.
Correvano gli anni trenta. Erano tempi duri e difficili per tutti. Nelle case non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena. La disoccupazione era una piaga molto diffusa. Nelle famiglie, spesso numerose, lavorava solo il papà che portava a casa un misero salario con il quale non si faceva fronte alle tante necessità della casa. In una situazione così difficile le suore di Santa Chiara davano un valido contributo con l'asilo e la mensa scolastica per decine di bambini. La Madre Superiora aveva conservato con tanta cura quel bigliettone colorato di Mille Lire per i momenti di maggiore bisogno. E quel momento era arrivato. La lista della spesa alle botteghe di Felicetto D'Amico e di Meloni si era allungata troppo e non si poteva abusare oltre della loro pazienza, perché anche loro avevano le tratte in scadenza dei fornitori. Bontà loro, avevano aspettato alcuni mesi e prima o poi si sarebbero fatti vivi per reclamare il dovuto. La Superiora pensò che era arrivata l'ora di saldare il debito per la pasta, il pane, lo zucchero, la conserva, la mortadella, la marmellata, ricevuti per la mensa della scuola materna frequentata da tanti bambini, tutti bisognosi. Chiamò suor Virginia, che era la suora più giovane del convento di Santa Chiara e si raccomandò: "vai alla Posta e fatti cambiare queste mille lire, così ci togliamo un po’ di impicci con le botteghe." Suor Virginia non se lo fece ripetere due volte. Capì appieno l'importanza della sua missione e con passo leggero si recò al vicino ufficio postale tenendo la banconota stretta nella mano destra che teneva infilata nella profonda tasca del saio. Sua cugina Maria Teresa, impiegata postale, l'accolse con un largo sorriso pronta a servirla. Prese in mano la banconota, la guardò contro luce due tre volte e poi andò a confabulare con il capo ufficio. Suor Virginia non capiva quel tramestio e cominciava ad innervosirsi.
" 'Ste mille lire so' farze (false)!! Le tenarìa da straccia' (dovrei strapparle)." La frase fu come una fucilata in faccia per Suor Virginia. Pensò in un attimo alla superiora che aspettava fiduciosa il cambio delle mille lire e soprattutto ai bambini che bisognava sfamare tutti i giorni. Sentì salire dentro di sé un forte impulso di ribellione e con uno scatto felino allungò il braccio attraverso lo sportello ed agguantò intera la grossa carta da Mille Lire.
"Aredamme 'sì sordi, ca 'nso' gli te', so' degli uttri ca tènnuta magnà ( ridammi i soldi, non sono i tuoi ma dei bambini che devono mangiare)" sibilò verso la cugina che era rimasta di stucco con la mano vuota a mezz'aria. Uscì dall'ufficio postale incredula e confusa. Come poteva tornare dalla superiora e portarle la terribile notizia che le Mille Lire non valevano niente e niente si poteva dare ai negozianti( Felicetto e Meloni) per pagare i vecchi debiti? Che sarebbe stato il futuro dell'asilo? Mentre nella testa si affollavano tutti questi pensieri si ritrovò sulla piazza e si avviò lentamente verso l'Istituto Santa Chiara. Per colpa di qualche imbroglione sconosciuto, che in qualche modo aveva rifilato la banconota al convento, i bambini innocenti dell'asilo dovevano pagare le ingiuste conseguenze. Chi avrebbe pagato le minestre della refezione scolastica? Chi li avrebbe aiutati? La domanda era senza risposta e la tristezza più cupa scendeva nel suo animo. Ben sapeva che la mensa scolastica era un aiuto insostituibile per le povere famiglie, specie quelle più numerose, che mandavano i bambini all'asilo. Non si decideva a rientrare in convento per non dare un grosso dispiacere alla superiora.
Una risata fragorosa richiamò la sua attenzione. Si voltò da quella parte e riconobbe la sagoma inconfondibile, grande e grossa, di suo cugino Francesco che si intratteneva allegramente con altre persone alla "porta dell'olmo" (la piazza Trento e Trieste). Ma sì, era proprio lui, uno dei più ricchi commercianti e proprietario di terre del paese, figlio di un fratello di suo padre. Era un uomo di umili origini, come lei, del resto. Aveva sempre avuto il bernoccolo degli affari con una forte mentalità sparagnina ed aveva fatto fortuna con le sole proprie forze. L'aveva forse mandato la Provvidenza sul suo cammino? Suor Virginia si affrettò verso di lui, tirò fuori dal saio la banconota tutta spiegazzata e la mise sotto il naso di Francesco, mentre il cuore le tumultuava nel petto. "France', famme zica stu favore, cagnume (cambiami) ste mille lire, ca' la posta nu' le te' (non ce l'ha)." Francesco la guardò dall'alto della sua statura, un po’ sorpreso ed un po’ divertito. Mettendo mano al portafoglio voluminoso esclamò:"Sor Virgi', 'nte' pozzo di' de no, me si cugina i puro moneca. E' nu favore ca nu' me costa gniende( è un favore che non mi costa niente)!!". Contò con cura 10 banconote da 100 lire e le mise nelle mani tremanti di suor Virginia. Poi prese la banconota da mille lire, le diede un'occhiata distratta, la piegò meticolosamente in quattro e la ripose nella pancia del portafoglio. Suor Virginia abbassò prontamente il capo per nascondere il rossore che si spandeva sulle guance, farfugliò una parola di ringraziamento e fuggì come il vento. Era combattuta da opposti sentimenti, la vergogna di aver compiuto una azione scorretta ricorrendo alla bugia e la gioia di aver rimediato il pane per i bambini dell'asilo. Consegnò in fretta le banconote alla superiora ed andò subito in cella per pregare e chiedere perdono per la sua malefatta. Non vedeva l'ora di confessare il peccato al padre spirituale. L'avrebbe mai perdonata?
Francesco il giorno dopo, recandosi all'ufficio postale conobbe l'inattesa e sgradita verità delle mille lire. Erano false! Suor Virginia l'aveva imbrogliato? Fu preso da una certa rabbia. Lui, tanto esperto uomo d'affari e di mondo, si era fatto abbindolare da una ingenua e timida suorina. Voleva andare dalla superiora per reclamare la restituzione dei soldi. Accelerò il passo e raggiunse rapidamente il portone del convento. Ne avrebbe dette quattro alla superiora ed a suor Virginia. Era inconcepibile che una suora, tutta chiesa e lavoro, si prendesse gioco dell'uomo più ricco e più importante del paese. Attraversando il corridoio sentì il cicaleccio dei bambini raccolti a mensa ed il tintinnio delle posate che battevano nelle scodelle di latta. La rabbia svanì di colpo dai suoi pensieri ed arrivato in presenza della superiora raccontò con calma l'accaduto e concluse" Suor Virginia ieri è fatto na cosa azzeccata, perché m'è 'ndragoto (costretto) a fa' 'n'opera bbona, i pe' chesto la rengrazzio. Essa è pigliato i sordi dalla persona giusta pe' da' da magna' agli mammocci degl' asile. I po' ste' mille lire frùtteno più alle mani vostre che alle meie" La sua voce era lievemente incrinata per la commozione. "Sia laudato Gesù Cristo!" biascicò sottovoce e lesto fuggì via.
Necropoli di San Paolo
-
Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
L'asino d'oro.
A circa 2 km dalle Mura di Aureliano, sorgeva nell’antichità in una ...
1 anno fa


