martedì 28 luglio 2009

Anche i morti cantano

Negli anni tra il 1910 e 1915 Anticoli di Campagna era ancora un villaggio assai piccolo, appollaiato su un colle, delimitato nella sua estensione da due porte, la barriera della porta dell’Olmo ad est, e la porta del Colle ad ovest, entrambe oggi scomparse. Forse un migliaio di abitanti dediti principalmente alla pastorizia ed ai lavori agricoli. Una vita grama per tutti, o quasi, fatta di duro lavoro, sudore e tribolazioni. Anche i bambini erano chiamati precocemente, a 7-8 anni, a dare una mano nel lavoro o per accudire gli animali domestici.. Tutta la zona dell’attuale “Monumento” era campagna aperta caratterizzata dalla presenza, al posto dei giardini pubblici di oggi, dell’antico cimitero, intorno al quale c’erano vigneti, frutteti, orti, campi agricoli, stalle per gli animali domestici.
Vincenzo ed Antonio, entrambi nati nel 1902, età compresa tra 10-12 anni, erano due cuginetti bene affiatati, insieme nella scuola, insieme a casa, insieme nelle ore di svago. Era la fine del mese di Settembre ed il caldo si faceva ancora sentire. Papà Luigiotto e papà Onorato dissero ai due ragazzini che quella notte non avrebbero dormito a casa perché c’era da guardare il vigneto dove l’uva era già matura e poteva tentare qualcuno dalle mani lunghe e leste. Vincenzo ed Antonio accettarono di malavoglia l’ordine ricevuto e la sera,calate le tenebre e dopo una cena frugale, si recarono al vigneto situato nella zona dell’odierna via della Villa comunale, proprio al confine con il cimitero. Si sistemarono su due panche di legno nella piccola baracca-rifugio che era a pochi passi dal camposanto e dopo aver scambiato qualche parola si addormentarono rapidamente. Vincenzo fu all’improvviso risvegliato da un canto, simile ad una nenia, che proveniva dal cimitero. Aguzzò l’orecchio per capire meglio le parole e riconobbe una stornellata paesana:” la Marianna va in campagna quando il sole tramonterà, tramonterà, chissà quando, chissà quando ritornerà.”
Cominciò ad agitarsi, si rigirò sulla panca indolenzito, mentre il cuore gli saliva in gola e chiamò con voce soffocata:” Anto’! Antò!” Antonio dormiva saporito e per svegliarlo dovette scuotergli con forza il braccio. “ Che vò, lassume dormi’ “ mormorò Antonio. “Antò dentro agliu camposanto stanno a cantà” fu la voce allarmata di Vincenzo. “ Ma tu stai a vaneggià, lassume perde” così dicendo Antonio si rigirò dall’altra parte. Proprio in quell’istante tornò a farsi sentire il canto , più forte e più chiaro di prima.” Sera ci venne, ntenivi na lumaccia p’allumamme, ntenivi na sediaccia p’assettamme”. Antonio saltò giù dalla panca e disse di uscire fuori per capire meglio la provenienza della voce. Non c’era dubbio, la voce veniva dall’altra parte del muretto che divideva il vigneto dal cimitero. Anzi, sembrava che nascesse proprio dalla cappella dove sostavano le salme prima di essere sepolte. Non poteva essere un cristiano vivo! Allora qualche morto resuscitato, o qualche spirito diabolico? I due ragazzi si guardarono negli occhi senza aprire bocca ed istintivamente si lanciarono verso la baracca in cerca di protezione. Chiusero la porticina sgangherata di legno con il chiavistello trasversale e si sedettero su una panca con le orecchie dritte ad ascoltare. Si levò di nuovo un canto nitido sempre dialettale:”si t’acchiappo sola pe la macchia te faccio fa iu canto ‘lla ranocchia” e proseguiva con le altre parole dello stornello.
Antonio e Vincenzo erano sempre più atterriti, tremavano come foglie al vento. L’impulso era quello di scappare e tornare a casa ma sapevano che i genitori non avrebbero accettato le loro giustificazioni, e, forse, le avrebbero anche buscate. Si strinsero l’uno all’altro su una panca ed aspettarono il giorno passando le ore in un dormiveglia quanto mai agitato.
Appena il sole spuntò su Capo le Ripe Vincenzo ed Antonio abbandonarono la capanna e corsero trafelati per la salita di San Biagio, attraversarono la barriera alla porta dell’Olmo, risalirono lo stradone fino a San Pietro ed infilarono l’uscio di casa. Raccontarono l’accaduto ai genitori che non credettero neppure una parola del loro racconto. Di fronte allo scetticismo del papà Luigiotto Vincenzo si sentì quasi offeso ed esclamò:” Massera da suio nun ci revaio agl’abrito ( stasera da solo non ci torno alla vigna). Lui ed Antonio erano più che mai decisi a rifiutare di passare la notte da soli nella vigna. Onorato e Luigiotto si resero conto alla fine che la paura e l’agitazione dei ragazzini non erano una scusa ma erano autentiche e concordarono insieme di passare la notte alla vigna insieme ai figli per capire cosa stava succedendo. A sera raggiunsero tutti e quattro la baracca nel vigneto e si sistemarono in qualche modo nello spazio ristretto sedendosi due a due sulle panche. Una bella luna piena trionfava nel cielo trafitto da migliaia di punti luminosi del firmamento ed il silenzio della calda notte era rotto solo dal raro frinire di qualche tardiva cicala.
“Si v’anno (quest’anno) nun me assoro (sposo) mi gliu taglio e gliu metto pe pennacchio a gliu cappeglio” proseguiva la voce con il resto della stornellata chiara e limpida nella notte.
Luigiotto e Onorato si guardarono sorpresi ed increduli, non credevano alle loro orecchie. Uscirono all’aperto e la voce un po’ incespicante veniva proprio dalla cappella del cimitero. Si armarono di bastone, scavalcarono il muretto ed entrarono nel camposanto illuminato quà e là dalla fioca luce di qualche lumino. Aprirono la porta della cappella, al centro c’era il cataletto ( una cassa di legno rustico poggiata su quattro zampe e provvista di quattro stanghe, due davanti due dietro, usata per il trasporto delle salme dalla abitazione al cimitero) e nel cataletto c’era sdraiato un uomo che cantava a squarciagola. Lo riconobbero. Era Peppe “iu puzzono” cosi soprannominato perché dopo la morte della moglie dormiva sempre nella stalla in mezzo agli animali, sempre ubriaco, pure di giorno. Non aveva trovato di meglio che rubare il letto ai morti.. Appena vide spuntare i bastoni con un salto da gatto usci dal cataletto e fuggì fuori dal cimitero gridando “perdunateme, nun so’ fatto male a niciuno”.
Da quella sera, però ,i morti si ritrovarono più soli e più tristi senza gli stornelli, magari anche licenziosi e spinti, di Peppe il “puzzone”.

1 commento:

Andrea ha detto...

Ben tornato.

Andrea