giovedì 16 aprile 2009

Suor Vincenza Bonanni, al secolo Margherita (Rita), nacque il 25 Novembre 1925, primogenita di Vincenzo e di Sforza Valeria nella casa paterna in Via Armando Diaz. Fu la prima di una schiera di sette figli, di cui due, nati gemelli, morirono per sepsi pochi mesi dopo la nascita. Papà Vincenzo lavorava duramente nell’edilizia e mamma Valeria lavorava ancora di più in casa. Rita visse una stagione dell’infanzia spensierata assai breve, perchè presto arrivarono sorelline e fratellini e lei cominciò molto presto a lavorare in casa per aiutare la mamma e accudire i più piccoli per mangiare, per vestirsi , per le pulizie. Ben poco era il tempo che poteva dedicare ai giochi ed alle amicizie tra bambini. Si sentiva un pò la reginetta della cucina che teneva sempre lustrata a lucido, indugiando per lungo tempo a pulire vetri, piatti, pentole di rame, mattonelle, rubinetti. Tutto in cucina era smagliante, sembrava la casa di mastro Lindo e lei ne era orgogliosa. Finchè un giorno nostro padre seccato per tanta testardaggine verso un lavorio, secondo lui inutile, prese una manciata di cenere e la sparse su pentole e mattonelle che Rita aveva appena lucidato.Per lei fu una mortificazione. All’improvviso non si sentiva più la reginetta ma precipitava al ruolo di una umile cenerentola. Quella sera tenne il broncio con papà ed andò a letto senza cenare.
Non conobbe giocattoli nella sua infanzia. Giocava con le bambole di pezza disegnate e confezionate con straccetti rimediati da lei, insieme con me e le cuginette. Era brava al gioco della corda, della campana e delle breccole, i giochi innocenti e semplici di tempi assai poveri. Le bastava poco per essere allegra e sorridente.
A scuola non otteneva grandi risultati, non si impegnava più di tanto ed in classe spesso la maestra la richiamava perchè stava con la testa tra le nuvole. Lei si accontentava della sufficienza e non aveva alcuna ambizione di primeggiare. Insomma il comportamento a scuola era senza infamia e senza lode.
Già alla seconda elementare vennero fuori importanti problemi agli occhi per via di una miopia definita progressiva. Fu costretta a mettere gli occhiali bruttini per via di lenti spesse e pesanti.
Di lì cominciò la presa in giro piuttosto cattivella delle compagne e compagni che la chiamavano a gran voce e ripetutamente “quattrocchi, quattrocchi.” Rita si sentiva umiliata e derisa, avrebbe voluto fare a meno delle lenti, perché a quell’epoca era davvero raro vedere un bambino con gli occhiali, ma per la sua vista sempre più indebolita gli occhiali diventavano ancora più necessari. Prima o poi dovevano pure stancarsi di prenderla in giro.
Per governare le galline c’era Rita, per portare da mangiare in cantiere a papa c’era Rita, per andare da zia Assunta a fare la spesa c’era Rita, un pò perché era più grande, un pò perché ai libri preferiva il lavoro. Era una piccola grande lavoratrice.
Nonno Luigiotto aveva un debole per questa nipotina umile, servizievole, disponibile, sempre pronta ad aiutare tutti, mentre non chiedeva mai niente per la sua persona.
Durante la guerra, quando più acuta si faceva la fame per la mancanza di pasta, pane, latte, zucchero, perfino il sale, mia madre riusciva sempre a rimediare in qualche modo per la cena una ciotola di latte e due fette di pane soltanto per il nonno
il quale divideva quasi sempre la cena con qualcuno di noi cinque bambini. Quando il regalo toccava a Rita, lei , senza pensarci due volte, passava il latte ed il pane ai fratelli più piccoli, Lisetta e Virginio e placava i morsi della fame con un pezzo di pane raffermo, se c’era, bagnato nell’acqua.
La morte della nonna Maria, del nonno Luigi e del padre Vincenzo in tempi ravvicinati rafforzarono la vocazione religiosa già fiorita da qualche anno nel suo animo. Nel 1953 venne ordinata suora, con il nome di suor Vincenza in memoria di papà Vincenzo, nell’ordine di Santa Chiara ed iniziò la peregrinazione in giro per l’Italia. Castel San Pietro (Rieti), Cavarzere (Rovigo), Sant’Anna di Chioggia (Venezia) furono le tappe della sua vita da religiosa. Dopo alcuni anni approdò definitivamente a Fiuggi e fu assegnata al Noviziato di via Vecchia Fiuggi dove divideva il tempo tra la preghiera, la portineria e la cura dei bambini dell’asilo. Diventò presto una figura popolarissima, amata dalle mamme ed ancor più dai bambini per la spontaneità, per la vena ironica e piena di allegria, il vezzo inguaribile di parlare il dialetto stretto con tutti , vescovo e Cardinali
compresi che ripetevano con divertimento le parole fiuggine apprese da suor Vincenza. Le giovani novizie brasiliane, filippine, africane imparavano il dialetto fiuggino prima dell’italiano e consideravano suor Vincenza la loro sorella maggiore cui volevano un gran bene. Aveva sempre una parola affettuosa e un dolcetto per i suoi bambini dell’asilo e ben lo sapevano le mamme che vedevano in suor Vincenza una seconda mammina dei loro figli che le affidavano.
Pure insidiata nella salute da una seria cardiopatia era sempre vispa ed allegra e percorreva con gamba lesta più volte al giorno i lunghi corridoi del noviziato per aprire agli ospiti-amici ( ad esempio Nando Martini, Brunello Magini) ai quali offriva un caffè caldo ed una battuta dialettale.
Tutte le case di parenti ed amici ricevevano più volte all’anno la telefonata di suor Vincenza che seguiva da vicino le vicende familiari e si preoccupava con discrezione della salute di tutti. Si può dire che non passava giorno senza che io sentissi per telefono la mia sorella maggiore e proprio la sua scelta religiosa aveva rafforzato il mio affetto per Rita - suor Vincenza, specialmente dopo la morte della nostra mamma Valeria nel 1983. Era legata da profondo affetto, ricambiato, con tutte le suore della comunità ed in particolare nutriva un sentimento di filiale devozione per la madre generale suor Margherita, che, a sua volta, apprezzava ed amava quella suorina per la sua umiltà e la saggezza di cui spesso si giovava per chiedere pareri e consigli
Come già raccontò mio fratello Gino sul giornale Fiuggi cambiando i nomi sotto il titolo “Robin Hood con il saio”, fu proprio suor Vincenza a rifilare la banconota di 50 mila falsa al cugino benestante per non far mancare un piatto di minestra ai bambini poveri dell’asilo. Il cugino perdonò la “birichinata” dicendo che quei soldi potevano essere spesi meglio dalle suore che non da lui.
La bonomia, la semplicità, la spontaneità furono i tratti principali del carattere per i quali si faceva benvolere in convento e fuori dal convento.
Gli ultimi anni di vita furono segnati dalle sofferenze per il progredire inesorabile della malattia che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale sopportati con serena rassegnazione e la preghiera. La sua espressione più frequente era: “sia fatta la volontà di Dio”.

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