sabato 5 febbraio 2011

In memoria di Antonio e Iolanda

In memoria di Antonio e Iolanda Bonanni
Antonio e Iolanda, fratelli insieme ad Umberto ed Angelo, tutti figli diRocco e Maria, se ne sono andati nel giro di pochissimi giorni , l’uno il 23 Agosto ad Albano, l’altra il 2 Settembre a Fiuggi.
In sintonia in vita, lo sono stati anche nel momento supremo del trapasso. Antonio, pur nell’afflizione di una salute ormai precaria, anche l’ultima volta che l’ho visto, circa due mesi fa, mi chiedeva,come sempre, notizie della sorella con ansia: “ Come sta Iolanda? Sono in pensiero per lei”. Io rispondevo con una bugia pietosa che sembrava rasserenarlo. Ma il tarlo del pensiero non lo abbandonava mai. L’ha presa per mano ed insieme hanno riaperto gli occhi alla luce di Dio.
Per Antonio mi rimane il rammarico di non aver potuto raccogliere l’ultima sua invocazione. “Gino, appena puoi fatti vedere!” La Morte l’ha ghermito in anticipo prima che io potessi raccogliere le sue ultime confidenze.
Come in un film rivedo le sequenze di una vita ricca di affetti, di prove difficili, di successi, di grandi dolori come la perdita precoce della moglie Carmela e di una figlia adorata, Elisabetta. La forte personalità si palesò già dall’adolescenza quando Antonio volle emigrare a Roma per continuare gli studi sotto l’ala protettrice degli zii Giovannino Guiducci ed Esterina. Soffrì la prigionia in Germania, divenne poi Avvocato, giovane amministratore comunale con il sindaco Alessandri, dirigente delle Ferrovie dello Stato.
Anche da lontano non cessò mai di amare profondamente la sua città. In Fiuggi contava le amicizie più vere con Luigino Martini, con Rolando Celesti, con Nando Martini, con Alessandro Ludovici, con Amerigo Barboni, con Pietro Martini junior direttore del nostro giornale. Le sue spoglie mortali insieme alla consorte Carmela riposano per sempre nella sua Fiuggi.
Di Iolanda ricordo il tratto gentile e raffinato, il sorriso accattivante, la battuta ironica in dialetto fiuggino. Catturava i clienti al San Giusto, gestito col marito Felice, con l’amicizia personale e la buona cucina di cui era maestra. Spesso i clienti, anche quelli più grandi di Lei, la chiamavano “ mamma Iolanda”. Più che un albergo Iolanda gestiva una casa – famiglia. Un esempio che merita di essere seguito, come Lei seguì quello di mamma Maria.
A Gloriana ed Enrica, a Franco e Luciano ed alle loro famiglie giunga un abbraccio forte ed affettuoso da parte dello zio Gino e della zia Pina.
Ricordo di Nicola Ricci
Un altro ragazzo del monumento, dopo Biagino D’Amico e Vittorio Magini, ha varcato la soglia dell’eternità , in punta di piedi e con dignità così come aveva improntato tutta la sua vita. Nicola aveva molti amici ed io credo di potermi onorare di essere stato tra questi. Di Lui ricordo il grande spirito di moderazione, l’atteggiamento sempre amichevole e confidenziale con tutti, la capacità di ascoltare le ragioni degli altri e di contribuire , se possibile, a superare le difficoltà. Il parlare tranquillo, pacato, quasi sotto tono, sempre col sorriso rispecchiava esattamente il suo stile di vita Un piccolo episodio vale più di tante parole per capire chi era Nicola. Mio fratello per affrontare il giudizio severo e senza peli sulla lingua di nostra madre alla quale voleva presentare la fidanzata pensò di farsi accompagnare da Nicola il quale con una battuta pronta sciolse la tensione:” Vale’ chessa è na femmena all’antica. Nun porta i cazzuni!”.
Io che ho avuto modo di frequentarlo, nelle lunghe passeggiate e nelle serate a casa o al bar passate a giocare a carte, specie negli anni giovanili, non l’ho mai visto arrabbiato,né sentito litigare con qualcuno. Anche nei momenti difficili Nicola sapeva sbrogliare le situazioni di tensione con la battuta ironica e con il sorriso sulle labbra.
Nei tanti anni trascorsi come segretario della scuola media prima, poi della elementare in Fiuggi vide passare sui banchi di scuola centinaia di adolescenti che potevano trovare un interlocutore attento, sensibile ai problemi piccoli e grandi dei ragazzi.. I prèsidi i maestri ed i professori vedevano in Lui un amico, sempre, e, spesso, un consigliere prezioso e preparato. Conosceva come pochi la legislazione che riguardava la scuola e la cultura in generale. Nella parte finale della sua vita scoprì la passione per la campagna e nella pace dei campi diventò un esperto coltivatore di vigneti ed uliveti.
Le qualità umane, in primis la generosità, di Nicola le hanno conosciute soprattutto i familiari di Nicola, in particolare la moglie Letizia ed i figli che lo adoravano, Roberto e Tiziana ai quali dedicò la propria vita e che lo hanno ripagato con una dedizione che sicuramente avrà alleviato le sofferenze della malattia di questi ultimi anni.
Caro Nicola resterai sempre nei nostri cuori, ma tu volgi la tua mano protettrice su tutti noi.
Riposa nella pace del Signore.
L’Ideologia e i Giovani:
plagiati, illusi, traditi, uccisi.
Gli altoparlanti gracchiavano già da una o due ore canzoni ed inni fascisti e patriottici sulla piazza Trento e Trieste o piazza dell’0lmo per i paesani. Per le ore 17 del pomeriggio era atteso con ansia e un po’ di paura un discorso del Duce di enorme importanza. Il segretario del Fascio di Fiuggi l’aveva fatto annunciare dalle prime ore del mattino attraverso il banditore pubblico che girava tutti gli angoli del paese, e, dopo il suono bitonale caratteristico della trombetta di ottone aveva annunciato il grande evento del pomeriggio ed invitava tutta la popolazione ad intervenire. Alle16 la piazza era piena di gente in paziente attesa. Nel balconcino al primo piano del municipio esattamente dove le due ali del municipio si incontrano quasi ad angolo retto faceva bella mostra di sé un grande fascio di vetro colorato come la bandiera , bianco, rosso verde, illuminato all’interno da lampadine elettriche. Ai lati del fascio due grandi altoparlanti per trasmettere la voce del Duce via radio, come era accaduto in passato, per la guerra in Etiopia o altri fatti per i quali il regime fascista era solito mobilitare le piazze. Alle 17 puntuale la voce stentorea ed in qualche modo suggestiva di Benito Mussolini echeggiò sulla piazza attenta e attonita:
” Italiani, la dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna!”.
Era il dieci di Giugno del 1940. La Germania era in guerra dal primo Settembre del 1939. Aveva occupato con la guerra lampo la Polonia per spartirla, dopo, con l’Unione Sovietica attraverso il famigerato patto von Ribentropp- Molotov. Aveva attaccato la Francia passando attraverso i Pesi Bassi, Olanda e Belgio e sgominato in un fiat la linea fortificata Maginot, prendendola alle spalle con i carri armati Tigre. Gli Inglesi si ritiravano precipitosamente imbarcandosi a Dunquerke. La Francia stava per arrendersi.
Quale momento più favorevole per sedersi al tavolo della pace quasi senza colpo ferire e reclamare anche per l’Italia le spoglie della vittoria sicura? Da tempo Mussolini esaltava l’italianità di Nizza, della Savoia, della Corsica. Si cantava:” e se la Francia non è una troi….. Nizza e Savoia ci deve ridar”. Mussolini si riteneva il più furbo della combriccola degli uomini di stato, ma aveva fatto i conti senza l’oste: gli Stati Uniti.
Il discorso fu accolto dagli applausi della gente, un po’ spontanei, un po’ forzati. Soprattutto le donne mostravano grande preoccupazione pensando ai figli, mariti, fratelli che sarebbero stati coinvolti nella tragedia della guerra. I più entusiasti erano i giovani presi dall’euforia ed esaltati dalle parole di facili trionfi che Mussolini prometteva e loro ne sarebbero stati i vittoriosi protagonisti e testimoni. Erano cresciuti ( io tra questi) imbevuti a scuola nell’Etica Fascista racchiusa, secondo me, in tre Slogans del Regime:
1)Credere (nel Duce), Obbedire (al Duce), Combattere (per il Duce),
2) Mussolini ha sempre ragione,
3) Dio stramaledica gli Inglesi.
Li leggevi dovunque, sui libri, sui giornali, sui muri delle case, li ascoltavi nei discorsi. Per noi giovani e giovanissimi ( avevo meno di dieci anni ) erano una verità indiscussa, il nostro vangelo, e il Duce il nostro idolo.
Alla fine del discorso del Duce che aveva attaccato duramente Francia ed Inghilterra definendole potenze reazionarie “demoplutocratiche” i giovani più vivaci, più entusiasti, specie quelli del G.U.F. (gioventù universitari fascisti) organizzarono un corteo per le vie del paese guidati da un alfiere non alto di statura, infervorato nel suo ruolo, esuberante e generoso, convinto di incarnare una storia vittoriosa. Sulle spalle aveva la bandiera tricolore. Ai miei occhi appariva come un eroe vincente. Pensai di seguirlo e di inneggiare con Lui alla immancabile vittoria.
Era Silvio Incocciati. Aveva 20 anni.
Lo accompagnavano altri ventenni, come Lui ( e come me) ubriacati dalle parole del Duce, pronti a servire la Patria Fascista che li chiamava alle armi. Mi pare di ricordare Samuele Cellie, Funtò Aurelio, Alessandro Ludovici ( più tardi mio grande amico personale) ed altri di cui non mi sovviene. Erano tanti. Tutti giovanissimi, disposti ad una sfida più grande di loro di cui neppure immaginavano le tragiche conseguenze. Passarono davanti a San Pietro, scesero verso il Colle, risalirono per il monumento fino alla piazza dove continuarono a saltare e cantare gli inni fascisti. Tornando a casa quella sera trovai nonno Luigiotto con la faccia seria e preoccupata. Mi guardò in faccia e disse: “La guera è nu guaio grusso. Iu duce nun po’ abbence cu la perfida Albione (Mussolini non può farcela con la Gran Bretagna)!” Ebbi un gesto di ribellione:” no,’ si nu’ ‘lla pianti te vaio a denuncia’!” Non l’avrei mai fatto, ma ancora oggi mi vergogno di quelle parole cattive da fascista in erba.
Dopo qualche mese tutti quei giovani ricevettero la cartolina di precetto e la festa finì. Iniziava il dramma personale, per qualcuno la tragedia, che coinvolse poi tutta l’Italia.
Silvio era studente universitario, fece il corso ufficiali e fu inviato in Russia con l’Armir. L’ultimo indizio della sua vicenda umana me lo dà Felicetto De Marchis (mio amico nella vita e nella politica). Nell’inverno 42-43 sul fronte ucraino, non sò come, Felicetto, anche Lui in Russia, aveva saputo che Silvio, prima di rientrare in Italia per gli esami universitari, voleva andare a trovarlo. Aveva anche saputo che Silvio preparava i suoi esami in trincea tra una cannonata e l’altra.
La visita non ci fu come non ci fu il rientro in Italia, perché la guerra aveva inghiottito Silvio insieme a tanti altri giovanissimi eroi. Si calcola che dagli 80 ai 100000 giovani italiani persero la vita combattendo o in prigionia sterminati dalle sofferenze, dal gelo,dalla fame, dal tifo petecchiale nella più totale indifferenza dello Stato Sovietico che non si preoccupò neppure di dare notizie sulla morte e sulle circostanze della morte allo Stato italiano, alle famiglie, alla Croce Rossa Internazionale.
Il silenzio più assoluto.
Colombo ancora oggi, nell’anelito inappagato di amore fraterno, cerca il volto del fratello nelle figure sbiadite di fotografie di prigionieri italiani in Russia che fortunosamente arrivano a lui.
Caro Colombo, non cercare più il tuo Silvio tra gli uomini. Egli,avvolto nella luce della verità, ormai al riparo dagli inganni dei falsi profeti di false ideologie, ci vede ed indica a tutti noi la strada giusta da percorrere.