Da circa un decennio fioriscono gli studi epidemiologici e statistici che si interessano delle relazioni fisiopatologiche tra l’esercizio fisico e la nostra salute psico-fisica. Passando in rassegna la letteratura internazionale dell’anno 2009 ci siamo imbattuti in numerose ricerche. Ne abbiamo scelte quattro da portare all’attenzione dei nostri lettori.
Due dati clinici risultano acquisiti alla conoscenza medica attraverso numerose pubblicazioni scientifiche:
1) Le situazioni croniche di stress psico- sociale, includendo la depressione ed il sentimento di conflittualità, ostilità, frustrazione sono fattori di rischio indipendenti per infarto miocardio ricorrente e per morte nella malattia coronarica
2) L’esercizio fisico (marcia, corsa, palestra, bicicletta, nuoto), valutato attraverso l’aumentato consumo di ossigeno, riduce la mortalità nei pazienti coronaci.
Per essere più precisi è stato calcolato che per ogni punto percentuale di incremento nel consumo di ossigeno si osserva una riduzione di morte per causa cardiovascolare pari al due per cento. Questo significa che un incremento del consumo di ossigeno per il 20-30%, come si verifica nella attività fisica moderata, comporta una riduzione della mortalità cardiovascolare pari al 40-60%.
Un risultato più che ragguardevole per le conseguenze in campo clinico, epidemiologico, e, soprattutto, per una efficace prevenzione primaria e secondaria.
Alla ricchezza di dati riguardanti il rapporto tra malattie cardiovascolari ed esercizio fisico fa riscontro una scarsità di dati scientifico-statistici sul ruolo potenziale che l’esercizio fisico può svolgere nel modificare gli stress psico-sociali, la depressione, la conflittualità che sono assai frequenti nei pazienti coronarici.
Un contributo importante viene dallo studio pubblicato nell’Agosto- Settembre 2009 sulla rivista American Journal of Medicine così intitolato-“ Riduzione dello stress psico-sociale: un nuovo meccanismo per migliorare la sopravvivenza con l’esercizio fisico.”-
Scopo dello studio era di valutare gli effetti dell’esercizio fisico sulla sopravvivenza in pazienti coronarici con o senza stress psico-sociale.
La mortalità a 5 anni fu del 22% nei coronarici con alto stress psico-sociale, invece del 5% nei coronarici con basso stress psico sociale. L’esercizio diminuì l’incidenza dello stress dal 10% al 4%. La mortalità nei pazienti con attività fisica significativa fu più bassa del 60% rispetto ai pazienti con attività fisica scarsa. Interessante è il dato statistico della mortalità più bassa nei pazienti con alto stress ma attività fisica molto significativa rispetto ai pazienti con alto stress ma scarsa attività fisica.
In conclusione l’esercizio fisico riduce l’incidenza dello stress psico-sociale e contemporaneamente riduce la mortalità nei coronarici. Questo effetto appare mediato anche dall’influenza positiva dell’esercizio fisico sullo stress psico-sociale.
Un secondo studio denominato CARDIA e pubblicato nel Luglio 2009 sulla rivista Archives of Internal Medicine ha arruolato 2364 soggetti maschi e femmine negli anni 2005 e 2006 che avevano acquisito la buona abitudine di recarsi a piedi o in bicicletta al lavoro tutti i giorni e di tornare alla stessa maniera dal lavoro a casa. La ricerca ha dimostrato che l’abitudine quotidiana alla marcia o alla bicicletta per raggiungere il posto di lavoro riduce in modo significativo la probabilità di diventare obesi e riduce altrettanto significativamente il rischio di malattia cardiovascolare.
La riduzione del rischio cardiovascolare procede in parallelo con il comportamento di importanti parametri come i trigliceridi, la pressione diastolica sanguigna, il livello insulinemico a digiuno. Il risultato favorevole sembra più incisivo per i maschi che non per le femmine. Non è chiaro il motivo. Si avanza l’ipotesi che le donne siano meno impegnate nell’esercizio fisico come pendolari casa- lavoro-casa.
Un’altra notizia sul tema a noi caro dell’attività fisica ci viene dall’Associazione Americana di Cardiologia (American Heart Association ) che ha emanato una dichiarazione ufficiale
( Circulation, Giugno 2009) con la quale incoraggia tutti i diabetici, in particolare quelli non-insulino dipendenti, a svolgere attività fisica per i benefici effetti sul diabete e sulle malattie cardiovascolari. Da una revisione della letteratura su questi temi viene evidenziato un miglioramento clinico dell’emoglobina glicosilata che è un indicatore dei valori medi dell’insulina per lunghi periodi di tempo precedenti. Inoltre l’esercizio fisico migliora la sensibilità e la resistenza all’insulina, riduce il grasso viscerale, riduce sensibilmente l’uso di farmaci per il diabete. Al diabetico portatore di retinopatia proliferativa viene sconsigliato l’esercizio fisico estremo come la corsa, causa di affanno, che determina carenza di ossigeno anche per la manovra di Valsalva coesistente.
Per una attività fisica moderata sono sufficienti 150 minuti alla settimana e per una attività fisica intensa possono bastare 90 minuti per ottenere risultati di rilevanza clinica nei soggetti diabetici.
Per amore di verità dobbiamo segnalare anche uno studio che apre la porta a qualche perplessità nel rapporto tra cardiopatia ed esercizio fisico. E’ stato pubblicato su uno degli ultimi numeri del Giornale Italiano di Cardiologia ed ha evidenziato nei pazienti coronaropatici che svolgono attività fisica troppo intensa un aumento del fenomeno di aggregabilità piastrinica. Si sa che l’aggregazione piastrinica è il primo passo del processo trombotico nelle nostre arterie. Lo studio può rappresentare un segnale di allarme La ricerca si è svolta su un numero limitato di pazienti (meno di venti) e pertanto non consente di giungere a conclusioni definitive. Gli stessi autori auspicano una serie più ampia di ricerche.
Il risultato induce alla massima prudenza quando si propone attività fisica, che pure è di giovamento, al paziente certamente coronarico. Va sempre sconsigliata una attività estrema e faticosa (corsa, percorsi in salita, sollevamento pesi) che viene segnalata dall’insorgenza di affanno. L’esercizio del cardiopatico si deve svolgere sempre ai livelli più bassi di intensità che non causano affanno, non comportano mai un deficit di ossigeno né pericoli di rottura della placca aterosclerotica.
Il cardiopatico tutela la sua salute non correndo ma passeggiando!
Necropoli di San Paolo
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Testo tratto dai siti della Sovraintendenza e Associazione culturale
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