venerdì 26 dicembre 2008

Cronache anticolane in terra di Russia (Dicembre1942)


Il vento gelido soffiava forte e lamentoso sulla pianura sconfinata nella regione di Dnipropetrovs'k
( nel cuore dell'Ucraina) e turbini di neve ghiacciata si levavano in aria ed avvolgevano ogni cosa rendendo ancor più precaria la visibilità, anche se era appena passato il mezzogiorno. Il turno di guardia fuori dell'accampamento militare italiano sarebbe finito alle 18, ma il povero Felicetto non ce la faceva più a resistere, le braccia e le gambe intirizzite facevano fatica a rispondere ai comandi, i piedi insensibili come due pezzi di marmo, ed una coroncina di minuscoli ghiaccioli si era formata intorno al naso ed alla bocca. La mantellina grigio-verde, leggera ed umida, avvolta intorno alle spalle e sul viso era coperta di neve e non dava alcun sollievo al senso di gelo che lo invadeva. Altre sei ore all'aperto sotto la tormenta sembravano un tempo interminabile da superare. Il pensiero andava al paese natio, agli amici sparpagliati sui vari fronti di guerra, ai genitori rattristati, alle sorelle in ansia per la sua sorte. Proprio il giorno prima aveva ricevuto una cartolina dal fronte avanzato scritta da un suo caro compagno, Silvio, fiuggino anche lui, tenente di complemento, che annunciava una sua breve visita sulla via del ritorno in patria per una licenza di studio. Doveva sostenere gli esami finali di Filosofia e Pedagogia all'Università di Roma dove era iscritto. Lo immaginava accovacciato in trincea a studiare sulle dispense nei momenti di tregua, incurante dei fischi ed esplosioni delle cannonate che piovevano intorno durante il giorno e la notte. Ricordava l'adolescenza spensierata vissuta insieme. Le corse sfrenate per le stradine polverose di Fiuggi, i primi timidi incontri con le ragazzine, le partite interminabili di pallone su a Capo le Ripe, le guerre tra bande del Colle, San Pietro, Santo Stefano, la "Terconia".
"Felicetto, Felicetto!" Riconobbe la voce del furiere che lo chiamava avvicinandosi a lui." Il capitano cerca 12 volontari per le ronde notturne, in premio doppia razione di sigarette e cognac". Felicetto, appena ventunenne, non se lo fece ripetere una seconda volta. Era a disposizione subito, e per il premio, e per la possibilità di muoversi in compagnia, invece di restare solo ed impalato sotto le intemperie. Si correva, forse, qualche rischio in più ma l'esperienza di quei mesi di guerra lo portava ad affrontare i pericoli con rassegnata incoscienza. Troppi amici caduti accanto a lui! Troppo sangue versato sotto i suoi occhi!
Gli spiegarono che le pattuglie erano di tre uomini, dovevano sorvegliare il vicino villaggio di Mykhaylivka ed un ampio territorio circostante, pieno di installazioni militari, dove nottetempo c'erano azioni di sabotaggio di partigiani russi. Sparatorie, esplosioni, incendi. Il Comando tedesco esigeva una pronta repressione ed affidava il servizio di vigilanza alle pattuglie italiane che dovevano alternarsi a quelle tedesche. La prima notte di perlustrazione si svolse tranquilla senza incidenti di sorta e la mattina dopo Felicetto e gli altri soldati passarono subito a riscuotere il premio promesso, prima di prendersi il meritato riposo sotto la tenda.
"Italiaski karasciov! (Italiani buoni)" La voce gentile veniva dal vicino boschetto di betulle che si accingevano ad attraversare per raggiungere il villaggio. Una graziosa fanciulla, bionda e occhi azzurri, faceva loro cenno di avvicinarsi. Felicetto e gli altri due soldati, sospettosi e diffidenti ma incuriositi, risposero all'invito e seguirono la ragazza fino ad una modesta casetta in legno circondata da maestose betulle con i rami carichi di neve ghiacciata. L'ambiente era appena rischiarato da un tenue chiarore lunare. Un uomo anziano dalla lunga barba fluente li accolse e li fece sedere su una robusta panca di legno. Un piacevole tepore li avvolgeva insieme ad un forte odore di cavolo e cipolla che proveniva da una grossa pentola sulla stufa. La zuppa calda di cavolo fu una cena da re per tutti, arricchita da un piatto di patate lesse e pane di granturco. Felicetto ed i suoi compagni avevano completamente dimenticato il servizio di guerra che era stato loro affidato e passarono una serata allegra. Felicetto non toglieva gli occhi di dosso a Natascia che sedeva di fronte a lui e lei timidamente ricambiava le sue attenzioni. Asciugarono le fasce di feltro usate per coprire le gambe e le mantelle vicino alla grossa stufa, riscaldarono i piedi mezzi congelati e quando ripresero la strada del ritorno al campo era quasi l'alba perché il cielo già mostrava un tenue chiarore ad oriente. Il rapporto al comandante fu una grossa bugia: nulla da segnalare durante il servizio di pattugliamento! Due sere dopo era di nuovo il turno di pattuglia degli italiani e Natascia era sul limitare del bosco ad aspettare. Prese Felicetto per mano e lo condusse nella sua isba dove nonno Serghiej era affaccendato a rinforzare il fuoco nella stufa e salutò con un cenno del capo Felicetto chiamandolo "tovarisc" che vuol dire compagno. Felicetto posò il fucile, si sedette sulla panca affumicata e subito si sentì a casa, pure in terra straniera. Lo rifocillarono, lo aiutarono a togliere gli scarponi militari e lo fecero riposare su un giaciglio fatto di spoglie di granturco. Felicetto si sentiva in paradiso e dormì beato per qualche ora come non dormiva da tanto tempo. Quando tornò all'accampamento il mattino seguente seppe dai commilitoni che la stessa esperienza era capitata quasi a tutti. Avevano trovato contadini gentili che li avevano ospitati e sfamati. Per tre o quattro settimane le notti di sorveglianza italiana si svolsero sempre uguali, non all'addiaccio a perlustrare i campi, i magazzini e le postazioni militari, ma al calduccio accogliente e rassicurante delle ospitali case dei contadini ucraini. Felicetto, c'era da aspettarselo, cominciava ad avvertire un tenero sentimento di amore per quella candida fanciulla. Nel mezzo di una guerra mondiale che divampava sui continenti e sugli oceani mietendo milioni di vittime , un gruppo di ragazzi italiani, portati in terra di Russia a fare una guerra che non capivano e non condividevano, vivevano con i loro nemici una esperienza straordinaria di pace, solidarietà, fraternità. Per qualcuno anche di amore.
Era un sentimento disinteressato e genuino che guidava i contadini russi o piuttosto una volontà mascherata per dare una mano ai partigiani russi che si muovevano solo di notte?
I fatti erano sin troppo eloquenti. Nelle notti affidate al controllo delle pattuglie italiane le azioni di disturbo e sabotaggio nelle retrovie si susseguivano numerose, mentre del tutto tranquille erano le notti affidate alla sorveglianza tedesca. IL comando tedesco aveva sospettato qualche comportamento anomalo degli italiani, ma mai avrebbero immaginato un abbandono del servizio per fraternizzare con il nemico!! Furono messi soldati tedeschi sulle tracce delle pattuglie italiane e quando Felicetto in casa di Natascia, intento a divorare una calda zuppa di cavolo, sentì fuori un confuso vociare in tedesco e poi un energico "toc-toc" alla porta capì immediatamente la situazione. Prese la mantella, il fucile appoggiato al tavolo, e, veloce come il vento, si slanciò verso la finestra che Natascia aveva già aperto. Con un piccolo salto si ritrovò in mezzo alla neve sul lato posteriore della isba e si dileguò nel buio tra le betulle fitte del boschetto. Il giorno seguente i tedeschi chiamarono a rapporto il comandante italiano e gli comunicarono, infuriati, che tutti i soldati delle pattuglie sarebbero stati giudicati dalla corte marziale.
Non avevano fatto i conti con i russi che stavano per sconvolgere i piani dei tedeschi. Solo qualche ora più tardi le katiuscie cominciarono a vomitare sulle linee nemiche una pioggia di razzi dando inizio all'offensiva d'inverno che costrinse a una ritirata precipitosa le truppe dell'Asse. Anche il reggimento di Felicetto fu messo in fuga. A piedi, privi di mezzi meccanizzati bloccati dal gelo (-20 fino a -30 gradi), affrontarono, tra stenti e sofferenze indicibili, una marcia lunga centinaia di chilometri. Chi si fermava per il freddo, la fame, la stanchezza, era irrimediabilmente perduto ed il ghiaccio diventava la sua tomba. Felicetto fu tra i pochi fortunati che raggiunsero dopo qualche mese il confine rumeno. Egli guardava sempre in faccia i compagni di sventura in cui si imbatteva con la speranza di rivedere un volto familiare, quello di Silvio. Non sapeva che Silvio era stato inghiottito spietatamente nella tragedia italiana in terra di Russia. Decine di migliaia di morti, tutti giovanissimi, stroncati dal fuoco nemico, dal gelo, dalle sofferenze disumane della prigionia. Come Silvio, eroi umili, misconosciuti, dimenticati, anche in patria.
Mai nessuno di noi potrà deporre un fiore sulle loro tombe.
Consegniamo almeno il loro ricordo alle giovani generazioni.

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