ma era troppo tardi per recuperarla perché era già partita. Il giorno seguente, appena fu possibile, cercò Francesco e gli raccontò tutta la verità. Sapeva di averla fatta grossa specialmente con la mamma ed il papà di lui e chiedeva di essere capito e perdonato. Francesco non si sarebbe mai aspettato di essere così imbrogliato dal suo migliore amico. Fu preso da una rabbia incontenibile e d’istinto avrebbe voluto picchiare il colpevole. Poi pensò che il silenzio può colpire più delle mani e per alcuni giorni stette a “mucco tosto” senza rivolgere più il saluto a Giacinto. Passati i bollenti spiriti Francesco cercò Giacinto ed insieme decisero di scrivere una lettera di spiegazione ai genitori di Francesco. Giacinto fu ben felice di riparare in qualche modo all’imbroglio birichino. Spiegò come erano andate le cose e chiedeva umilmente scusa. L’amicizia tra Francesco e Giacinto si rinsaldò perché dopo la naia Giacinto, già bravo suonatore nella banda musicale anticolana insegnò a Francesco l’uso del bombardino e così la banda di Anticoli acquistò un secondo solista altrettanto bravo.
on era appagata. Si sedette su un mur
Necropoli di San Paolo
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Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
L'asino d'oro.
A circa 2 km dalle Mura di Aureliano, sorgeva nell’antichità in una ...
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