giovedì 19 novembre 2009

Lettera aperta al dottore Luca Attenni direttore del Museo civico di Alatri

Egregio dottore Attenni
Credo che Lei sia proprio la persona giusta cui rivolgersi per discutere una iniziativa che potrebbe rappresentare la consacrazione definitiva a livello internazionale del valore archeologico, storico, culturale, artistico delle Mura Ciclopiche di Alatri che sono da annoverare tra i reperti architettonici più antichi ( oltre 4000 anni) e meglio conservati della Archeologia italiana, europea e, forse, mondiale.
Ho letto con piacere sul giornale “Fiuggi”, di cui sono un modesto collaboratore, un interessante articolo a firma di Simona Sanchirico intitolato “Seminario internazionale sulle Mura diAlatri”.
Si tratta del quarto seminario tenuto in Alatri con la partecipazione di archeologi, architetti, ricercatori e giornalisti divulgatori sotto il patrocinio del Comune di Alatri, della Sovrintendenza Archeologica del Lazio e della Toscana, della Provincia, della Regione. Un filone di studio e di approfondimento che continuerà il prossimo anno con il quinto Seminario. Lodevoli iniziative ed eventi che meritano un plauso de parte di tutti gli abitanti della nostra provincia che vorrebbero vedere l’Acropoli come monumento unico, originale offerto all’attenzione ammirata del mondo intero.
E’ vero che esempi di mura poligonali sono presenti in altre città anche del Lazio, dell’Umbria, della Toscana (Amelia, Lucignano), pure esse ammirevoli. Si tratta sempre di residui molto limitati e modesti. Nessuno di questi reperti ha la completezza architettonica, la maestosità, la grandiosità geometrica dell’Acropoli di Alatri che fece esclamare circa due secoli fa allo storico tedesco Gregorovius: “ ho provato una emozione pari a quella suscitata dal Colosseo!”
Conosco l’Acropoli dagli anni quaranta quando frequentavo il Conti Gentili e si giocava a pallone sui prati antistanti la cattedrale. Le pietre enormi, sovrapposte l’una sull’altra con sapiente maestria, ma enorme fatica, sbrigliavano la fantasia e ci facevano pensare a giganti che manovravano come fuscelli macigni del peso di tonnellate e tonnellate. Grande era ed è rimasta nel tempo la mia ammirazione per un’opera che ha sfidato e sfiderà ancora i millenni. Quale manufatto al mondo che vanti la stessa vetustà (oltre 4000 anni), può vantare lo stesso stato di conservazione e la capacità di suscitare un pari impatto emotivo nel visitatore?
Nel 2006 ebbi occasione di scrivere sul “Fiuggi un articolo sulle Mura Ciclopiche di Alatri e lanciai l’idea di proporre il riconoscimento dell’Acropoli come patrimonio comune dell’Umanità da parte dell’Unesco. . Del resto ci sono monumenti e manufatti urbani in Italia e nel mondo che hanno ottenuto l’ambìto riconoscimento per meriti e titoli di gran lunga inferiori a quelli delle Mura megalitiche di Alatri. Scrissi in proposito anche una lettera al sindaco dottor Magliocca, forse, mai pervenuta al destinatario.
Non sapevo del lavoro prezioso che Lei stava svolgendo in un ambito, però , piuttosto ristretto di addetti ai lavori. per la valorizzazione di un monumento unico nel suo genere
Lei sarà come me convinto che l’Acropoli merita un palcoscenico molto, molto più ampio, aperto ai flussi di visitatori dall’Europa, dall’America, dall’Asia, dall’Africa.
Quale biglietto da visita può essere più efficace di un riconoscimento da parte dell’Onu che avrebbe i suoi effetti benefici a cascata su tutta la nostra provincia?
L’iter burocratico è semplice, le prerogative ci sono tutte, i soldi (140-150 mila euro) non sono un problema insuperabile conoscendo, anche, la generosità dei Ciociari, il risultato non potrà mancare.
Orsù dottor Attenni si metta all’opera,
Lei è la persona giusta, al posto giusto, al momento giusto. Non sarà solo e guadagnerà un titolo di merito e di riconoscenza di fronte ai cittadini di Alatri e di tutta la provincia.
Sono sicuro che la civica amministrazione con il sindaco in testa saranno al suo fianco per il perseguimento di un obiettivo storico.
Mi consideri a Sua totale disposizione mentre La saluto con viva cordialità
Luigi Bonanni

mercoledì 30 settembre 2009

norman borlaug

Norman Borlaug 1914-2009 Norman Borlaug: chi era costui?
Sicuramente la maggioranza dei nostri lettori ignora l’esistenza e la storia di un personaggio che non ha mai avuto gli onori della cronaca come può capitare ai calciatori famosi, ( Kaka, Buffon, Ronaldo, etc.) agli attori famosi (Vittorio Gasmann, Laurence Olivier, Greta Garbo), ai politici ( troppi) più o meno famosi. Eppure non c’è confronto tra calciatori, attori, politici, famosi, ed il semisconosciuto Norman Borlaug per quanto riguarda il contributo dato per il progresso ed il bene dell’umantà, in special modo quella più povera, più sfortunata, più affamata.
Norman Borlaug ha chiuso gli occhi per sempre pochi giorni fa, il 12 Settembre 2009, all’età di 95 anni dopo aver lavorato per oltre 50 anni come agronomista geniale che riuscì a salvare centinaia di milioni di vite perché contribuì decisivamente a raddoppiare la produzione di cereali nel mondo tra gli anni 1960 e 1990. Era nato 95 anni fa, il 15 Marzo 1914 in una fattoria di Cresco, Stato dello Iowa, Stati Uniti d’America da una modesta famiglia contadina.
Quanti giornali italiani hanno riportato in prima pagina la notizia della morte e la storia della sua vita straordinaria ? Forse nessuno.
Il giornale Fiuggi vuole essere una eccezione e vuole far conoscere questo umile eroe di pace soprattutto ai bambini ed ai ragazzi perché capiscano che gli eroi di pace a volte valgono quanto e, forse, più degli eroi di guerra.
Norman Borlaug fu uno scienziato agricolo che si dedicò, con l’aiuto di una valida scuola di collaboratori da lui voluta e attraverso incroci ripetuti di varietà diverse di cereali, alla creazione di varietà nuove di grano con caratteristiche particolari: rendimento molto elevato per unità di superficie e resistenza alle malattie più comuni e devastanti dei raccolti di grano. Con questa scoperta Borlaug ottenne il raddoppio della produzione di grano tra il 1960 ed il 1990. Ad esempio negli Stati Uniti il raccolto di grano passò dai 256 milioni di tonnellate nel 1960 ai 596 milioni (più del doppio) di tonnellate del 1990 su una superficie di terra più ristretta. La produzione più elevata in superfici più ridotte consentì al presidente Clinton tra il 1990 ed il 2000 di emanare leggi per la istituzione di nuovi parchi naturali negli U.S.A. per una estensione pari a poco meno di 30 milioni di ettari!
L’opera di Borlaug fu chiamata la Rivoluzione Verde e si sviluppò giorno per giorno negli Stati Uniti prima e, successivamente, in giro per il mondo a cominciare da Messico, poi in India, Pakistan e Paesi d’Africa dell’area subsahriana. Il suo lavoro instancabile ed efficace. gli valse nel 1970 l’assegnazione del premio Nobel per la Pace a causa delle scoperte nel campo agricolo. Le varietà di grano create da Borlaug permisero a Paesi come il Messico,l’India, il Pakistan di quadruplicare la resa dei loro raccolti di grano. Paesi afflitti cronicamente dalla carestia, dalla fame e dalla malnutrizione diventarono autosufficienti per la produzione del cibo primario.
Sembrerà incredibile, eppure anche Borlaug incontrò critici feroci secondo i quali l’alta resa delle varietà di grano create da Borlaug “stressavano” l’ambiente.
L’amore di Borlaug per l’agricoltura sfociava in una vera e propria passione. Al suo biografo Lennard Nickel così diceva:” quando il grano sta maturando correttamente, quando il vento soffia attraverso i campi, tu puoi sentire le spighe del grano che si strofinano tra loro. Esse risuonano come gli aghi dei pini nella foresta. E’ una dolce, sussurrante musica; una volta che tu l’hai sentita non la dimenticherai mai più.”
Allorquando si verifica una prolungata assenza di cibo il corpo umano consuma inesorabilmente giorno dopo giorno la propria carne, scompare il pannicolo adiposo, la faccia diventa sempre più scavata, dominata da occhi spalancati e fissi nel vuoto, con espressione triste e rassegnata. Ogni movimento diventa causa di grande dolore e la pelle distrofica si rompe in più punti, lasciando entrare batteri di ogni tipo che assalgono gli organi interni e conducono l’organismo ad una rapida morte settica, che a quel punto è solo una liberazione. Le scoperte di Borlaug salvarono dal dramma della fame e da morte sicura almeno 1 miliardo di persone in tutti i continenti. Il Programma Cibo per il Mondo delle Nazioni Unite ha affermato che le realizzazioni del dr Borlaug avevano salvato più vite che qualsiasi altro uomo nella storia dell’umanità.
E’ anche vero che,nonostante i risultati raggiunti da Borlaug, quest’anno per la prima volta le persone che rischiano di morire di fame supereranno purtroppo il miliardo. La strada da percorrere è sempre più lunga per vari motivi, quali le politiche di produzione, la crescita della popolazione, le variazioni climatiche, la corruzione, il flagello della siccità, l’impegno piuttosto distratto dei Paesi ricchi.
Essendo stato Borlaug un grande scienziato con la mente aperta alla novità ed alla ricerca pura senza pregiudizi, né paraocchi, era naturalmente interessato alla biogenetica, allo studio degli organismi geneticamente modificati ( in fondo Lui per tutta la vita aveva lavorato a creare nuove varietà di grano, cioè lo stesso lavoro che fanno gli scienziati,oggi, impegnati nella elaborazione degli Ogm).
Però tale atteggiamento gli procurò tanti nemici tra gli ambientalisti ed i Verdi.
Nel 1997 così si esprimeva in una intervista:”Alcuni ambientalisti delle Nazioni occidentali sono il sale della terra, ma molti di loro sono elitari. Essi non hanno mai sperimentato la sensazione fisica della fame; se essi avessero vissuto appena un mese in mezzo alla miseria dei paesi del terzo mondo, come io ho fatto per 50 anni, reclamerebbero oggi la necessità di trattori, di canali di irrigazione, di fertilizzanti, e sarebbero oltraggiati dal fatto che ambientalisti elitari, stando a casa loro, cercassero di negare ad essi queste cose”.
Nel 2007, dopo aver ricevutola Medaglia d’Oro del Congresso americano egli affermava:”
La battaglia per garantire la sicurezza del cibo per centinaia di milioni di poveri è ben lungi dall’essere vinta. La pace nel mondo non si costruirà sugli stomaci vuoti o sulla miseria umana. E’ nel potere tecnologico e finanziario del mondo occidentale contribuire a porre fine a questa tragedia ed ingiustizia umana, solo se indirizziamo i nostri cuori e le nostre menti all’arduo compito.”
Oggi nel firmamento dei benefattori del Pianeta e del genere umano brilla una stella in più, la stella di Norman Borlaug

martedì 28 luglio 2009

Anche i morti cantano

Negli anni tra il 1910 e 1915 Anticoli di Campagna era ancora un villaggio assai piccolo, appollaiato su un colle, delimitato nella sua estensione da due porte, la barriera della porta dell’Olmo ad est, e la porta del Colle ad ovest, entrambe oggi scomparse. Forse un migliaio di abitanti dediti principalmente alla pastorizia ed ai lavori agricoli. Una vita grama per tutti, o quasi, fatta di duro lavoro, sudore e tribolazioni. Anche i bambini erano chiamati precocemente, a 7-8 anni, a dare una mano nel lavoro o per accudire gli animali domestici.. Tutta la zona dell’attuale “Monumento” era campagna aperta caratterizzata dalla presenza, al posto dei giardini pubblici di oggi, dell’antico cimitero, intorno al quale c’erano vigneti, frutteti, orti, campi agricoli, stalle per gli animali domestici.
Vincenzo ed Antonio, entrambi nati nel 1902, età compresa tra 10-12 anni, erano due cuginetti bene affiatati, insieme nella scuola, insieme a casa, insieme nelle ore di svago. Era la fine del mese di Settembre ed il caldo si faceva ancora sentire. Papà Luigiotto e papà Onorato dissero ai due ragazzini che quella notte non avrebbero dormito a casa perché c’era da guardare il vigneto dove l’uva era già matura e poteva tentare qualcuno dalle mani lunghe e leste. Vincenzo ed Antonio accettarono di malavoglia l’ordine ricevuto e la sera,calate le tenebre e dopo una cena frugale, si recarono al vigneto situato nella zona dell’odierna via della Villa comunale, proprio al confine con il cimitero. Si sistemarono su due panche di legno nella piccola baracca-rifugio che era a pochi passi dal camposanto e dopo aver scambiato qualche parola si addormentarono rapidamente. Vincenzo fu all’improvviso risvegliato da un canto, simile ad una nenia, che proveniva dal cimitero. Aguzzò l’orecchio per capire meglio le parole e riconobbe una stornellata paesana:” la Marianna va in campagna quando il sole tramonterà, tramonterà, chissà quando, chissà quando ritornerà.”
Cominciò ad agitarsi, si rigirò sulla panca indolenzito, mentre il cuore gli saliva in gola e chiamò con voce soffocata:” Anto’! Antò!” Antonio dormiva saporito e per svegliarlo dovette scuotergli con forza il braccio. “ Che vò, lassume dormi’ “ mormorò Antonio. “Antò dentro agliu camposanto stanno a cantà” fu la voce allarmata di Vincenzo. “ Ma tu stai a vaneggià, lassume perde” così dicendo Antonio si rigirò dall’altra parte. Proprio in quell’istante tornò a farsi sentire il canto , più forte e più chiaro di prima.” Sera ci venne, ntenivi na lumaccia p’allumamme, ntenivi na sediaccia p’assettamme”. Antonio saltò giù dalla panca e disse di uscire fuori per capire meglio la provenienza della voce. Non c’era dubbio, la voce veniva dall’altra parte del muretto che divideva il vigneto dal cimitero. Anzi, sembrava che nascesse proprio dalla cappella dove sostavano le salme prima di essere sepolte. Non poteva essere un cristiano vivo! Allora qualche morto resuscitato, o qualche spirito diabolico? I due ragazzi si guardarono negli occhi senza aprire bocca ed istintivamente si lanciarono verso la baracca in cerca di protezione. Chiusero la porticina sgangherata di legno con il chiavistello trasversale e si sedettero su una panca con le orecchie dritte ad ascoltare. Si levò di nuovo un canto nitido sempre dialettale:”si t’acchiappo sola pe la macchia te faccio fa iu canto ‘lla ranocchia” e proseguiva con le altre parole dello stornello.
Antonio e Vincenzo erano sempre più atterriti, tremavano come foglie al vento. L’impulso era quello di scappare e tornare a casa ma sapevano che i genitori non avrebbero accettato le loro giustificazioni, e, forse, le avrebbero anche buscate. Si strinsero l’uno all’altro su una panca ed aspettarono il giorno passando le ore in un dormiveglia quanto mai agitato.
Appena il sole spuntò su Capo le Ripe Vincenzo ed Antonio abbandonarono la capanna e corsero trafelati per la salita di San Biagio, attraversarono la barriera alla porta dell’Olmo, risalirono lo stradone fino a San Pietro ed infilarono l’uscio di casa. Raccontarono l’accaduto ai genitori che non credettero neppure una parola del loro racconto. Di fronte allo scetticismo del papà Luigiotto Vincenzo si sentì quasi offeso ed esclamò:” Massera da suio nun ci revaio agl’abrito ( stasera da solo non ci torno alla vigna). Lui ed Antonio erano più che mai decisi a rifiutare di passare la notte da soli nella vigna. Onorato e Luigiotto si resero conto alla fine che la paura e l’agitazione dei ragazzini non erano una scusa ma erano autentiche e concordarono insieme di passare la notte alla vigna insieme ai figli per capire cosa stava succedendo. A sera raggiunsero tutti e quattro la baracca nel vigneto e si sistemarono in qualche modo nello spazio ristretto sedendosi due a due sulle panche. Una bella luna piena trionfava nel cielo trafitto da migliaia di punti luminosi del firmamento ed il silenzio della calda notte era rotto solo dal raro frinire di qualche tardiva cicala.
“Si v’anno (quest’anno) nun me assoro (sposo) mi gliu taglio e gliu metto pe pennacchio a gliu cappeglio” proseguiva la voce con il resto della stornellata chiara e limpida nella notte.
Luigiotto e Onorato si guardarono sorpresi ed increduli, non credevano alle loro orecchie. Uscirono all’aperto e la voce un po’ incespicante veniva proprio dalla cappella del cimitero. Si armarono di bastone, scavalcarono il muretto ed entrarono nel camposanto illuminato quà e là dalla fioca luce di qualche lumino. Aprirono la porta della cappella, al centro c’era il cataletto ( una cassa di legno rustico poggiata su quattro zampe e provvista di quattro stanghe, due davanti due dietro, usata per il trasporto delle salme dalla abitazione al cimitero) e nel cataletto c’era sdraiato un uomo che cantava a squarciagola. Lo riconobbero. Era Peppe “iu puzzono” cosi soprannominato perché dopo la morte della moglie dormiva sempre nella stalla in mezzo agli animali, sempre ubriaco, pure di giorno. Non aveva trovato di meglio che rubare il letto ai morti.. Appena vide spuntare i bastoni con un salto da gatto usci dal cataletto e fuggì fuori dal cimitero gridando “perdunateme, nun so’ fatto male a niciuno”.
Da quella sera, però ,i morti si ritrovarono più soli e più tristi senza gli stornelli, magari anche licenziosi e spinti, di Peppe il “puzzone”.

giovedì 30 aprile 2009

Cosa ci insegna il terremoto d'Abruzzo

L’Italia insieme al Giappone, Cina, e California è uno dei Paesi a maggior rischio sismico nel mondo per la semplice ragione che la linea di frattura tra la placca africana e la placca euro-asiatica corre lungo tutta la dorsale appenninica dalla Sicilia fino alla Romagna ed oltre, attraversando la Calabria, la Campania, l’Abruzzo e Molise, l’Umbria, le Marche, la Romagna, il Friuli Venezia Giulia, sfiorando il Lazio e la Toscana. Sono queste le regioni teatro dei più violenti terremoti che hanno funestato la nostra penisola con danni alle persone ed alle cose di gran lunga superiori a quelli che si verificano in California e Giappone per eventi della stessa portata ed intensità. Evidentemente le norme antisismiche rispettate in California e Giappone non lo sono altrettanto in casa nostra. A L’Aquila sono crollati edifice costruiti, almeno sulla carta, secondo le norme antisismiche più severe. Testimoni oculari raccontano che è frequente vedere, tra due edifici contigui in cemento armato, uno raso al suolo e l’altro del tutto indenne dal tetto alle fondamenta. Eppure la forza distruttiva scaricata sull’edificio indenne è la stessa scaricata sull’edificio abbattuto. La differenza sta solo nelle diverse modalità di lavorazione per i due edifici. Non sono io in grado di entrare nel discorso tecnico, qualità e miscelazione del cemento, quantità e calibro dei tondini di ferro, staffature più o meno secondo le regole. Sicuramente sulla carta i progetti italiani non sono da meno di quelli giapponesi e californiani. E’ nella costruzione che si verifica il gap incolmabile, causa delle catastrofi italiane, che vede protagonisti in negativo le imprese di costruzione, la direzione dei lavori, la fase di collaudo dei lavori eseguiti, il Genio civile, gli Enti locali. Una catena gerarchica di responsabilità e controllo che fa cilecca troppo spesso per vili e spregevoli ragioni di vantaggio economico sulla pelle delle persone e delle loro cose. Una più corretta applicazione delle norme antisismiche avrebbe potuto salvare un gran numero di vite umane all’Aquila.
Quis custodiet custodes (chi custodirà i custodi)? Un interrogativo che si ponevano gli antichi romani, più che mai attuale ancora oggi.
Forse una risposta c’è:
1)Rendiamo obbligatorio per legge di Stato in tutte le regioni a rischio sismico l’invio del progetto di costruzione edile ai carabinieri dei NAS, adeguatamente potenziati nel territorio, e demandiamo ad essi, con l’ausilio dei tecnici necessari e competenti, il compito di controllare la fase di costruzione ed il collaudo finale dell’edificio pubblico e privato. Lo stesso controllo si dovrebbe estendere anche alle verifiche e ricognizioni sugli edifici esistenti e bisognevoli di lavori di consolidamento. Credo che gli inghippi ed imbrogli in materia edilizia precipiterebbero presto vicini allo zero. Le stazioni dei carabinieri sono presenti capillarmente su tutto il territorio italiano, anche negli angoli più remoti e l’iniziativa sarebbe di facile attuazione E se non bastano i carabinieri coinvolgiamo anche la polizia di Stato.
2) Rendiamo più severe, più tempestive e più certe le pene irrogate con una legislazione aggiornata che faccia tesoro delle tragiche esperienze vissute dal nostro Paese.
E’ urgente intervenire, consapevoli come siamo che non passa decennio senza che l’Italia sia colpita da catastrofi sismiche con stragi di vite umane che potremmo sicuramente evitare, almeno in larga parte.

giovedì 16 aprile 2009

Una testimonianza cristiana

Suor Vincenza Bonanni, al secolo Margherita (Rita), nacque il 25 Novembre 1925, primogenita di Vincenzo e di Sforza Valeria nella casa paterna in Via Armando Diaz. Fu la prima di una schiera di sette figli, di cui due, nati gemelli, morirono per sepsi pochi mesi dopo la nascita. Papà Vincenzo lavorava duramente nell’edilizia e mamma Valeria lavorava ancora di più in casa. Rita visse una stagione dell’infanzia spensierata assai breve perchè presto arrivarono sorelline e fratellini e lei cominciò molto presto a lavorare in casa per aiutare la mamma e accudire i più piccoli per mangiare, per vestirsi , per le pulizie. Ben poco era il tempo che poteva dedicare ai giochi ed alle amicizie tra bambini. Si sentiva un pò la reginetta della cucina che teneva sempre lustrata a lucido, indugiando per lungo tempo a pulire vetri, piatti, pentole di rame, mattonelle, rubinetti. Tutto in cucina era smagliante, sembrava la casa di mastro Lindo e lei ne era orgogliosa. Finchè un giorno nostro padre seccato per tanta testardaggine verso un lavorio, secondo lui inutile, prese una manciata di cenere e la sparse su pentole e mattonelle che Rita aveva appena lucidato.Per lei fu una mortificazione. All’improvviso non si sentiva più la reginetta ma precipitava al ruolo di una umile cenerentola. Quella sera tenne il broncio con papà ed andò a letto senza cenare.
Non conobbe giocattoli nella sua infanzia. Giocava con le bambole di pezza disegnate e confezionate con straccetti rimediati da lei, insieme con Evelina e le cuginette. Era brava al gioco della corda, della campana e delle breccole, i giochi innocenti e semplici di tempi assai poveri. Le bastava poco per essere allegra e sorridente.
A scuola non otteneva grandi risultati, non si impegnava più di tanto ed in classe spesso la maestra la richiamava perchè stava con la testa tra le nuvole. Lei si accontentava della sufficienza e non aveva alcuna ambizione di primeggiare. Insomma il comportamento a scuola era senza infamia e senza lode.
Già alla seconda elementare vennero fuori importanti problemi agli occhi per via di una miopia definita progressiva. Fu costretta a mettere gli occhiali bruttini per via di lenti spesse e pesanti.
Di lì cominciò la presa in giro piuttosto cattivella delle compagne e compagni che la chiamavano a gran voce e ripetutamente “quattrocchi, quattrocchi.” Rita si sentiva umiliata e derisa, avrebbe voluto fare a meno delle lenti, perché a quell’epoca era davvero raro vedere un bambino con gli occhiali, ma per la sua vista sempre più indebolita gli occhiali diventavano ancora più necessari. Prima o poi dovevano pure stancarsi di prenderla in giro.
Per governare le galline c’era Rita, per portare da mangiare in cantiere a papa c’era Rita, per andare da zia Assunta a fare la spesa c’era Rita, un pò perché era più grande, un pò perché ai libri preferiva il lavoro. Era una piccola grande lavoratrice.
Nonno Luigiotto aveva un debole per questa nipotina umile, servizievole, disponibile, sempre pronta ad aiutare tutti, mentre non chiedeva mai niente per la sua persona.
Durante la guerra, quando più acuta si faceva la fame per la mancanza di pasta, pane, latte, zucchero, perfino il sale, mia madre riusciva sempre a rimediare in qualche modo per la cena una ciotola di latte e due fette di pane soltanto per il nonno
il quale divideva quasi sempre la cena con qualcuno di noi cinque bambini. Quando il regalo toccava a Rita, lei , senza pensarci due volte, passava il latte ed il pane ai fratelli più piccoli, Lisetta e Virginio e placava i morsi della fame con un pezzo di pane raffermo, se c’era, bagnato nell’acqua.
La morte della nonna Maria, del nonno Luigi e del padre Vincenzo in tempi ravvicinati rafforzarono la vocazione religiosa già fiorita da qualche anno nel suo animo. Nel 1953 venne ordinata suora, con il nome di suor Vincenza in memoria di papà Vincenzo, nell’ordine di Santa Chiara ed iniziò la peregrinazione in giro per l’Italia. Castel San Pietro (Rieti), Cavarzere (Rovigo), Sant’Anna di Chioggia (Venezia) furono le tappe della sua vita da religiosa. Dopo alcuni anni approdò definitivamente a Fiuggi e fu assegnata al Noviziato di via Vecchia Fiuggi dove divideva il tempo tra la preghiera, la portineria e la cura dei bambini dell’asilo. Diventò presto una figura popolarissima, amata dalle mamme ed ancor più dai bambini per la spontaneità, per la vena ironica e piena di allegria, il vezzo inguaribile di parlare il dialetto stretto con tutti , vescovo e Cardinali
compresi che ripetevano con divertimento le parole fiuggine apprese da suor Vincenza. Le giovani novizie brasiliane, filippine, africane imparavano il dialetto fiuggino prima dell’italiano e consideravano suor Vincenza la loro sorella maggiore cui volevano un gran bene. Aveva sempre una parola affettuosa e un dolcetto per i suoi bambini dell’asilo e ben lo sapevano le mamme che vedevano in suor Vincenza una seconda mammina dei loro figli che le affidavano.
Pure insidiata nella salute da una seria cardiopatia era sempre vispa ed allegra e percorreva con gamba lesta più volte al giorno i lunghi corridoi del noviziato per aprire agli ospiti-amici ( ad esempio Nando Martini, Brunello Magini) ai quali offriva un caffè caldo ed una battuta dialettale.
Tutte le case di parenti ed amici ricevevano più volte all’anno la telefonata di suor Vincenza che seguiva da vicino le vicende familiari e si preoccupava con discrezione della salute di tutti. Si può dire che non passava giorno senza che io sentissi per telefono la mia sorella maggiore e proprio la sua scelta religiosa aveva rafforzato il mio affetto per Rita - suor Vincenza, specialmente dopo la morte della nostra mamma Valeria nel 1983. Era legata da profondo affetto, ricambiato, con tutte le suore della comunità ed in particolare nutriva un sentimento di filiale devozione per la madre generale suor Margherita, che, a sua volta, apprezzava ed amava quella suorina per la sua umiltà e la saggezza di cui spesso si giovava per chiedere pareri e consigli
Come già ebbi modo di raccontare sul giornale Fiuggi cambiando i nomi sotto il titolo “Robin Hood con il saio”, fu proprio suor Vincenza a rifilare la banconota di 50 mila falsa al cugino benestante per non far mancare un piatto di minestra ai bambini poveri dell’asilo. Il cugino perdonò la “birichinata” dicendo che quei soldi potevano essere spesi meglio dalle suore che non da lui.
La bonomia, la semplicità, la spontaneità furono i tratti principali del carattere per i quali si faceva benvolere in convento e fuori dal convento.
Gli ultimi anni di vita furono segnati dalle sofferenze per il progredire inesorabile della malattia che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale sopportati con serena rassegnazione e la preghiera. La sua espressione più frequente era: “sia fatta la volontà di Dio”.
Il 25 Agosto 2005 Suor Vincenza dava l’addio definitivo alla sua vita materiale, una vita spesa bene, raggiungeva la patria celeste per ricongiungersi con papà Vincenzo e mamma Valeria.
Suor Vincenza Bonanni, al secolo Margherita (Rita), nacque il 25 Novembre 1925, primogenita di Vincenzo e di Sforza Valeria nella casa paterna in Via Armando Diaz. Fu la prima di una schiera di sette figli, di cui due, nati gemelli, morirono per sepsi pochi mesi dopo la nascita. Papà Vincenzo lavorava duramente nell’edilizia e mamma Valeria lavorava ancora di più in casa. Rita visse una stagione dell’infanzia spensierata assai breve, perchè presto arrivarono sorelline e fratellini e lei cominciò molto presto a lavorare in casa per aiutare la mamma e accudire i più piccoli per mangiare, per vestirsi , per le pulizie. Ben poco era il tempo che poteva dedicare ai giochi ed alle amicizie tra bambini. Si sentiva un pò la reginetta della cucina che teneva sempre lustrata a lucido, indugiando per lungo tempo a pulire vetri, piatti, pentole di rame, mattonelle, rubinetti. Tutto in cucina era smagliante, sembrava la casa di mastro Lindo e lei ne era orgogliosa. Finchè un giorno nostro padre seccato per tanta testardaggine verso un lavorio, secondo lui inutile, prese una manciata di cenere e la sparse su pentole e mattonelle che Rita aveva appena lucidato.Per lei fu una mortificazione. All’improvviso non si sentiva più la reginetta ma precipitava al ruolo di una umile cenerentola. Quella sera tenne il broncio con papà ed andò a letto senza cenare.
Non conobbe giocattoli nella sua infanzia. Giocava con le bambole di pezza disegnate e confezionate con straccetti rimediati da lei, insieme con me e le cuginette. Era brava al gioco della corda, della campana e delle breccole, i giochi innocenti e semplici di tempi assai poveri. Le bastava poco per essere allegra e sorridente.
A scuola non otteneva grandi risultati, non si impegnava più di tanto ed in classe spesso la maestra la richiamava perchè stava con la testa tra le nuvole. Lei si accontentava della sufficienza e non aveva alcuna ambizione di primeggiare. Insomma il comportamento a scuola era senza infamia e senza lode.
Già alla seconda elementare vennero fuori importanti problemi agli occhi per via di una miopia definita progressiva. Fu costretta a mettere gli occhiali bruttini per via di lenti spesse e pesanti.
Di lì cominciò la presa in giro piuttosto cattivella delle compagne e compagni che la chiamavano a gran voce e ripetutamente “quattrocchi, quattrocchi.” Rita si sentiva umiliata e derisa, avrebbe voluto fare a meno delle lenti, perché a quell’epoca era davvero raro vedere un bambino con gli occhiali, ma per la sua vista sempre più indebolita gli occhiali diventavano ancora più necessari. Prima o poi dovevano pure stancarsi di prenderla in giro.
Per governare le galline c’era Rita, per portare da mangiare in cantiere a papa c’era Rita, per andare da zia Assunta a fare la spesa c’era Rita, un pò perché era più grande, un pò perché ai libri preferiva il lavoro. Era una piccola grande lavoratrice.
Nonno Luigiotto aveva un debole per questa nipotina umile, servizievole, disponibile, sempre pronta ad aiutare tutti, mentre non chiedeva mai niente per la sua persona.
Durante la guerra, quando più acuta si faceva la fame per la mancanza di pasta, pane, latte, zucchero, perfino il sale, mia madre riusciva sempre a rimediare in qualche modo per la cena una ciotola di latte e due fette di pane soltanto per il nonno
il quale divideva quasi sempre la cena con qualcuno di noi cinque bambini. Quando il regalo toccava a Rita, lei , senza pensarci due volte, passava il latte ed il pane ai fratelli più piccoli, Lisetta e Virginio e placava i morsi della fame con un pezzo di pane raffermo, se c’era, bagnato nell’acqua.
La morte della nonna Maria, del nonno Luigi e del padre Vincenzo in tempi ravvicinati rafforzarono la vocazione religiosa già fiorita da qualche anno nel suo animo. Nel 1953 venne ordinata suora, con il nome di suor Vincenza in memoria di papà Vincenzo, nell’ordine di Santa Chiara ed iniziò la peregrinazione in giro per l’Italia. Castel San Pietro (Rieti), Cavarzere (Rovigo), Sant’Anna di Chioggia (Venezia) furono le tappe della sua vita da religiosa. Dopo alcuni anni approdò definitivamente a Fiuggi e fu assegnata al Noviziato di via Vecchia Fiuggi dove divideva il tempo tra la preghiera, la portineria e la cura dei bambini dell’asilo. Diventò presto una figura popolarissima, amata dalle mamme ed ancor più dai bambini per la spontaneità, per la vena ironica e piena di allegria, il vezzo inguaribile di parlare il dialetto stretto con tutti , vescovo e Cardinali
compresi che ripetevano con divertimento le parole fiuggine apprese da suor Vincenza. Le giovani novizie brasiliane, filippine, africane imparavano il dialetto fiuggino prima dell’italiano e consideravano suor Vincenza la loro sorella maggiore cui volevano un gran bene. Aveva sempre una parola affettuosa e un dolcetto per i suoi bambini dell’asilo e ben lo sapevano le mamme che vedevano in suor Vincenza una seconda mammina dei loro figli che le affidavano.
Pure insidiata nella salute da una seria cardiopatia era sempre vispa ed allegra e percorreva con gamba lesta più volte al giorno i lunghi corridoi del noviziato per aprire agli ospiti-amici ( ad esempio Nando Martini, Brunello Magini) ai quali offriva un caffè caldo ed una battuta dialettale.
Tutte le case di parenti ed amici ricevevano più volte all’anno la telefonata di suor Vincenza che seguiva da vicino le vicende familiari e si preoccupava con discrezione della salute di tutti. Si può dire che non passava giorno senza che io sentissi per telefono la mia sorella maggiore e proprio la sua scelta religiosa aveva rafforzato il mio affetto per Rita - suor Vincenza, specialmente dopo la morte della nostra mamma Valeria nel 1983. Era legata da profondo affetto, ricambiato, con tutte le suore della comunità ed in particolare nutriva un sentimento di filiale devozione per la madre generale suor Margherita, che, a sua volta, apprezzava ed amava quella suorina per la sua umiltà e la saggezza di cui spesso si giovava per chiedere pareri e consigli
Come già raccontò mio fratello Gino sul giornale Fiuggi cambiando i nomi sotto il titolo “Robin Hood con il saio”, fu proprio suor Vincenza a rifilare la banconota di 50 mila falsa al cugino benestante per non far mancare un piatto di minestra ai bambini poveri dell’asilo. Il cugino perdonò la “birichinata” dicendo che quei soldi potevano essere spesi meglio dalle suore che non da lui.
La bonomia, la semplicità, la spontaneità furono i tratti principali del carattere per i quali si faceva benvolere in convento e fuori dal convento.
Gli ultimi anni di vita furono segnati dalle sofferenze per il progredire inesorabile della malattia che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale sopportati con serena rassegnazione e la preghiera. La sua espressione più frequente era: “sia fatta la volontà di Dio”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Matter creates thought or thought creates matter? Do I believe in God by faith or reason? Matter = Energy, energy = Love, Love = God

La materia crea il pensiero oppure il pensiero crea la materia?
Credo in Dio: per fede o per ragione?
Materia uguale Energia, Energia uguale Amore, Amore uguale Dio
Sul Corriere della sera del 4 Aprile2005, a firma del filosofo Emanuele Severino, nell'articolo di fondo, dedicato alla morte del Papa Giovanni Paolo secondo ed al grande richiamo da Lui esercitato su tutti i popoli della Terra, si legge: "Anche se si stenta a capirlo, la filosofia dell'ultimo secolo e mezzo è la punta d'acciaio che anima, dà forza, fa procedere il nostro tempo. Essa mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile. Mostra che il sacro e il divino concepiti come dimensione eterna che domina il divenire e la storia sono impossibili."
Forse, se l'uomo del 2000 continuasse a fondare la concezione del Sacro su un puro atto di fede l'affermazione di Severino troverebbe anche un qualche fondamento. Ancora oggi il comune sentire ci dice che credere in Dio è una questione di fede. Se hai la grazia della fede crederai in Dio, se non hai la grazia della fede non crederai in Dio, perché la ragione da sola non potrebbe dimostrare, secondo filosofi e scienziati, l'esistenza di un Dio creatore dell'Universo. Anche le religioni conosciute, in primis la religione cristiana, hanno sempre affermato che credere in Dio presuppone un atto di fede, che prescinde totalmente da un percorso razionale, non nel senso di opposizione alla razionalità, ma nel senso di sovrapposizione alla razionalità, su un piano di conoscenza più elevato. In parole semplici la dottrina religiosa afferma che la conoscenza di Dio non è frutto della ragione, ma di verità rivelate
Io mi permetto umilmente di dissentire. Ho maturato la convinzione che la fede in Dio può nascere anche dalla nostra ragione, se è libera da pregiudizi e sovrastrutture mentali e si lascia guidare dalla ricerca della verità. Un aiuto concreto ci viene proprio dalla scienza che è oggi considerata, a torto, avversaria di ogni credo religioso . E' la Scienza (con la S maiuscola) che, superando i percorsi speculativi della filosofia, percorrendo i sentieri aspri della ricerca scientifica disvelatrice delle fondamenta della realtà cosmica, ci porta sulla via maestra delle verità filosofiche, morali, religiose.
L'essenza della realtà cosmica è fondata su tre categorie o elementi fondamentali: materia, spazio, tempo. Se fossero categorie definitive, ultime ed invalicabili si dovrebbe concludere che nulla è al di fuori della realtà materiale e tutto è in essa ricompreso.
Invece la materia non è da sempre e per sempre, lo spazio non è da sempre e per sempre, il tempo non è da sempre e per sempre.
La fisica del 20esimo secolo ci ha insegnato che i tre elementi fondamentali della realtà ( materia, spazio, tempo) sono provvisori, transeunti, fugaci e, come tali, aprono il discorso ad una realtà altra, una realtà oltre i confini di quella in cui viviamo. I greci antichi la chiamavano, con felice intuizione, metafisica che significa al di là della natura.
Lo spazio ed il tempo non sono categorie assolute, immutabili, come per secoli sono stati considerati. Lo spazio ed il tempo sono stati sempre considerati le colonne d'Ercole invalicabili della realtà materiale (galassie, stelle, pianeti) e dello stesso fenomeno della vita vegetale, animale, umana.
Einstein ci ha spiegato con formule matematiche che vanno sotto il nome di teoria della relatività che lo spazio ed il tempo si modificano con il movimento e la modifica è tanto più sensibile quanto più veloce è il movimento. I secondi, i minuti, le ore scanditi da un orologio sopra una astronave che viaggia a velocità vicina a quella della luce, hanno una durata molto più lunga dei secondi, minuti, ore scanditi da un orologio terrestre. Più esattamente possiamo precisare che il movimento dilata il tempo, per cui per velocità crescenti il tempo si dilata sempre di più e l'unità di tempo si dilata a tal punto da poter includere il passato , il presente, il futuro. L'unità di tempo entra nella dimensione dell'eternità.
Se il tempo si dilata per effetto del movimento, lo spazio, invece, si contrae, si riduce nella sua estensione. Col crescere della velocità lo spazio si riduce sempre di più, fino alla concentrazione di tutto lo spazio dell'Universo nella unità di spazio. L'unità di spazio entra nella dimensione dell'infinito. Naturalmente parliamo di velocità, come quella della luce, inaccessibili all'esperienza umana. Le osservazioni scientifiche di Einstein acquistano un grande significato filosofico perché modificano profondamente la concezione del mondo materiale con la dimostrazione che può esistere una realtà fuori del tempo e dello spazio.
La materia di cui è composto l'Universo, dalla stella più grande al virus invisibile, microscopico, non è altro che energia cristallizzata, imprigionata. Un sasso, un fiore, una farfalla, un corpo umano, una stella sono un concentrato enorme di energia, per così dire, "solidificata", materializzata, che può essere calcolata secondo la formula di Einstein: E=mc2. "E" sta per energia, "m" indica la massa di materia, "c" è la velocità della luce (300mila km/secondo) che elevata al quadrato ci dà un valore di 90 miliardi. Qualunque grandezza di massa materiale presa in considerazione va moltiplicata per un fattore pari a 90 miliardi di volte per cui l'energia prodotta anche per piccole masse di materia risulta in quantità enormi. Il processo di trasformazione energia-materia è un processo reversibile nel senso che l'energia diventa materia e la materia diventa energia. L'Universo intero è il risultato di trasformazione di una incalcolabile quantità di energia in materia. La materia è uno stato provvisorio derivato da uno stato originario e definitivo che è l'energia. Le scienze fisiche ci dimostrano che la materia ritorna allo stato di pura energia quando è messa a contatto con l 'antimateria. Caratteristica fondamentale dell'antimateria è data da cariche elettromagnetiche opposte a quelle della materia. Il nucleo dell'atomo della materia è elettropositivo e l'elettrone è elettronegativo. Il nucleo dell'atomo della antimateria è elettronegativo e l'elettrone è elettropositivo. L'interazione tra materia ed antimateria determina la scomparsa delle cariche elettromagnetiche del nucleo e degli elettroni, cancella la materia e l'antimateria (processo di annichilazione), libera energia allo stato puro. Risulta così provata la trasformazione della materia in energia.
D'altra parte l'energia sprigionata negli acceleratori dallo scontro di particelle a velocità vicina a quella della luce è in grado di creare dal nulla nuove particelle di materia, sia pure per tempi brevissimi. Risulta così provata la creazione di materia da parte dell'energia. In via definitiva, per essere ancora più chiari, possiamo dire che il passaggio dall'energia alla materia è un atto di creazione, il passaggio dalla materia ad energia è un atto di trasformazione.
All'inizio del discorso abbiamo detto che tre categorie sono alla base della realtà: materia, spazio, tempo. C'è chi afferma che si tratta di elementi a sé stanti, indipendenti uno dall'altro. Ad un esame più attento ci accorgiamo che lo spazio ed il tempo sono legati alla materia perché sono di essa attributi, funzioni. Lo spazio non è altro che dimensioni e distanze, mentre il tempo non è altro che movimento e cambiamento. Dimensione, distanza, cambiamento, movimento sono tutti attributi della materia. Sono presenti se è presente la materia, sono assenti se è assente la materia, compaiono quando compare la materia, scompaiono quando scompare la materia. Allora correggiamo l'affermazione fatta prima, cioè che la realtà è composta da tre elementi fondamentali. E' più corretto affermare che la realtà apparente è data da un solo elemento: la materia con i suoi attributi o funzioni che sono lo spazio ed il tempo. Il discorso si semplifica molto perché si limita alla materia come elemento unico fondante la realtà ( galassie, stelle, pianeti, vita vegetale ed animale). Abbiamo anche detto che la materia è uno stato provvisorio che nasce da una esplosione di energia (il Big-Bang primordiale), all'incirca 14 miliardi di anni fa. Insieme alla materia nasceva dal Big-Bang l'antimateria che decadeva più velocemente della materia lasciando quest'ultima padrona della realtà. Le ultime osservazioni di astrofisica sui rapporti tra forza gravitazionale e movimento delle galassie negli spazi cosmici hanno svelato l'esistenza accanto alla materia di una materia invisibile, di gran lunga prevalente ( dark matter o materia oscura), che riempirebbe gli spazi siderali e di cui ci sfugge la natura. Anche la "dark matter" condivide la stessa origine della materia che noi conosciamo?
Prima della comparsa della materia c'era solo Energia allo stato puro.
L'Universo, così come noi lo conosciamo nei suoi aspetti fisici e biologici, è destinato a tornare Energia, perché l'Energia lo ha creato. Punto focale del nostro indagare non è più la materia ma l'Energia. Siamo in perfetta sintonia con l'intuizione folgorante di Aristotele (2500 anni fa) che affermava: la realtà cosmica ha due aspetti fondanti, la Potenza (Energia) e l'Atto ( la Materia).
Può l'Energia rappresentare il principio fondante della realtà? No, perché non è autosufficiente, è illimitata ma non infinita, non è in grado di autoalimentarsi senza limiti, è soggetta alle leggi della fisica, è destinata a consumarsi quando compie un lavoro, a decadere, a terminare. Ha un principio ed avrà una fine. Procede in una sola direzione, perché quando compie un lavoro si esaurisce, non recupera lo stato precedente, non è reversibile.
Esiste, però, una entità che è autosufficiente, è illimitata, è in grado di autoalimentarsi perché più si manifesta più cresce, non è soggetta alle leggi della fisica, non è destinata a consumarsi, non decade, non termina. Non ha un principio, non ha una fine. Procede in tutte e direzioni, perché quando viene data, è restituita in misura accresciuta, arricchendosi all'infinito, attimo dopo attimo
Questa Entità è L'Amore.
Così come l' energia si presenta con livelli energetici diversi, anche l'Amore calato nella realtà vivente si presenta con livelli differenti in una scala che va dal livello più basso dell'egoismo assoluto al livello più alto dell'altruismo assoluto. In mezzo c'è tutta la gamma dell'umano sentire.
Solo l'Amore è inesauribile, non conosce usura, si moltiplica quando si divide, non ha un principio, non ha una fine, viola la legge spietata dell'Entropia che afferma la fine di tutte le cose materiali, sfugge ai vincoli della materia-spazio-tempo perché è l'Autore della materia- spazio-tempo. E' la fonte prima dell'Energia e del Creato. E' l'Amore che genera l'Energia e l'Energia genera l'Universo. L'Amore è infinito: è Dio.
"L'Amor che muove il sole e le altre stelle" ( Dante, il Paradiso, canto XXXIII, verso 145) è la geniale intuizione del sommo poeta che la conoscenza scientifica attuale ci permette di riscontrare come la Verità.
Se Dio è Amore infinito è inadeguato catalogarlo a seconda delle religioni, è inadeguato studiarlo secondo parametri umani, è inadeguato e non sufficiente parlare di liturgie, di dogmi, di riti, anche se ne riconosciamo l'utilità e la necessità pratica. Ancor meno adeguato è il parlare di inferno come realtà eterna, totale assenza di Dio, sede del male assoluto, dove si scontano le colpe del peccato.
Accanto all'Amore, come principio assoluto ed infinito da cui tutta la realtà discende, non c'è spazio per il male assoluto che chiamiamo inferno. Il male è soltanto un allontanamento, una carenza, una perdita momentanea di quel valore supremo che è l'Amore, verso il quale tutto il Creato, prima o poi, ritorna. In realtà il peccato non è una colpa ma un errore e come tale non merita la punizione eterna, ma un percorso di illuminazione e redenzione.
Tutto ciò che emana dall'Amore infinito deve ritornare, prima o poi, all'Amore infinito, trascendente e non immanente.
La nostra vita è un tentativo, quasi sempre fallito, di scoprire l'Amore.
Sarà l'Amore infinito a portare tutto il Creato, nessuno escluso, in salvamento.
Sotto questa luce tutte le religioni, nessuna esclusa, acquistano piena legittimazione, ad una sola condizione. Che si possano riassumere ed esprimere in un unico valore infinito: l'Amore. Si tratta di una rivoluzione perché un valore affettivo, l’Amore , si trasforma in un valore ontologico definitivo.
Nel quarto secolo dopo Cristo Sant'Agostino affermava: credo ut intelligam ( credo per capire).
Oggi una corretta, razionale interpretazione del pensiero scientifico moderno ci permette di rovesciare i termini dell'affermazione: intelligo ut credam ( capisco, ragiono per credere).


Traduzione in inglese

On the newspaper “Corriere della sera”, fourth April 2005, in a leading article signed by the philosopher Emanuele Severino, dedicated to death of Pope John Paul second and great exercised attraction by him on all peoples of the earth, we read: "Even if it is hard to understand, the philosophy of the last century and half is the steel tip core that gives our time life, strength , and makes it go ahead . It shows that overcoming the values of the past is an inevitable process. See, the Sacred and the God conceived as a dimension that dominates eternal fate and history are impossible. " Perhaps, if the man of 2000 would continue to base the conception of the Sacred in a pure act of faith, Severino’s assertions would find some foundation. Even today the common feeling suggests us that believing in God is a matter of faith. If you have the grace of faith you believe in God, if you do not have the grace of faith you don’t believe in God, because reason alone can not prove, according to philosophers and scientists, the existence of a creator God of the Universe. Also known religions, primarily Christianity, have always said that believing in God requires an act of faith, which leaves apart totally from a rational route, not opposite to rationality, but laid upon it, on a level of higher knowledge. In simple terms, the religious doctrine says that the knowledge of God is not result of reason, but revealed truth.I humbly take the liberty of disagreeing. I gained the conviction that faith in God can rise by our reason, if it is free from prejudice and mental superstructures and allows to be led by the search for truth. Concrete help comes us from science that is now regarded, wrongly, as enemy of all religious beliefs. It is Science (with a capital S) that, beyond and above the paths of speculative philosophy, along the rugged paths of scientific research revealing the foundations of cosmic reality, leads us to the main way of philosophical, moral, religious truth. The essence of cosmic reality is based on three categories or elements: matter, space, time. If they were ultimate, and insurmountable Categories one should conclude that nothing is beyond the material reality and everything is included in it. Instead, matter isn’t without beginning and endless, the space isn’t without beginning and endless, the time isn’t without beginning and endless. They aren’t unchangeable. The physics of the 20th century taught us that the three fundamental elements of reality (matter, space and time) are temporary, transient, changeable, and as such, open to a perspective of another reality, which is beyond the boundaries of the one we live in. The ancient Greeks called it, with intuition, metaphysics, meaning beyond natural and cosmic reality we live in. Space and time are not absolute, unchangeable categories, they have been considered through centuries like. The space and time were always considered insurmountable Hercules’s pillars of material reality (galaxies, stars, planets) and of the same phenomenon of plants, animals, human life. Einstein told us with mathematical formulas, known as the theory of relativity, that space and time change with the movement. The faster is the movement and the more remarkable is space and time change. The seconds, minutes, hours marked by a clock on a spaceship traveling at speeds approaching that of light, have a much longer duration of seconds, minutes, hours than that one marked by a clock on earth. More precisely we can specify that the movement expands the time, so increasing velocity expands time more and more. Time unit expands so much to include the past, present and future. Time unit enters eternity dimension. If time expands as a result of movement, space, on the contrary, becomes shorter, decreases in its extension. Increasing speed shortens space more and more, until the concentration of entire universe space in space unit. Space unit enters the dimension of infinity. Of course we talk about speed, like that of light, inaccessible to human. The scientific observations of Einstein acquire great philosophical meaning because they change profoundly the conception of material world showing that there may be a reality beyond time and space. Matter the Universe is made up of, from the biggest star to the invisible, microscopic virus, is nothing but crystallized, imprisoned energy. A stone, a flower, a butterfly, a human body, a star are a huge concentration of "solidified", materialized energy, which can be calculated using Einstein’s formula : E = mc2. "E" stands for energy, "m" indicates matter mass, “c” is the speed of light (300 thousands kms / second) that, multiplied by itself, gives us a value of 90 billion. Whatever size of mass of matter taken into consideration should be multiplied by a factor of 90 billion times. Consequently produced energy by small masses of matter results in enormous quantities. The process of transformation energy-matter is a reversible process in the sense that energy becomes matter and matter becomes energy. Entire the Universe is the result of turning an incalculable amount of energy into matter. Matter is a temporary condition resulting from an ultimate condition that is energy. The physical sciences show us that matter returns back to the condition of pure energy when it is put in contact with antimatter. Antimatter key feature is given by electromagnetic opposite charges to ones of matter. Atomic nucleus of matter is electropositive, electron is electronegative. In the opposite way atomic nucleus of antimatter is electronegative and the electron is electropositive. The interaction between matter and antimatter causes disappearance of electromagnetic charges of nucleuses and electrons,it wipes out matter and antimatter (annihilation process), releases energy in its purest essence. It is proved in this way turning of matter into energy. On the other hand, released energy in the accelerators by means of particles clash at speeds approaching that one of light is able to create from nothing new particles of matter, even for a fraction of shortest time. It is thus proved the creation of matter from energy. At last, to be clearer, we can say that transition from energy to matter is an act of creation, the transition from matter to energy is an act of transformation. At the beginning of the speech we have said that three categories are the basis of reality: matter, space, time. Some people said that they are separate, independent from each other. For a closer look we realize that space and time are related to the matter because it attributes functions. The space is nothing but size and distance, while time is nothing but movement and change. Size, distance, change, movement are all of them attributes of matter. They are present if matter is present, they are absent when matter is absent, they appear when matter is, they disappear when matter isn’t. Then let’s correct earlier made assertion, namely that reality is made up of three elements. It’s 'more correct to say that the reality is apparent from a single element: the matter with the attributes and functions which are space and time. The speech is much easier because it is limited to the matter as a single basic reality (galaxies, stars, planets, plants and animals life). We have also said that matter is a temporary state that comes from an explosion of energy (the primordial Big-Bang), around 14 billion years ago. Together with the matter antimatter arose from the Big-Bang decaying faster than matter, leaving it in control of reality. The latest observations of astrophysics on the relationship between gravitational force and motion of galaxies in cosmic space have revealed next to matter existence of invisible matter, far predominant (dark matter), which would fill cosmic spaces, whose we don’t know nature. Does "dark matter" share the same origin of matter that we know? Before matter appearance there was only pure energy. The Universe, as we know it, in physical and biological terms, is conceived to return energy, because the energy created it. Focal point of our investigation is no longer matter but energy. We are in perfect harmony with the brilliant insight of Aristotle (2500 years ago) who stated: cosmic reality has two fundamental features, Power (energy) and Act (matter). May energy be founding principle of reality? It not may, because it isn’t self-sufficient, it is unlimited, but not infinite, it is not capable of self-feeding without limit,it is subject to laws of physics, it is destined to be consumed when it performs a work, to decline to an end. It has got a beginning and an end. It proceeds in one direction, because when it is working out, it doesn’t recover previous status, it isn’t reversible. There is, however, an entity that is self-sufficient, that is unlimited, that is capable of self-feeding because the more it shows itself the more it grows, it is not subject to the laws of physics, it is not intended to be consumed or ruled out, it doesn’t end. Neither it has got a beginning, nor it will have an end.
It proceeds in all directions, because when it is given it is returned by increased size, infinitely enriching, moment after moment This entity is Love. Just like energy shows different levels of power, also Love, descended in living reality, shows different levels on a scale that ranges between the lowest level of selfishness and the highest level of absolute unselfishness. In between, there is a wide range of human feelings and behaviours. Only Love is inexhaustible, It doesn’t wear and tear, It multiplies when you divide It, neither It has a beginning ,nor an end, It violates ruthless law of entropy which affirms the end of all material things, It escapes the boundaries of matter - space-time because It is the Author of matter-space-time. And It is the primary source of Energy and Creation. It is Love that generates energy and energy creates the Universe. Love is infinite: It is God. " Love that moves the sun and other stars" (Dante, Paradiso, canto XXXIII, versus 145) is a great poet intuition that current scientific knowledge allows us to recognize as the Truth. If God is infinite Love, it is inadequate catalog Him according to religions, it is inadequate to study Him according human parameters, it is inadequate and not sufficient talking about liturgy, dogmas, rites, even if we recognize the usefulness and practical necessity of them. Even less appropriate is talking of hell as a eternal reality, total absence of God, the site of absolute evil, where people are serving the guilt of sins. Next to Love, as absolute and infinite principle which all reality descends from, there is no space for absolute evil that we call hell. The evil is only a removal, a lack, a momentary loss of the supreme value that is Love, which whole creation, sooner or later will return to. In fact, sin is not a guilt but a mistake and as that not worthy of eternal punishment, rather a journey of enlightenment and redemption. All that comes from infinite Love must return, sooner or later, to infinite Love, transcendent and not immanent. Our life is an attempt, almost always failed, to discover Love. It will be the infinite Love that will bring the whole creation, without exception, in salvation. Under this view all religions, without exception, acquire full legitimacy at one condition. That we can sum up and express them in a single infinite value: Love.
It is a revolution because an affective value, Love, turns into an ultimate ontological, metaphysical value. In the fourth century AD Saint Augustine said: Credo ut intelligam (I believe to understand). Today, a proper, rational interpretation of modern scientific thought allows us to reverse the words of affirmation: intelligo ut credam (I understand, I reason to believe).

lunedì 2 febbraio 2009

A migrant story: Biagio

I've been the unaware intermediary of a meeting between people who did not know with each other, though very close relatives, they were born and lived in distant lands separated by the ocean. Some years ago I received a letter from the United States that asked me to help find the family of origin of Biagio Bonanni who emigrated alone to America, still as a boy, about a century ago. With the decisive contribution of my cousin Iolanda Bonanni we were able to identify an important member of the family of origin, Rosina Bonanni mother in law of Iolanda’s son. A lovely touching story, full of deep feelings, which begins in Fiuggi and returns to Fiuggi and makes us realize that we are all citizens of a Global Village, as wide as our Planet. Rosina, her daughter Teresa and her son in law Luciano Giorgilli, asked me to write a piece for our newspaper, but I think it is fairer and more effective to tell the story first hand from the word of one of the protagonists of the story: Marylin Haffey, American grandchild of Biagio Bonanni who emigrated to America in the period from 1910 to 1912.

"Biagio Henry Bonanni was born in Fiuggi on 13 Dec. 1896 from Andrea Bonanni and Elizabeth Fiore and had 8 brothers and sisters. He left Italy to United States when he was very young, in search of a better life. He arrived at Ellis Island, New York. He was about 16.
A few years later he got married and had a son, Joseph. His wife died shortly after and Blaise moved to Minersville, Penssylvania around 1921. Minersville is a small city of coal mining. At that time it had about 5,000 inhabitants. Now there are 4,000. Minersville is very similar to Fiuggi. As you walk you are aware that you're going over hills. There are wavy hills and small mountains and is located on the Appalacchi mountain chain. There are a lot of trees and my grandson Christian often used to exclaim: "Look at the wooded mountains!" In autumn it is beautiful to see the leaves changing color. In winter when the trees are bare you can see much of the area with the coal black. It is an entire mining area. The houses are made of wood. They had pebbles outside and even the roofs are made of pebbles covered with tar. The houses are built in rows. Minersville was founded in the late 19th century. At that time many immigrants arrived in the United States. This place was a true melting pot of different races including immigrants from Lithuania, Ireland, Poland, Italy, Russia, Germany, Wales and other European countries. To represent each ethnic group different schools and churches were built. Local taverns were built too.
Life in those times was like that which took place in Fiuggi.

Minersville was a small town. It was a safe place to walk and to play. People went out shopping and visiting neighbors. Life was wonderful and the people were full of hopes and promises. There were shops at every corner where you could buy milk, meat, eggs, bread, vegetables, fruit. The Europeans had brought their customs with them. The city was prosperous and full of energy. European immigrants did not speak their native language. All those who came to the United States wanted to speak English because they desperately wanted to adapt to the new world. My grandfather did not speak Italian with my mother although she was his daughter. She recalled that she had heard him talk Italian only with his brother Antonio arrived in America after him. Biagio’s second wife, who was my grandmother was Polish. She did not understand Italian, and he did not understand the Polish, and so they spoke in English with each other. Imagine how many different ethnic accents circulated in Minersville. Biagio was a hard worker in the mining company. Later, however, he became co-owner of the coal company. The Pensylvania is very rich of anthracite coal, that was very useful for the production of heat. The majority of immigrants worked in mining, a grueling work. Many children used to die prematurely for inhaling the coal powder. They used to die of a disease called miners’ asthma or black lung (pneumoconiosis).
Visiting the cities around Minersville was like visiting the Ciociaria. Drive for a some kilometers and you can find a country of 300 or 100 inhabitants. The largest city is called Pottsville and has a population of 20,000 inhabitants. It 's the most important center of the area, like Frosinone. There is a hospital and some industries as well as larger stores for purchases. There was a train to transport coal and people. In fact, the station was not far away. Nowadays we prefer to move by airplane or by car. Biagio married my grandmother Stella Lipka, from Poland, the October 19th, 1928. He was 31 years (Stella was born in New Jersey, while her parents were born in Poland). They got married in a Italian church known as Santa Barbara, in Minersville. They had 5 children, 3 of them died very soon. They had two twin, called Genevieve and Joan who were born the September 18th, 1933. Genevieve married Stiney, an Austrian-Polish girl and had two sons, Stanley and Marylin, the narrator of the story. Biagio became a United States naturalized citizen only the 11th of December 1940. The picture that I hold more in my memory is about me as a very young girl who was playing and joking outdoor with Biagio. I was running and jumping and he was looking at me play. I remember that he loved to grow vegetables. As a child the garden looked so big to me. I remember I used to walk between the plants and watch him growing the garden. His greatest passion was fishing. We often went to fishing and to the campsite. My mother tells me that I used to throw rocks in the water and she reproached me because in that way I frightened all the fishes of the river. Biagio then silenced her because I was not doing anything wrong. I was his “Mariuccia”.
He was also fond of hunting deers and hares. I remember that as a child I ate the meat of deer. I’ve got still vivid memories of him flayng the hares and then he ate the meat stewed in a tomato sauce with “spaghetti”. He taught my mother to make pasta and sauce, as well as to make pasta with garlic and oil. He taught her even to make dumplings! He was a great cook. He brought “ciociaria” culture and traditions to America. Biagio didn't communicate much with words. In fact I do not remember me having many conversations with him. He was a quiet man. What I remember is the language of his everyday action that is the most important of all. And, that is, the love that I felt when I was with him. The love that I feel still today. I remember that I cried a lot when he died. I was just 9 but for me it was the most profound loss of my life. Since he died, I always felt a deep emptiness. I wanted always to go to Italy to discover where Biagio came from, where he was born, my Italian cultural heritage.
When Aunt Joan told me to call the phone number in Italy I was so excited.
At last the dream of my life was coming true! Imagine you the surprise and emotion I felt when Rosa answered by phone.
At last we discovered our Italian family. My mother, Aunt Joan, her uncle Joseph were not aware that Biagio had left behind a so big family. He had never told them. Imagine you our surprise and wonder. The brothers and sisters of Biagio are missing now, but there are their sons and daughters. Their children have their children in turn. Biagio and Antonio extended their family in America, the family finally met the one of origin. It’s difficult to explain in words the emotion we felt in our hearts. The two families separated by the Atlantic Ocean have been joined together! Biagio and Antonio left Italy in search of a better life. I am very grateful to them for accomplished sacrifices and their love. I am grateful that the circle is complete. Although we are separated by an ocean and 5000 miles, this is nothing compared to the tie I feel towards my Italian family and Italy.
I can only imagine how much hard life was for Biagio. He was so young, sixteen, but preceded Antonio. He traveled alone in a foreign land and left behind family and friends. He didn't ever come back to revisit his family and, on the contrary, started a new life. He married and generated children. Look what was and what made from nothing. What courage!
The greatest gift he did (to my mother, my aunt Joan, my uncle Joseph) was the life he gave us in America. He created a whole new generation in a new land. He sacrificed immensely himself. I have learnt to appreciate the fact that it does not matter wether you were born in America or Italy, wether you speak English or Italian; what matters is that all of us communicate through love, kindness and appreciation.
The greatest legacy Biagio gave his family left in Fiuggi is love. He went to America to earn money to send to Fiuggi. He gave both families, by ocean separated, a true opportunity. For this all of us are grateful to him.

Biagio died on 26th of April 1961. A night he went to sleep and did’nt wake up the next morning. He was 64 years old. Antonio died in 1963. Their children and their grandchildren still live.
Many details of the Henry Bonanni Biagio’s life are unknown. I just know what for all of us is important when you are only nine years old, that is, the love of a grandfather for his little granddaughter. The recognition of the sacrifices he made for his family in Fiuggi and gratitude for the opportunities of life that have been given us in America.
Sincerely
Marylin Haffey"

P.S. I make no secret of the fact that this story has touched me very deeply. Marylin's words are simple, sincere, full of genuine love for his grandfather Biagio, for Fiuggi, for Italy.
Special thanks and a warm embrace to Marylin for what she said.
I do think that people in Fiuggi can consider Marilyn a "Fiuggina" by election?

sabato 31 gennaio 2009

Cronache anticolane: Robin Hood…. con il saio

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Correvano gli anni trenta. Erano tempi duri e difficili per tutti. Nelle case non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena. La disoccupazione era una piaga molto diffusa. Nelle famiglie, spesso numerose, lavorava solo il papà che portava a casa un misero salario con il quale non si faceva fronte alle tante necessità della casa. In una situazione così difficile le suore di Santa Chiara davano un valido contributo con l'asilo e la mensa scolastica per decine di bambini. La Madre Superiora aveva conservato con tanta cura quel bigliettone colorato di Mille Lire per i momenti di maggiore bisogno. E quel momento era arrivato. La lista della spesa alle botteghe di Felicetto D'Amico e di Meloni si era allungata troppo e non si poteva abusare oltre della loro pazienza, perché anche loro avevano le tratte in scadenza dei fornitori. Bontà loro, avevano aspettato alcuni mesi e prima o poi si sarebbero fatti vivi per reclamare il dovuto. La Superiora pensò che era arrivata l'ora di saldare il debito per la pasta, il pane, lo zucchero, la conserva, la mortadella, la marmellata, ricevuti per la mensa della scuola materna frequentata da tanti bambini, tutti bisognosi. Chiamò suor Virginia, che era la suora più giovane del convento di Santa Chiara e si raccomandò: "vai alla Posta e fatti cambiare queste mille lire, così ci togliamo un po’ di impicci con le botteghe." Suor Virginia non se lo fece ripetere due volte. Capì appieno l'importanza della sua missione e con passo leggero si recò al vicino ufficio postale tenendo la banconota stretta nella mano destra che teneva infilata nella profonda tasca del saio. Sua cugina Maria Teresa, impiegata postale, l'accolse con un largo sorriso pronta a servirla. Prese in mano la banconota, la guardò contro luce due tre volte e poi andò a confabulare con il capo ufficio. Suor Virginia non capiva quel tramestio e cominciava ad innervosirsi.
" 'Ste mille lire so' farze (false)!! Le tenarìa da straccia' (dovrei strapparle)." La frase fu come una fucilata in faccia per Suor Virginia. Pensò in un attimo alla superiora che aspettava fiduciosa il cambio delle mille lire e soprattutto ai bambini che bisognava sfamare tutti i giorni. Sentì salire dentro di sé un forte impulso di ribellione e con uno scatto felino allungò il braccio attraverso lo sportello ed agguantò intera la grossa carta da Mille Lire.
"Aredamme 'sì sordi, ca 'nso' gli te', so' degli uttri ca tènnuta magnà ( ridammi i soldi, non sono i tuoi ma dei bambini che devono mangiare)" sibilò verso la cugina che era rimasta di stucco con la mano vuota a mezz'aria. Uscì dall'ufficio postale incredula e confusa. Come poteva tornare dalla superiora e portarle la terribile notizia che le Mille Lire non valevano niente e niente si poteva dare ai negozianti( Felicetto e Meloni) per pagare i vecchi debiti? Che sarebbe stato il futuro dell'asilo? Mentre nella testa si affollavano tutti questi pensieri si ritrovò sulla piazza e si avviò lentamente verso l'Istituto Santa Chiara. Per colpa di qualche imbroglione sconosciuto, che in qualche modo aveva rifilato la banconota al convento, i bambini innocenti dell'asilo dovevano pagare le ingiuste conseguenze. Chi avrebbe pagato le minestre della refezione scolastica? Chi li avrebbe aiutati? La domanda era senza risposta e la tristezza più cupa scendeva nel suo animo. Ben sapeva che la mensa scolastica era un aiuto insostituibile per le povere famiglie, specie quelle più numerose, che mandavano i bambini all'asilo. Non si decideva a rientrare in convento per non dare un grosso dispiacere alla superiora.
Una risata fragorosa richiamò la sua attenzione. Si voltò da quella parte e riconobbe la sagoma inconfondibile, grande e grossa, di suo cugino Francesco che si intratteneva allegramente con altre persone alla "porta dell'olmo" (la piazza Trento e Trieste). Ma sì, era proprio lui, uno dei più ricchi commercianti e proprietario di terre del paese, figlio di un fratello di suo padre. Era un uomo di umili origini, come lei, del resto. Aveva sempre avuto il bernoccolo degli affari con una forte mentalità sparagnina ed aveva fatto fortuna con le sole proprie forze. L'aveva forse mandato la Provvidenza sul suo cammino? Suor Virginia si affrettò verso di lui, tirò fuori dal saio la banconota tutta spiegazzata e la mise sotto il naso di Francesco, mentre il cuore le tumultuava nel petto. "France', famme zica stu favore, cagnume (cambiami) ste mille lire, ca' la posta nu' le te' (non ce l'ha)." Francesco la guardò dall'alto della sua statura, un po’ sorpreso ed un po’ divertito. Mettendo mano al portafoglio voluminoso esclamò:"Sor Virgi', 'nte' pozzo di' de no, me si cugina i puro moneca. E' nu favore ca nu' me costa gniende( è un favore che non mi costa niente)!!". Contò con cura 10 banconote da 100 lire e le mise nelle mani tremanti di suor Virginia. Poi prese la banconota da mille lire, le diede un'occhiata distratta, la piegò meticolosamente in quattro e la ripose nella pancia del portafoglio. Suor Virginia abbassò prontamente il capo per nascondere il rossore che si spandeva sulle guance, farfugliò una parola di ringraziamento e fuggì come il vento. Era combattuta da opposti sentimenti, la vergogna di aver compiuto una azione scorretta ricorrendo alla bugia e la gioia di aver rimediato il pane per i bambini dell'asilo. Consegnò in fretta le banconote alla superiora ed andò subito in cella per pregare e chiedere perdono per la sua malefatta. Non vedeva l'ora di confessare il peccato al padre spirituale. L'avrebbe mai perdonata?
Francesco il giorno dopo, recandosi all'ufficio postale conobbe l'inattesa e sgradita verità delle mille lire. Erano false! Suor Virginia l'aveva imbrogliato? Fu preso da una certa rabbia. Lui, tanto esperto uomo d'affari e di mondo, si era fatto abbindolare da una ingenua e timida suorina. Voleva andare dalla superiora per reclamare la restituzione dei soldi. Accelerò il passo e raggiunse rapidamente il portone del convento. Ne avrebbe dette quattro alla superiora ed a suor Virginia. Era inconcepibile che una suora, tutta chiesa e lavoro, si prendesse gioco dell'uomo più ricco e più importante del paese. Attraversando il corridoio sentì il cicaleccio dei bambini raccolti a mensa ed il tintinnio delle posate che battevano nelle scodelle di latta. La rabbia svanì di colpo dai suoi pensieri ed arrivato in presenza della superiora raccontò con calma l'accaduto e concluse" Suor Virginia ieri è fatto na cosa azzeccata, perché m'è 'ndragoto (costretto) a fa' 'n'opera bbona, i pe' chesto la rengrazzio. Essa è pigliato i sordi dalla persona giusta pe' da' da magna' agli mammocci degl' asile. I po' ste' mille lire frùtteno più alle mani vostre che alle meie" La sua voce era lievemente incrinata per la commozione. "Sia laudato Gesù Cristo!" biascicò sottovoce e lesto fuggì via.

mercoledì 21 gennaio 2009

Mao-Tse-Tung: la fine di un mito (parte seconda)


La morte di Mao avvenne il 9 settembre 1976. Jung Chang così la descrive nelle ultime due righe del libro:”la sua mente rimase lucida fino alla fine, e un solo pensiero lo assillava: lui ed il suo potere”.
Sono trascorsi 32 anni ma il ritratto di Mao ancora campeggia nelle piazze delle città e nei villaggi della Cina.
Non starò a riassumere le vicende politiche ed umane della lunga vita di Mao. E’ sufficiente per capire il personaggio tratteggiare alcuni punti salienti del suo operato. La sua filosofia di vita si può racchiudere in una frase che scriveva ed amava ripetere:”esistono gli uomini e le cose, ma gli uomini e le cose esistono solo perché io possa servirmene”. Un egocentrismo sconfinato dal quale discendeva il culto della personalità fino alla fine dei suoi giorni. Anche l’ideologia marxista leninista fu sempre al servizio del suo potere personale.
Mao Tse Tung nacque nel 1893 a Shaoshan nella provincia dello Hunan, Cina centrale. In gioventù aveva aderito al partito nazionalista che lasciò per passare al partito comunista cinese. Per un anno nella cosiddetta terra dei banditi imperversò con razzie, spoliazioni, sangue. Nel periodo 1933 -1935 realizzava la lunga marcia alla testa di alcune migliaia di uomini sotto la sciocca e tacita acquiescenza di Chiang Kai Shek, a quell’epoca ancora padrone assoluto della Cina, che si scavava la fossa da solo. Gli stenti e le sofferenze degli uomini sotto il comando di Mao neanche lo sfiorarono perché lui viaggiava comodamente in portantina sostenuta da una trentina di soldati.
Nel Gennaio 1941 la Nuova quarta armata (N4A) comunista, forte di diecimila uomini, guidata da XiangYing, compagno e rivale allo stesso tempo di Mao, ricevette l’ordine di trasferirsi a nord ma doveva attraversare territori controllati dall’esercito nazionalista.. Chiang Kai Shek diede il suo consenso per un percorso settentrionale ma vietò tassativamente una via orientale. Mao telegrafò a Xiang Ying l’ordine di percorrere la via orientale, che i nazionalisti avevano proibito, con il proposito deliberato di portare la Nuova quarta Armata al totale annientamento insieme al suo comandante.
E così accadde. Dal 6 al 12 Gennaio1941 la Nuova quarta Armata, procedendo verso Est inconsapevole del divieto imposto da Chang Kai Shek, si trovò accerchiata dall’esercito nazionalista e fu portata all’annientamento. Mao Tse Tung non rispose mai ai disperati appelli di aiuto inviati da Xiang Ying. Un esercito di diecimila soldati uccisi per volontà del loro capo.
Nella guerra contro il Giappone (41-45) che aveva invaso il territorio cinese, pur sollecitato da Stalin, Mao non volle mai partecipare con il suo esercito alle operazioni di guerra in difesa della sua patria, lasciando con freddo cinismo tutto il peso dei combattimenti sulle spalle dei nazionalisti.
Nel 1941 Mao con la sua armata se ne stava rintanato a Yenan dove preparava la macchina da guerra da lanciare contro i nazionalisti. A migliaia accorrevano i giovani per servire l’idea rivoluzionaria. Oltre 40000 giovani, attratti dagli ideali comunisti di eguaglianza e di riscatto, erano arrivati a Yenan da tutte le regioni.
Con la tecnica raffinata “dell’esame del pensiero” che obbligava tutti a confessare e scrivere i propri pensieri non ortodossi, in qualche modo revisionisti, con l’obbligo della delazione reciproca ( l’uno spiava l’altro)
con le accuse di trozkismo e revisionismo, con i processi in piazza instaurò un regime di terrore che condusse in prigioni spaventose (grotte e oscuri sotterranei) migliaia di giovani. Molti impazzirono, molti si suicidarono, molti furono giustiziati. I superstiti resi automi comandati, incapaci di pensare liberamente, erano totalmente asserviti alla causa maoista del potere tirannico. Si realizzava la manipolazione e l’annientamento delle coscienze personali che si rivide su più larga scala durante la Rivoluzione Culturale. Nel 1949 veniva proclamata la Repubblica Popolare Cinese e Chang Kai Shek, definitivamente sconfitto, si rifugiava nell’isola di Taiwan.
Nove anni dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, nel 1958, Mao .-proclamò il Grande Balzo nel tentativo di accelerare lo sviluppo economico e industriale del Paese e ordinò il sequestro di tutti i raccolti dei contadini, campo per campo,provincia per provincia, regione per regione, lasciando nelle loro mani misere razioni insufficienti per sfamare le famiglie. In ogni cortile doveva sorgere una fornace per la fusione dei metalli. Il risultato fu la più grande carestia a memoria d’uomo.
Si calcola che per lo meno 38 milioni di persone morirono per fame e per lavoro forzato nel periodo1958-1962.
Non fu di portata inferiore il disastro economico inflitto al Paese.
Lin Biao fu sempre fedele collaboratore e sostenitore di Mao. Egli salvò dalla disfatta Mao alla conferenza del partito comunista cinese del 1962, detta conferenza dei settemila perché questo era il numero eccezionale dei commissari del popolo presenti. Durante lo svolgimento dei lavori Liu Shao Ci vice-presidente del partito inchiodò Mao alle sue terribili responsabilità. Lin Biao contrattaccò accusando Liu Shao Ci di trozkismo e revisionismo traditore. La fine di Liu era tragicamente segnata. Liu Shao Ci qualche anno dopo, pur essendo presidente della repubblica popolare cinese fu sottoposto a campagne di denigrazione, carcere duro, torture, processi in piazza con violenze inaudite inflitte a lui ed alla moglie da folle scatenate di giovani guardie rosse. Fino alla morte conseguenza inevitabile dei patimenti subiti.
Ma miglior sorte non toccò a Lin Biao. Nel 1971, caduto in disgrazia con il grande capo, nella precipitazione di sfuggire alla collera distruttice di Mao si imbarcò insieme alla moglie ed il figlio sul suo aereo e decollò senza completare il rifornimento di carburante. Dopo 2ore di volo l’aereo, esaurito il carburante, si schiantò nelle praterie della Mongolia. Nove furono le vittime.
Triste ed amaro fu anche il destino di Chou En Lai, per molti anni primo ministro e più stretto collaboratore di Mao.
Quando i medici gli trovarono un tumore alla vescica ricevettero l’ordine da Mao di non informare Chou En Lai del male che aveva. Così per due anni Chou En Lai ignaro della malattia che si portava dentro non fu in grado di curarsi. Quando Mao diede via libera per informarlo era troppo tardi. Chou En Lai moriva nel Gennaio 76.
Quando voleva eliminare un esponente del partito che riteneva non perfettamente allineato metteva in moto il meccanismo delle accuse di trozkismo ed AB ( antibolscevismo) ed il personaggio scompariva dalla circolazione (carcere e/o eliminazione fisica) .
Non meno spietato fu con le numerose mogli e numerosi figli tutti regolarmente ripudiati ed abbandonati al loro destino.
La Rivoluzione culturale, è più giusto chiamarla la Grande Purga, fu lanciata nel 1965-66 “per punire il nostro partito” e tutti i revisionisti che in esso si annidavano. Furono mobilitate masse sterminate di giovani (le guardie rosse) prima per colpire gli insegnanti ed i presidi delle scuole, gli scrittori, gli artisti , gli attori, tutte le espressioni della cultura. In una seconda fase furono colpiti quasi tutti i quadri del partito, alcuni milioni di funzionari con le accuse più infamanti, spesso anche più ridicole: capitalisti e nazionalisti. Dall’inizio della rivoluzione culturale fino al 1976 si calcola che almeno 3 milioni di persone morirono di morte violenta per mano del Regime. Almeno 100 milioni di persone, un decimo della popolazione cinese, furono costrette a subire violenza.
La morte di Mao consegnò a Deng Xiao Ping un Paese martoriato, immerso nell’oscurantismo, sull’orlo della bancarotta economica ed industriale.
Jung Chang e Jon Halliday stimano, per difetto, le perdite umane causate da Mao Tse Tung in oltre 70 milioni di persone, tre volte e mezzo i morti della seconda guerra mondiale.

Tuttavia ancora oggi nel mondo ci sono tante persone che si inchinano dinanzi alla sua memoria.

lunedì 12 gennaio 2009

Mao-Tse-Tung: la fine di un mito (parte prima)

Nel 2006 è stato pubblicato un libro dal titolo “Mao la storia sconosciuta”, che non ha avuto l’eco che meritava nella stampa, nella televisione, nel mondo politico, soprattutto qui in Italia.
L’autrice è una scrittrice cinese, Jung Chang con la quale ha strettamente collaboratoi un giornalista inglese Jon Halliday.
Riportiamo qualche stralcio di recensioni da parte della stampa internazionale. Il Corriere della sera: “l’opera che distrugge un mito”. The new York Times: “ un lavoro magistrale. La brutalità di Mao era già emersa nel corso degli anni, ma questa biografia fornisce nuove e sostanziose informazioni, presentandole con uno stile che la renderà un successo in tutto il mondo.” The Times: “ci si aspettava che Jung Chang riscrivesse la storia della Cina del secolo scorso e la lunga attesa è stata giustificata. Questo è un libro sconvolgente.” The Observer: “in una biografia ordinaria, una condanna senza appello come questa sarebbe sospetta e noiosa allo stesso tempo. Ma nel caso di Mao, le ricostruzioni precise e la documentazione minuziosa del libro provocano tutt’altra reazione….. una lettura fondamentale.”
Daily Mail:” la biografia politica più poderosa, convincente e rivelatrice dei nostri tempi.”
Con stile asciutto e scarno all’insegna della semplicità ed immediatezza il racconto della vita di Mao intrecciata per mezzo secolo con le vicende storiche del continente cinese si dipana sotto l’attenzione del lettore catturato dalla lettura di eventi straordinari e sconvolgenti tutti accuratamente documentati e testimoniati.
Le voci bibliografiche del libro superano le duecento pagine e sono fatte di testimonianze dirette di innumerevoli protagonisti degli avvenimenti, di documenti originali, quali scritti di Mao, del partito comunista cinese, del partito comunista russo, del Comintern, dei partiti comunisti di molti paesi, di stampa quotidiana dell’epoca, servizi diplomatici, servizi segreti. Una mole imponente di prove certe che inchiodano Mao Tse Tung alle terribili responsabilità di fronte al suo Paese.
Eppure c’è gente che plaude ancora al “grande timoniere”.