martedì 30 settembre 2008

Prevenzione del cancro: una prospettiva globale

Un ponderoso rapporto internazionale pubblicato nel Novembre 2007 dal World Cancer Research Fund e dal American Institute for Cancer Research raccoglie i risultati degli studi internazionali degli ultimi 10 anni sul cancro, fattori favorenti, meccanismi patogenetici, fattori che favoriscono la prevenzione del cancro.
Il primo rapporto fu pubblicato nel 1997. Le voci bibliografiche sono 4410 e più della metà, 2420, riguardano il tema fondamentale della alimentazione. Ogni voce bibliografica rappresenta un lavoro sperimentale e/o epidemiologico-statistico intorno al problema del cancro.

L'ho trovato un impegno davvero notevole di studiosi di tutto il mondo la cui fatica è largamente compensata dai risultati raggiunti, e ho ragione di credere che continuerà con la stessa alacrità e passione anche nel futuro.

La conclusione del rapporto è racchiusa in poche parole scarne del titolo. Nell’introduzione del rapporto si dice:” il cancro è una malattia che si può prevenire nella misura in cui fattori ambientali come cibo, nutrizione (peso), ed attività fisica influenzano il rischio di cancro”.

Una affermazione di vasta portata su cui tutti dobbiamo riflettere per metter in atto i comportamenti decisivi e adeguati a concretizzare i tre fattori necessari nella prevenzione del cancro: alimentazione, peso corporeo, attività fisica.

Ritornerò a breve sull’argomento con alcune informazioni utili per correggere lo stile di vita ed i consigli pratici che aiutano a conseguire lo scopo primario che tutti ci riguarda: la tutela e la difesa della nostra salute.

Non ci sono costi da sostenere, sacrifici da affrontare. Basta un pizzico di buona volontà, un pizzico di tenacia sostenute da una profonda convinzione che si sta facendo qualcosa di importante ed assai utile per il bene più prezioso che madre natura ci ha dato: la salute.

domenica 28 settembre 2008

La fame nel mondo può essere debellata?

Per affrontare l’argomento ci rifacciamo ad una tabella pubblicata sul Sole 24 Ore il 13 Gennaio 2007, e rilasciata ogni mese aggiornata dall’Usda, Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. In essa sono riportati i dati della produzione, consumi, riserve accantonate mondiali dei più importanti prodotti agricoli confrontati con l’anno precedente. Se facciamo riferimento al frumento, grano e mais, e aggiungiamo il riso la produzione è pari a circa 1 miliardo di tonnellate, 10 miliardi di quintali largamente sufficienti a sfamare tutti gli abitanti della terra, 6 o 7 miliardi, se non vado errato.

A fronte di questi numeri leggiamo anche che gli stock finali o riserve di frumento e riso assommano a duecento milioni di tonnellate. Praticamente il 20 per cento della produzione annuale viene destinato a stock finale di riserva. Forse una quota un po’ eccessiva. Io non penso che sia sensato eliminare le riserve, ma se anche fossero utilizzate solo la metà avremmo a disposizione per gli affamati circa cento milioni di tonnellate tra riso e frumento, sufficienti a sfamare quegli ottocento milioni ed oltre di abitanti della Terra che ogni anno subiscono le conseguenze nefaste della malnutrizione e della fame e muoiono per fame.

Non è una assurdità imperdonabile assistere indifferenti alla morte per fame di migliaia di persone, specie bambini, quando sappiamo che da qualche parte c’è pane a sufficienza per salvarli tutti?

La comunità internazionale è sufficientemente sensibilizzata a questo grande problema?
Non c’è un problema di coscienza personale di noi cittadini dei Paesi ricchi e di volontà politica dei nostri governanti?
Tutti sappiamo che le Nazioni Unite hanno messo in campo una organizzazione elefantiaca che risiede a Roma, la FAO, che fino ad oggi ha clamorosamente fallito i suoi obiettivi di ridurre la fame nel mondo. Negli ultimi 15 anni il numero degli affamati nel mondo si è mantenuto agli stessi livelli, anzi è anche aumentato secondo dati ufficiali pubblicati proprio dalla FAO. Le centinaia di funzionari ben pagati e comodamente ospitati nel monumentale edificio del Circo Massimo sarebbero assai più utili alla causa della fame se fossero presenti là dove il problema esiste, impegnati a rimuovere gli ostacoli più semplici di ogni tipo, dalle coltivazioni, ai trasporti degli aiuti, alla distribuzione. Per non parlare delle guerre tribali, della criminalità diffusa, della corruzione a tutti i livelli nei paesi più poveri, tutte piaghe quasi impossibili da estirpare.
Anche gli aiuti dei privati cittadini, degli apparati statali in gran parte si disperdono per le cause che abbiamo indicato e solo una percentuale minima arriva a buon fine.
E’ pur vero che ogni anno vengono stipulati contratti per decine di milioni di tonnellate di frumento e riso che si spostano dai paesi produttori ( Stati Uniti, Australia, Argentina, Canada, Francia, Sud-Est asiatico) verso i paesi consumatori. Impegnando i famosi 100 milioni di tonnellate disponibili come riserve, senza intaccare profondamente le riserve di garanzia, non si potrebbero stipulare altri contratti a favore dei paesi che muoiono di fame e che non possono pagare, caricando l’onere della spesa sulle spalle più robuste dei paesi ricchi? Magari spendendo qualche soldo di meno per le armi? Capisco che spesso i problemi logistici sono quasi insormontabili, ma non impossibili da risolvere.
Per esempio, i 20 Paesi più ricchi nel mondo appartenenti all’OCSE, potrebbero gemellarsi ciascuno con un Paese povero, con l’impegno di affrontare ogni anno il problema della fame in quel Paese, che significa trovare i mezzi finanziari per l’acquisto del cibo necessario, provvedere al trasporto via mare e via terra fino alle città, villaggi e campagne dove la fame miete le sue vittime. Se necessario si possono impiegare anche l’Esercito, la Marina, l’Aviazione per una guerra nobile di salvezza. Credo che nessun cittadino italiano troverebbe da recriminare, anzi sarebbe ben lieto di contribuire per un fine umanitario.
Non avremmo risolto il problema alla radice, ma se sfamiamo milioni di bocche risparmieremo migliaia di vite umane ogni anno. Sarebbe già un buon risultato.
La questione dell’autosufficienza dei popoli più poveri è un problema molto,molto più complicato e difficile da affrontare che la nostra generazione non ha saputo nemmeno impostare distratta dalla guerra fredda prima, dalla guerra al terrorismo poi, e dagli egoismi individuali e nazionali. E’ un compito immane che carichiamo sulle spalle dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Spero riescano là dove noi abbiamo fallito!