La folla aspettava impaziente l'inizio della esibizione della banda musicale di Anticoli di Campagna nella Piazza Santa Maria Maggiore di Alatri. Era iniziata la parte finale del torneo di musica operistica tra le bande musicali del basso Lazio, che quell'anno si svolgeva ad Alatri, in occasione della festa del santo Patrono e la gara musicale rappresentava il momento saliente della festa stessa.
Molta gente era accorsa anche dai paesi vicini e la piazza era stipata fino agli angoli più remoti. Si erano già esibite le bande di Alatri, Ferentino, Veroli, Cassino, Sora, Pontecorvo, Amaseno, Ceccano, Paliano. Il fior fiore delle bande musicali era presente e grande era l'attesa per l'epilogo della manifestazione e la proclamazione della banda vincitrice. La banda di Anticoli tardava a salire sul palco perchè non era al completo. Mancava mastro Giacinto ( Nardi ) che suonava il filicorno-baritono ( volgarmente detto bombardino) e per il brano in programma era l'elemento chiave perché eseguiva un pezzo come solista. Il maestro aveva dato appuntamento a tutti per le 20 e trenta ed alle 21 mancava ancora all'appello mastro Giacinto, di solito sempre puntuale. Nessuno dei musicanti aveva sue notizie. Dopo l'esibizione pomeridiana di tutte le bande per la prima parte della competizione Giacinto, pur sapendo che l'appuntamento serale era per le 8 e mezzo, era sparito inghiottito dai vicoli circostanti la piazza. Il maestro disperato incaricò due anticolani che seguivano la banda di cercare Giacinto e portarlo di corsa in piazza. I due si allontanarono rapidamente e cominciarono a chiamare con voce stentorea:"Giacintooo, Giacintoo!" La loro voce rimbalzava da un muro all'altro delle viuzze del centro storico senza trovare risposta. Scesero verso porta S. Francesco, risalirono verso il trivio e non si stancavano di chiamare. Arrivarono fino a Civita ma di Giacinto non c'era traccia. Dove si era cacciato? Ridiscesero al trivio e puntarono verso porta S. Pietro. Mentre andavano trafelati, uno dei due, Biagio, si ricordò che Giacinto aveva un debole per il vinello di "Caiano" e delle "Piagge" ( il migliore vino di Anticoli) e allora si misero a cercare nelle osterie.
Non lontano da porta San Pietro c'era una osteria aperta. Entrarono in un ambiente fumoso, illuminato dalla debole e tremolante luce di una lampada a petrolio. Da una parte c'erano 4 avventori in piedi che giocavano alla morra. Un gioco molto in voga a quei tempi. I numeri urlati a gran voce risuonavano nella saletta: quattro, sette, morra, tutta!" Le dita aperte sul numero evocato si incrociavano freneticamente davanti ai giocatori, quasi fosse un duello ai ferri corti senza quartiere. L'abilità del giocatore era quella di prevedere ad ogni giocata il numero delle dita aperte dall'avversario, che, sommate alle proprie dita aperte, doveva corrispondere al numero gridato con tutto il fiato in corpo e, così, si segnava un punto a favore. In fondo seduto ad un lungo tavolo c'era Giacinto che fissava un bicchiere pieno di vino davanti a sé. Accanto al bicchiere riluceva l'ottone del bombardino che era appoggiato verticalmente sul piano del tavolo come un piccolo monumento.
"Giaci'!" l'apostrofò Biagio, "tutta la piazza te sta aspettà'; arizzete i ve' cu' nosco (alzati e vieni con noi)."
'Ncecco (compagno di Biagio) rincarò la dose:" Quante fugliette (mezzi litri) te si sculate?" Giacinto non rispose ma provò ad alzarsi. Si sollevò dalla panca di legno appoggiando i gomiti al tavolo e ricadde subito giù. Le gambe non lo sostenevano.
" Le zampe nun t'ariggeno, cumme fai a suna' iu Barbiere?" disse preoccupato Biagio.
Giacinto aprì bocca e biascicò:" iu Barbiere nun se sona cu' le zampe, se sona cu' la vocca! I doppo, si propria lu vo' sape', la musica la tengo tutta ecchi dentro" e così dicendo si battè con forza la fronte con il palmo della mano aperta. I fumi del vino non avevano intorpidito il suo spirito pungente. "Paghimo iu cunto i ce 'ne imo" sentenziò Biagio.
Presero Giacinto sottobraccio e si avviarono verso la piazza. " So' perso iu bumbardino!" esclamò Giacinto. Lo strumento musicale era rimasto sul tavolo dell'osteria. 'Ncecco si precipitò indietro e lo ritrovò dove l'avevano lasciato. Biagio e 'Ncecco faticarono non poco per accompagnare Giacinto che incespicava ad ogni piè sospinto. In piazza Santa Maria Maggiore la banda di Anticoli era già schierata sul palco. Il maestro vide in quali condizioni pietose si era ridotto Giacinto, il suo migliore solista, e gli gridò tutta la sua rabbia:" Pagherai cara la figuraccia che ci fai fare questa sera!" Giacinto implorò il maestro di farlo suonare:"Mae', la parte meia la saccio a memoria, nun me serve manco iu spartito!"
Il maestro sapeva molto bene che l'eventuale sostituto era molto al di sotto della bravura di Giacinto. E d'altra parte chi gli garantiva che Giacinto, ubriaco fradicio, avrebbe potuto portare a termine il suo compito musicale? E se Giacinto, pure ubriaco, aveva ragione?
Riflettè un istante e prese la decisione più azzardata. "Giacinto, vai al tuo posto" disse asciutto e rivolgendosi a 'Ncecco e Biagio aggiunse:" e voi due tenetelo in piedi fino alla fine del concerto." Biagio e 'Ncecco si misero, come due angeli custodi, uno a destra, uno a sinistra di Giacinto tenendolo per la giacca. Non era facile tenerlo in equilibrio perché Giacinto oscillava non solo di lato ma anche in avanti ed indietro minacciando di travolgere anche il leggìo sul quale era sistemato lo spartito. Un po’ divertito ed un po’ smarrito si guardò intorno. Il palco e la piazza gli apparivano come un immenso carosello che girava vorticosamente intorno a lui, sovrapponendo luci ed ombre e si accorse che tutti i componenti della banda non avevano occhi che per lui e non nascondevano la loro preoccupazione. In qualche modo Giacinto sistemò in braccio il suo bombardino, strumento piuttosto ingombrante, accennò alcune note di prova e si preparò al segnale di inizio del maestro. Il primo brano in programma era la sinfonia della Semiramide di Rossini. Poi seguì un brano della Butterfly di Puccini. La banda svolse il suo compito con diligenza, con buona armonia di assieme, senza stecche né sbavature e Giacinto, pur dondolando sul palco, con le note del pentagramma che gli danzavano sotto gli occhi, partecipò senza sbagliare una nota o un attacco. Il maestro aveva occhi ed orecchie solo per mastro Giacinto per la paura di qualche sonora stecca. Il pubblico seguiva con interesse l'esecuzione, applaudiva tiepidamente alla fine di ogni brano, ma guardava con curiosità quell'omino baffuto in fondo al palco che suonava mentre il suo corpo pendeva da ogni parte come la torre di Pisa. Avevano capito che aveva una grande sbornia e si aspettavano una grande gaffe da un momento all'altro. Si arrivò senza danni all'ultimo brano della banda anticolana: alcuni pezzi del Barbiere di Siviglia ed in finale la cavatina "La calunnia è un venticello" in Si bemolle che doveva essere suonata da Giacinto come solista di bombardino (nome tecnico filicorno-baritono). Quando il maestro gli diede il segnale di entrata Giacinto chiuse gli occhi per concentrarsi meglio e cominciò a suonare come solo lui sapeva fare. La mano destra scorreva agile e leggera sopra i tasti e le note fluivano armoniosamente come una cascata d'acqua cristallina. Gli spettatori ascoltavano in religioso silenzio incantati da tanta bravura. Alla fine dell'esecuzione la folla scoppiò in un applauso fragoroso che si trasformò in una ovazione. Giacinto, ispirato da Bacco, aveva suonato come mai gli era capitato prima. Il maestro, commosso, lo abbracciò e lo portò al proscenio a raccogliere i consensi di tutta la piazza. Un solista ubriaco aveva portato al trionfo la banda di Anticoli e grazie a lui si aggiudicava il torneo musicale di Alatri. "E' proprio vero che la classe non è acqua, ma, talvolta, Santo Dio, può essere vino!" esclamò estasiato il maestro.
Mai commento fu più appropriato.
Necropoli di San Paolo
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Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
L'asino d'oro.
A circa 2 km dalle Mura di Aureliano, sorgeva nell’antichità in una ...
1 anno fa
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