martedì 18 novembre 2008

Le caste socio-economiche in Italia

Sui libri di geografia ed anche su quelli di avventure ( chi non ricorda Emilio Salgari?) abbiamo imparato che in India esistono le caste religiose che vanno dagli intoccabili ( i più disgraziati e poveri nella società) fino ai bramini ( gli eletti della società). Se non sbaglio il progresso dei tempi, il computer, la scienza dell’informazione, gli scambi culturali tra Occidente ed Oriente stanno scardinando lentamente ma inevitabilmente gli antichi pilastri della società indiana con il riscatto graduale delle classi più povere.
In Italia assistiamo invece al rafforzamento delle classi socio-economico-professionali che arreca grave danno all’economia ed al progresso del Paese. Esso è nemico della concorrenza, del merito, della qualità, della selezione meritocratica che solo il libero mercato può realizzare. In definitiva colpisce al cuore la legge fondamentale dell’economia che è quella del libero incontro tra la domanda e l’offerta di beni e di servizi secondo principi di trasparenza e di leale confronto sulla qualità e sui prezzi. Questo discorso investe le Banche, le Assicurazioni, la Giustizia, l’Università con particolare riguardo alla Ricerca, le categorie professionali, dai Notai ai Medici, dagli Avvocati agli Ingegneri, dai Farmacisti agli Architetti, ai tassisti.
Gli avvenimenti di solo un paio di anni fa che hanno coinvolto la Banca d’Italia e alcune banche italiane ci hanno dato una chiara dimostrazione dei giochi scorretti che avvengono sulle nostre teste in nome di una falsa pretesa di difendere l’italianità delle nostre banche. Troppo evidente è la volontà di mantenere il controllo del mercato bancario in ambito nazionale, di difendere il monopolio facendo cartello e imporre agli italiani costi (alti) prestabiliti dei servizi finanziari e dei prestiti, impedendo qualsiasi tentativo di concorrenza che si risolverebbe a vantaggio dei cittadini. Provate a confrontare il costo di un conto corrente o di un mutuo tra una banca italiana ed una banca straniera, salterà subito all’occhio l’esosità della banca italiana.
La musica non cambia se parliamo di Assicurazioni che si tengono ben salde nel blocco monolitico della loro associazione, l’ANIA, e dettano le loro condizioni per tutti i tipi di polizze.
Avete mai visto una polizza bonus-malus nell’assicurazione auto diminuire il premio, anche di poco, pur dopo decenni di assenza di infortuni automobilistici?
Avete mai assistito a campagne di sconti da parte delle varie compagnie assicurative?
Se spostiamo il discorso sulla scuola ed in particolare sulla Università e sulla Ricerca ci accorgiamo che troppo spesso il reclutamento dei ricercatori non avviene sulla base del merito, delle capacità intellettuali, ma vige la regola del nepotismo, del clan dominato dal barone cattedratico, dello scambio di favoritismi da una Università all’altra, sotto il mantello protettivo dei concorsi teleguidati, con il risultato che tanti giovani studiosi sono costretti ad emigrare o, peggio, ad abbandonare. Si capisce perché nella ricerca, nelle scoperte,nei brevetti siamo agli ultimi posti tra i Paesi più avanzati.
I Notai sono non più di 4000-5000 in Italia con carichi di lavoro impressionanti, liste di attesa inevitabili, costi per gli utenti che tutti conosciamo.
Quanto sarebbe più facile e più aderente alle esigenze della collettività liberalizzare il settore, ammettere alla professione i laureati in legge con anni di esperienza legale come avviene nei Paesi anglosassoni?
Quando io mi laureai, superato l’esame di stato, ricevetti dall’Inam ( la cassa mutua dell’epoca) un timbro professionale, mi fu assegnato un numero progressivo di riconoscimento e fui subito ammesso alla professione di medico di famiglia. Questa era la prassi e l’esame da sostenere era quello quotidiano del confronto con i problemi del malato.
Oggi se vuoi diventare medico di famiglia non basta più la laurea in medicina ed il superamento dell’esame di Stato, perché devi superare un ulteriore sbarramento di esame che consente ad un numero limitato di neolaureati di acquisire il diritto –dovere di frequentare per tre anni di apprendistato lo studio di un medico di base, entrare in una graduatoria di attesa e poi con il contagocce pochi fortunati entrano ogni anno nell’attività di medico di famiglia. Centinaia di medici laureati ed abilitati rimangono ad ammuffire nelle liste di attesa professionali, mentre gli assistiti negli ambulatori medici prendono il numeretto ed aspettano, aspettano pazientemente il proprio turno per la visita.
Non molto meglio si trova chi desidera specializzarsi in una branca della medicina. Le scuole di specializzazione universitarie sono (quasi ) tutte a numero chiuso, accettano 3-4 specializzandi all’anno, qualche volta anche uno soltanto, licenziano pochissime unità di specialisti ogni anno, laddove ne servirebbero decine e decine per fare fronte alle richieste in continua crescita di visite specialistiche. Provare per credere!
Conoscono i politici queste realtà? E se le conoscono cosa fanno per rimuoverle?
I tempi di attesa per visite specialistiche o per accertamenti specialistici si misurano in settimane, mesi. Se vuoi risolvere il problema devi mettere le mani in tasca. Altrimenti?
La soluzione è semplice, tutti la conoscono.
Basta liberalizzare, togliere gli sbarramenti perché gli sbarramenti sono a vantaggio esclusivo di pochi ed a danno dell’intera collettività.
Un discorso analogo vale per le farmacie, apparentemente liberalizzate, nei fatti vincolate in cartello per imporre prezzi concordati, che sono i più alti di Europa. Da qualche tempo sono stati aperti banchi di vendita di farmaci presso i supermercati per soli prodotti di banco. E’ un timido inizio che non incide significativamente sul monopolio delle farmacie.
Magistrati ed avvocati italiani sono uniti in un patto tacito ma solidale che, grazie ad una legislazione apparentemente ipergarantista, ci fa assistere allo spettacolo incredibile di processi che durano fino a dieci quindici anni. Povera giustizia!
Quante volte siamo stati censurati dall’alta corte di giustizia europea?
I tassisti non sono un’altra corporazione privilegiata? A Londra, a New York basta alzare un braccio e dopo pochi secondi un “cab” nero o giallo è vicino a te per portarti dove desideri a prezzi molto più bassi di quelli italiani. A Roma assisti alla stazione Termini allo spettacolo indecoroso di lunghe file di viaggiatori, italiani e stranieri, che attendono l’arrivo di un taxi. Come biglietto da visita della città c’è da vergognarsi.
Quanti sindaci hanno fallito nel tentativo di aumentare le licenze per auto pubbliche?
La burocrazia ministeriale è un altro bell’esempio di lacci e laccioli che soffocano il progresso e l’economia italiana. Un esempio per tutti. Quando nasce una nuova impresa gli adempimenti di legge richiedono 60 giorni prima che l’azienda sia operativa, mentre in Danimarca bastano due tre giorni.
Riuscirà mai in Italia la politica ad imporsi alle corporazioni? Ai tempi del fascismo c’era la Camera delle Corporazioni, oggi non c’è più la Camera delle Corporazioni ma le corporazioni sono più vive e forti che mai!
La meritocrazia, il mercato libero, la trasparenza, la competizione leale sulla qualità e sul prezzo sono le sole medicine che possono riportare l’Italia a competere con successo nel mercato interno e nel mercato internazionale. Il Parlamento Europeo ha approvato recentemente la direttiva Bolkestein per la liberalizzazione in una versione edulcorata che praticamente lascia le cose come stanno.
Non è più tollerabile che l’interesse collettivo della società italiana sia assoggettato agli interessi di parte dei gruppi e delle corporazioni che esercitano un potere al quale non intendono rinunciare.
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che i progressi della società scandinava o anglosassone si realizzino anche in Italia?
Una prima spallata decisiva al dominio delle caste e corporazioni la potrebbe dare l’abolizione del valore legale del diploma di laurea. Finirebbe la tutela del pezzo di carta che protegge indiscriminatamente i bravi ed i meno bravi, mentre ciò che conta è la capacità dimostrata sul campo. Si può dire che questo è un argomento tabù rimosso dai governi di destra e di sinistra per evidenti ragioni di clientela di bottega.
In una fase di recessione così grave e generalizzata una campagna seria di liberalizzazioni rappresenterebbe una spinta decisiva per risalire la china.

venerdì 14 novembre 2008

Cronache anticolane- Il "merlo" curioso

"Adduma' cetto (domani presto) vai cu pàrito ( tuo padre) alle Mitiole a raccoglie' le 'live unzuno (insieme) a gliù cumpare Peppe i la cummare Teresina. Sì ccapìto?"
La mamma aveva pronunciato queste parole con tono autorevole che non ammetteva repliche.
Il piccolo Berto (aveva compiuto otto anni da poco più di un mese) avrebbe voluto fare salti di gioia dinanzi ad una tale prospettiva. Che bello! Non si va a scuola! Vuoi mettere una mezza giornata legato ad un banco, alle prese con la tavola pitagorica dell'otto e del nove, con il dettato, la lettura del sillabario, e, magari, qualche bacchettata della maestra sulla punta delle dita per le immancabili birichinate in classe; invece l'aspettava una giornata di libertà in campagna, libero come un passerotto, ma alla caccia dei passerotti con le piccole tagliole, anche se doveva dare una mano ai grandi. Seppe nascondere i suoi pensieri, con voce sommessa replicò:" vabbè ma'. " Non voleva che capissero cosa gli frullava nella testa. Nessuno l'avrebbe salvato da un altro predicozzo del papà che spesso gli ripeteva:" tu cunusci care (solo) l'arte de Micchelaccio, magna', beve, i' a spasso!"
Dormì beato fin quasi alle sei del mattino e quando la mamma venne a chiamarlo si era già vestito e si stava mettendo gli scarponcini risuolati e chiodati che portava tutto l'anno. Fece insieme al papà ed ai compari una colazione diversa dal solito. La mamma aveva preparato una minestra di pane e fagioli per affrontare una giornata di fatiche. Il piccolo gruppo si mise in marcia preceduto dalla somara del compare Peppe con le bigoncie attaccate ai lati della sella. La mattinata dicembrina era piuttosto pungente con un cielo terso che prometteva bene. Si misero subito al lavoro prima che il sole sorgesse sopra Capo le Ripie. Il papà di Berto e il compare Peppe con le scale di legno appoggiate ai tronchi degli olivi si arrampicavano tra i rami, li battevano con un bastone e facevano cadere le olive insieme a tante foglie. La comare Teresina e Berto facevano la ronda attorno agli alberi, raccoglievano le olive sparse nel terreno e le riversavano nei sacchi. Berto già pensava di trovare qualche scusa per allontanarsi ed andare a piazzare in mezzo al prato la tagliola per uccelli che più volte gli aveva fatto fare buona caccia di fringuelli, cardellini, allodole nel recente passato.
L'esca per i poveri passerotti era un chicco di granturco infilzato su un uncinetto che alla prima beccata si sganciava dalla molla di ferro. La molla faceva richiudere inesorabilmente le ganasce metalliche su quegli esili corpicini che dopo un piccolo fremito ed un pigolio restavano senza vita nel terreno tra un turbinio di penne.
La crudele caccia agli uccelli con la tagliola era molto diffusa all'epoca tra i ragazzi più grandi e più piccoli. Si può dire che la caccia, svolta con qualsiasi mezzo, rientrava nel gioco darwiniano della lotta per la sopravvivenza ed anche i comportamenti crudeli nei confronti degli animali non erano percepiti come tali. E' pur vero che all'epoca non si erano ancora verificati gli enormi guasti all'ambiente ed al mondo animale che furono inflitti nella seconda metà del Novecento a causa del progresso senza regole, di cui tutti noi siamo stati testimoni e protagonisti. Non erano ancora sorte le associazioni ambientaliste, i verdi, le aree protette per la sopravvivenza delle varie specie animali e per la tutela dei loro diritti.
Berto stava reggendo la scala al padre quando avvertì un certo gorgoglio nella sua pancia accompagnato da una fitta dolorosa e la vaga sensazione di dover liberare l'intestino. Cercò di non pensarci. Intensificò il suo impegno a raccogliere le olive, le separava con scrupolo dai rametti e dalle foglie e le portava al sacco di canapa che diventava sempre più gonfio. Quello era il terzo sacco che stavano riempiendo e la raccolta procedeva spedita. Ma i gorgoglii intestinali erano sempre lì a ricordargli la loro presenza, anzi si ripetevano più frequenti e più forti mentre lo stimolo di liberarsi si faceva più impellente. Si allontanò con una scusa e dietro un albero portò a termine il suo servizio liberatorio, lesto si pulì con un sasso, tirò su frettolosamente i pantaloni alla zuava e cercò di sistemarsi alla meglio.
"Berto, Berto" riecheggiò la voce di compare Peppe.
"Iu cumpare me sarà visto, i mo' me lìtica" pensò Berto e subito decise di coprire in qualche modo quel tortiglione fumante e maleodorante che faceva bella mostra di sé su una zolla di terra. C'era lì vicino un cappellaccio di paglia. Lo prese e lo depose attentamente sul prodotto dei suoi bisogni corporali.
"Vamme a cumprà nu pacchetto de sigherette Popolari da Sabatino" aggiunse asciutto Peppe.
"Allora nun s'è accorto de gnende," pensò il piccolo Berto e pronto rispose: "nun ci pozzo i' (non ci posso andare)."
"I perché?" ribattè Peppe.
"So' truvato na merla i la so' missa sotto agliu cappeglio; tengo paura ca me scappa," disse Berto con voce tremante.
"I comme la sì agghiappata?" domandò curioso e sorpreso il compare Peppe.
"Cu la tagliola" affermò sicuro Bertino perfezionando la bugia che Peppe aveva bevuto per intero.
"Nu' scappa, nu' scappa, te 'lla guardo eio, la merla 'nce 'lla fa aiazza' iu cappeglio (non ce la fa ad alzare il cappello)" lo rassicurò cumpare Peppe.
Gli diede mezza lira e disse:"Cu lu resto ci cumpri lu zucchero d'orzo." Berto si era tranquillizzato, prese i soldi e partì di corsa giù per le Mitiole.
Peppe guardava fisso quel cappello e si arrovellava per la curiosità. Quasi gli sembrava che quel cappello si muovesse. Si avvicinò con circospezione ed accostò l'orecchio per sentire qualche frullio o cinguettio. Il silenzio più totale. " 'Sta merla sta bona, bona, manco se move! Forse sarà pìccula i puro 'mpaurita." pensò tra sé e sé.
La smania di vederla e di toccarla era più forte che mai. Tanto Bertino l'avrebbe ritrovata al suo posto buona e tranquilla. Che male c'era a prenderla un pochino in mano? Si inginocchiò sul terreno, strisciò con la mano destra quasi furtivamente fino alla tesa del cappello, la sollevò delicatamente di qualche centimetro da terra, con gesto rapido fece l'atto di afferrare la merla senza esagerare nella stretta. Nella sua mano sentì qualcosa di soffice e caldo che si sfrangeva tra le dita mentre lui completava la presa.
" Mò so' acciso la merla!!" esclamò esterrefatto.
Ma ritraendo la mano da sotto il cappello vide grondare dalle sue dita una poltiglia marrone, dall'odore inconfondibile. "Chesta nunn' è la merla, è la mmerda!" sbottò pieno di ira e di ribrezzo per quel materiale puteolente appiccicato sulla sua pelle.
"Berti', quando areve' te scunocchio ( Bertino, quando ritorni ti spezzo le ossa)" bofonchiò sconvolto ed indispettito anche con se stesso per la sua stupida curiosità. Se avesse continuato a fare il suo lavoro, pensò tra sé, non sarebbe accaduto niente di spiacevole, avrebbe risparmiato la figuraccia e quella mezza lira. Mentre si ripuliva la mano sotto il getto d'acqua della "cupella" (piccolo barilotto usato in campagna) seguiva il corso dei suoi pensieri: "Beglio frescono ca' so' stato! Nu uttro mucciluso piglia 'ncanzunella n' ome fatto (che bel fesso che sono stato! Un bambino moccioso si prende gioco di un uomo maturo)."
Cercarono di consolarlo sua moglie e il papà di Berto, il quale, ridendo sotto i baffi, si scusava in mille modi per la birichinata del figlio e prometteva severe punizioni.
Berto, di ritorno con le sigarette, da lontano aveva visto il compare Peppe che si lavava le mani ed imprecava ad alta voce. Capì subito cosa era accaduto e rimase fermo a debita distanza, mentre Peppe con voce alterata gridava:" Ve'cchi Berti', ve'cchi, (vieni qui Bertino, vieni qui), ca iu compare t'alliscia iu pio (che il compare ti liscia il pelo)."
Bertino si guardava bene dall'avvicinarsi; in fondo non aveva fatto niente di male. Era forse una colpa fare i propri bisogni all'aria aperta? Perché il compare Peppe non si era occupato degli affari suoi? Ad ogni buon conto pensò bene di non tornare nel campo. Si avviò mesto verso casa, quasi rimpiangendo di non essere andato a scuola. Raccontò tutto alla mamma che gli rifilò subito un ceffone e gli intimò di andare a letto senza cena. "Accusì massera nu' vede iu pare 'nguastito (così stasera non vede il padre arrabbiato)", pensò la mamma, " i adduma' è nara giornata ( e domani è un altro giorno)."

giovedì 13 novembre 2008

Cronache articolane:la pagnotta di pane

Mamma Rosa aveva ogni Sabato un appuntamento che non poteva mancare. Faceva il pane con farina, lievito, sale, acqua ed un po’ di patate per mantenere più a lungo la freschezza della pagnotta. Le bocche da sfamare erano tante. In casa c’erano i due genitori anziani ed otto figli, il più grande era una femmina di 22 anni, i più piccoli una coppia di gemelli di tre anni. Rosa impastava ogni settimana non meno di 15 chili di farina ed otteneva 15-20 pagnotte che bastavano fino al Sabato successivo. Erano gli anni di guerra (1942) ed il pane diventava una merce sempre più rara sulla mensa degli Italiani. Le razioni di pane e pasta assegnate ad ogni persona erano assai scarse ed i rifornimenti ai negozi alimentari arrivavano a singhiozzo.
Per Rosa e la sua numerosa famiglia era stato un terno al lotto il trasferimento nel podere agricolo del fratello che aveva chiamato il marito di Rosa a fare il fattore. Prima di trasferirsi anche loro avevano conosciuto e sofferto i duri morsi della fame. La loro vita cambiava dalla notte al giorno perché nella fattoria c’era tanto da lavorare ma c’era anche ogni bene di Dio, dalla farina al mais, dalle verdure alla frutta, dal latte ai formaggi, alla carne. La giornata di lavoro di Rosa divisa tra le cure domestiche, l’attività nei campi, la lavorazione del latte per fare i formaggi, non durava mai meno di sedici ore. Il momento più bello del suo lavoro veniva il sabato quando si trasformava in fornaia e poteva preparare la provvista di pane di una settimana per la famiglia. Il forno si trovava a pochi passi dal casale di campagna dove abitavano e, quando era in funzione per cuocere il pane, era circondato dai bambini che aspettavano impazienti che la mamma sfornasse la pizza “remenata” di cui erano ghiotti. Dopo aver accontentato i bambini Rosa sfornava le pagnotte calde calde, fragranti e le lasciava raffreddare all’aperto per un’oretta coperte da una tovaglia.
Un giorno, mentre era intenta a distribuire la pizza ai ragazzini vide arrivare sull’aia la comare Concetta.
Cunce’ che fai da ‘ste parti?” disse Rosa.
Concetta con fare circospetto e guardandosi intorno quasi sussurrò: ”so’ venuta a ditte na cosa delicata.
Rosa replicò:” basta ca’ nun so’ cose brutte!
Concetta sempre più guardinga si accostò ad un orecchio e sottovoce scandì le parole:” so’ visto chiglio svergognato de Bombino arubbatte ‘na pagnotta de pa’ più de ‘na vota!” (rubarti una pagnotta di pane più di una volta). Bombino era il soprannome di un vicino il cui vero nome era Duilio.
Ma che dici Cunce’, nun ci credo manco se gliu vedo!”esclamò Rosa arretrando.
N’ putesse revede’ figliumi massera! ( non potessi rivedere i miei figli stasera)” insistette Concetta ed aggiunse:” prova a facci le poste! (prova a spiarlo).”
Rosa passò tutta la notte ad arrovellarsi sul racconto di Concetta, si rifiutava di credere che un vicino di casa fosse un ladro.
La mattina si alzò di buon’ora pensando: “si gliacchiappo alla tagliola iu scunocchio!( se lo prendo in trappola lo spezzo in due)”.
Setacciò la farina nella madia, prese il lievito conservato dalla settimana precedente, lo mescolò con sale ed acqua, impastò il tutto e lasciò a fermentare per un po’ di tempo. Divise l’impasto in pezzi arrotondati tutti più o meno uguali e, quando il forno fu abbastanza rovente, infornò le due decine di pagnotte. Dopo la cottura distribuì la pizza ai bambini che si fiondarono sulla preda, ordinò le pagnotte nella “scifa,” le coprì amorevolmente con una grossa tovaglia e le lasciò sul pianale vicino al forno. Si ritirò in cucina dove c’era una finestra che era un ottimo osservatorio. Passò qualche minuto e sull’aia apparve Bombino con la sua somara diretto verso il fontanile.
Era una operazione innocente che si ripeteva tutti i giorni.
Spesso si incrociavano con Bombino e scambiavano anche due chiacchiere. Arrivato all’altezza del forno Bombino rallentò il suo passo, guardò intorno, alzò un lembo della tovaglia, in un attimo una pagnotta balenò nella sua mano e scomparve sotto la mantella al sicuro da sguardi indiscreti. Bombino si ricompose, gettò di nuovo uno sguardo intorno e proseguì la marcia verso il fontanile.
Ecco perché porta sempre la mantella, puro quando nun è friddo” -pensò Rosa ed istintivamente si lanciò verso la porta per coglierlo sul fatto.
D’ un tratto si ricordò che Bombino aveva sei figli, era quasi sempre senza lavoro. Qualche volta proprio lei gli aveva fatto un piccolo prestito, sempre restituito. Un povero diavolo, insomma, non un ladro!
Quel pane “rubato” andava a sfamare chi aveva lo stomaco vuoto.
La rabbia che ribolliva dentro si stemperò di colpo e capì che solo la fame poteva spingere Bombino ad un gesto che per la gente comune era un furto. Si sedette con la testa tra le mani e rimase a lungo in quella posizione. La sera a cena non ne parlò con nessuno in famiglia.
Il sabato successivo vide dalla cucina la stessa scena di Bombino che passava puntualmente con la somara e faceva sparire una pagnotta di pane sotto la mantella. Fece finta di non vedere e così accadde le settimane che seguirono.
Quando la comare Concetta tornò per sapere se Bombino aveva avuto quello che meritava, Rosa con un sorriso conciliante disse:” Cumma’, sai che te dico, si i passarotti venno a raccoglie’ le mulliche i niciuno ci dece gnente, puro Bombino po’ piglia’ la pagnotta i niciuno ci dece gnente!

martedì 11 novembre 2008

Darwin in pancia – L’evoluzione dei batteri

E’ il titolo con il quale su Repubblica dell’undici Ottobre 2008 viene pubblicato un interessante articolo scritto dal matematico Odifreddi che riferisce di un originale esperimento condotto nell’Università del Michigan dal 1988 al 2008.Odifreddi ritiene con questo articolo di poter confutare l’affermazione di Papa Ratzinger negli atti della Conferenza Creazione ed Evoluzione svoltasi in Vaticano nel 2007:
“la Teoria dell’Evoluzione in gran parte non è dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10.000 generazioni”.
Sul punto Odifreddi ha pienamente ragione perché l’esperimento ventennale, ancora in corso, di Richard Lenski ha riprodotto in laboratorio a tuttoggi oltre 45 mila generazioni di un batterio che vive come saprofita nel nostro intestino, l’Escherichia coli.
Sono stati coltivati in provetta dodici diversi ceppi di Escherichia coli in presenza di glucosio. Ogni giorno da 20 anni le colonie, in quantità sempre uguale, vengono trasferite in una nuova provetta. Ovviamente i batteri si moltiplicano più volte al giorno nutrendosi di glucosio(25mg per litro).
Ogni 75 giorni si realizza la 500esima generazione per i dodici ceppi immessi nell’esperimento ed una parte delle 12 colonie viene congelata per creare una “testimonianza fossile” del processo evolutivo, la quale può essere utilizzata anche per una ripresa dell’esperimento da quel punto.
Da 20 anni vengono monitorati i dati che riguardano i cambiamenti indotti dall’ambiente, la resistenza agli agenti parassiti, la comparsa di mutazioni e la interazione reciproca. Il pool dei geni di un batterio è molto limitato e, considerato il gran numero di generazioni successive (oltre 45 mila), tutte le mutazioni possibili si sono verificate anche più volte. Ci sono mutazioni ad alta probabilità che compaiono in tutti i ceppi. Altre a media probabilità come difetti nella capacità di riparazione del dna si sono manifestate solo in quattro ceppi. E’ capitato però che nel corso della 33127esima generazione una colonia batterica aveva cambiato radicalmente il suo processo nutritivo. Non più il glucosio ma il citrato, contenuto pure esso in provetta, era diventato il nutriente della colonia batterica. Nessuna altra colonia batterica, neppure generazioni precedenti congelate presentavano una mutazione analoga. Si trattava di una mutazione a bassissima probabilità di evento, calcolata ad 1 su mille miliardi. Nonostante la bassissima probabilità la mutazione si è verificata trattandosi di miliardi di batteri che si sono riprodotti migliaia di volte.
Odifreddi osserva che nel nostro intestino c’è circa 1 miliardo di Escherichia che si riproducono più volte al giorno. Moltiplicato per 6 miliardi di esseri umani fa una cifra a18 zeri che disorienta, 6 miliardi di miliardi. Poiché una mutazione si presenta una volta su 1 miliardo di eventi è evidente che nelle nostre pance le mutazioni, anche le più improbabili, ci sono tutti i giorni.
E’indubbio che l’esperimento di Lenski rappresenta la dimostrazione scientifica della Teoria darwiniana dell’Evoluzione che si applica, non solo, ai batteri, ma anche al mondo vegetale ed animale.
Le nostre opinioni divergono da quelle di Odifreddi quando ritiene che l’Evoluzione sia la spiegazione esaustiva del fenomeno vita sulla terra ed esclude tassativamente l’intervento esterno di un Principio Ordinante.
Oggi sappiamo che la vita vegetale ed animale presente sul nostro pianeta ha origine da una molecola organica unica l’acido desossiribonucleico, meglio conosciuto come DNA contenuto in tutte le cellule viventi di tutti gli organismi vegetali ed animali. La lunga catena del DNA è composta da tanti frammentini chiamati geni che presiedono alla nascita, alla crescita e sviluppo di ogni singolo essere vivente.
Non è un’idiozia affermare che il gene è un progetto.
Non è un’idiozia affermare che il gene è un progetto codificato.
Non è un’idiozia affermare che il gene è un progetto codificato e programmato.
Non è un’idiozia affermare che il gene è un progetto codificato, programmato e sincronizzato con l’organizzazione complessa insieme agli altri geni.
Non è un’idiozia affermare che il gene è un disegno intelligente, o meglio, è il frutto di un disegno intelligente impresso nella materia vivente. E’ il pensiero che si fa materia e non la materia che si fa pensiero.
Un’ultima osservazione a sostegno della tesi del disegno intelligente. Tutte le cellule di un organismo vivente sono dette totipotenti perché portatrici dell’intero patrimonio genetico (genoma) ed, in particolari condizioni sperimentali, sono in grado di riprodurre l’intero organismo di cui sono una particella ( vedi la pecora Dolly nata da una cellula della pelle della pecora genitrice). Eppure ogni singola cellula fra i miliardi e miliardi di cellule di un essere vivente attiva solo una frazione infinitesimale di geni che sono proprio quelli non attivati dalle altre cellule e tutte insieme concorrono a formare i tessuti, le strutture, gli organi, le funzioni di quel miracolo chiamato vita.

mercoledì 5 novembre 2008

Cronache articolane: Rocco ed i fratelli

Nel 1908 Anticoli di Campagna era ancora un minuscolo borgo di poco più di mille anime rinserrato tra la porta dell’Olmo (piazza oggi Trento e Trieste) ad est e la porta del Colle ad ovest. Si conduceva una vita grama, difficile. Mancava nelle case la luce, l’acqua.
L’unica ricchezza era la solidarietà paesana. Una riprova era data dal fatto che tutti si chiamavano ed erano compare e comare (di battesimo, di cresima, di matrimonio), ed un proverbio che Luigiotto amava ripetere fotografava bene questa realtà fatta di frugalità e solidarietà: “cumpare meio beglio, chi tè nu schioppo tè nu maceglio, ieri so’acciso nu fringueglio, nu pezzo iu so’ dato alla cummare, nu pezzo iu so’ misso alla pulenta, i mo’ ne tengo naro beglio tocco! (compare mio bello chi ha un fucile ha una macelleria, ieri ho ucciso un fringuello, un pezzo l’ho dato alla comare, un pezzo l’ho messo nella polenta e adesso ne ho un altro bel pezzo!) ”
Era un sabato sera e l’osteria, situata nell’edificio d’angolo alla destra della chiesa di San Pietro, era affollata di avventori, che trovavano qui il loro passatempo tra una partita a carte o alla morra e una bevuta di vino dopo una settimana di fatica e sudore nei cantieri o nella campagna. Era l’unico svago che gli anticolani si potevano permettere.
Capitava sovente che si alzava troppo il gomito e magari si tornava a casa con una bella sbornia di cui pagavano le conseguenze le povere mogli.
Luigiotto con l’aiuto della moglie Mariozza e del primogenito Rocco, tredici anni, si affannava tra i tavoli a servire e fare di conto, mentre il secondogenito Francesco, otto anni, dormiva beato da una parte appoggiato al piano di un tavolino, sordo al vociare confuso che lo circondava. Altri due bambini Vincenzo, sei anni, Orlando, due anni, erano rimasti soli in casa, al piano superiore, a dormire nel letto matrimoniale, vegliati dalla luce incerta e tremolante di una candela posta su una mensola di legno accanto al letto.
Una situazione che si ripeteva pari pari ogni Sabato e Domenica, perché c’era più da fare ed anche mamma Mariozza era costretta a scendere per dare una mano. Luigiotto stava servendo una “foglietta” di vino quando vide spalancarsi la porta ed il compare Domenico entrò trafelato, gridando:”dalle finestre de caseta resce nu fumo niro, niro (dalle finestre di casa tua esce un fumo nero nero)"! Rocco realizzò ancor prima del padre il significato di quelle parole. In un attimo schizzò fuori, fece le scale di casa quattro a quattro in mezzo ad un fumo sempre più fitto ed un odore acre di bruciato.
Dalla porta aperta della camera da letto usciva una lingua di fuoco e le grida disperate dei bambini Vincenzo ed Orlando risvegliati dal calore e dal fumo denso ed asfissiante. Li vide avvinghiati l’uno all’altro al centro del letto che era circondato da alte fiamme tutto intorno. Superò d’un balzo il muro di fuoco che lo separava dai fratellini, saltò sul letto, li afferrò in un unico abbraccio, si precipitò fuori dalla stanza, scese le scale rotolandosi più che camminando. Poi il black-out più totale.
Aveva perso i sensi. Quando rinvenne vide una catena umana di braccia forsennate che si passavano secchi d’acqua dalla fontana adiacente la chiesa di san Pietro sù, sù per le scale fino alle fiamme. La lotta contro il fuoco andò avanti per oltre un’ora. Alla fine si contarono i danni, soprattutto nella camera da letto. Tutti gli arredi di legno, le coperte, le lenzuola, il materasso grande fatto di stoppie di granturco (quale esca per le fiamme!) del letto matrimoniale erano stati divorati dal fuoco. Restavano intatti il lavabo di marmo e la brocca per l’acqua di metallo smaltato.
Rocco aveva fatto il primo miracolo di salvare i fratellini, la solidarietà della gente fece il secondo miracolo di salvare la casa di Luigiotto e le case vicine.
Il giorno dopo Luigiotto vedendo il figlio Rocco che si recava a Messa lo salutò con uno scappellotto affettuoso, senza risparmiargli un piccolo rimbrotto:”te la putivi puro leva’ chella giacchetta nova ierissera ( te la potevi togliere quella giacca nuova ieri sera)!”
La giacca, purtroppo, si era bruciacchiata qua’ e la’ e per averne un’altra bisognava aspettare almeno un altro anno..